Andrea Beggi

When it is dark enough, you can see the stars.

13a Mezza Maratona di Genova

A T T E N Z I O N E ! Questo post ha piu' di sei mesi. Le informazioni contenute potrebbero non essere aggiornate.

La mia 19a mezza maratona, la prima del ciclo “La nuova me”.

La Mezza di Genova è una della mie preferite, ci sono affezionato, è la corsa della mia città; si corre in posti belli, in gran parte sul mare; si corre sulla sopraelevata, che per il resto dell’anno è interdetta ai pedoni e per un giorno vede la situazione ribaltata: gente felice che festeggia, sorride, corre.

Arrivo nella zona della partenza con un bel sole e temperatura mite, una di quelle giornate dolci e tiepide che Genova ti regala in primavera: tempo splendido per correre.

Incontro gli amici, tutti felici, tutti con gli occhi che brillano per l’eccitazione della partenza imminente.

Io arrivo a questa gara con una preparazione sommaria, qualche chilo di troppo, e soprattutto con questo nuovo atteggiamento che è cresciuto in me in questo ultimo anno. Complice il calo di prestazioni che accompagna l’avanzare dell’età, mi sono ritrovato a gustare una dimensione più intimista della corsa: spesso mi distraggo perdendo la concentrazione sulla prestazione, vagando con i pensieri ma godendo se possibile ancora di più del piacere di correre, gustando le sensazioni, ascoltando il mio corpo.

Ed ecco che correre è passato dal “oggi faccio meglio di ieri” a “oggi me la godo più di ieri”. Non è male, non è meglio, non è peggio: è solo diverso.

A conferma di questa nuova situazione, due fatti: il primo è che oggi corro con le cuffiette. Mai successo prima, anzi: considerato da me eresia fino a qualche mese fa. oggi non disdegno di portarmi appresso una ulteriore fonte di distrazione. (Il secondo fatto ve lo racconto dopo)

Sbocconcello una barretta energetica, più per scaramanzia che per altro, e faccio le foto sociali di rito prima di consegnare la borsa e avvicinarmi alla partenza.

C’è tanta gente, più di 2.000 credo; suona l’Inno di Mameli e si parte con la solita fiumana sgomitante e gli slalom tra chi va a spasso e chi ti sorpassa sbuffando con arroganza. Ma va bene tutto: sono qui per divertirmi.

Per un capriccio del caso mi trovo a fare le prime centinaia di metri con il gruppo del pacer dell’ 1h e 45 minuti. E’ un tempo completamente fuori dalle mie aspettative: non ho un obbiettivo ma l’esperienza mi dice che in questo momento e in queste condizioni potrei valere più o meno 1 h e 55 minuti, ma tant’è mi sento bene e decido di vedere come va facendo un po’ di strada al passo con loro.

Un po’ per l’affollamento, un po’ perché non lo so, hanno un ritmo che non mi piace: non è costante, vanno a strappi a volte li lascio indietro per poi essere superato in gran fretta, ho visto pacer migliori. Comunque mi barcameno per circa 6 chilometri fino all’inizio del Lungomare; a quel punto mi rendo conto che non è un ritmo che posso sostenere per 21 chilometri, non lo ho proprio nelle gambe non c’è nulla da fare al riguardo, quindi mi assesto su una velocità più confortevole e li lascio sfilare.

C’è un bel sole ma non fa troppo caldo e si corre bene; alla prima inversione di marcia bevo, mi rinfresco e cerco di mantenere un ritmo dignitoso. Ma intanto guardo il mare, ne sento il profumo, vedo il sole che fa brillare le increspature dell’acqua: cose che mai avrei notato prima durante una gara.

Corriamo in mezzo ad ali di persone che salutano, incitano, danno il cinque, fanno foto; i bambini corrono sul marciapiede ridendo e facendo la loro gara. In questo clima di “tuta gioa tuto belo” arrivo alla prima rampa che, come ogni anno, si prende la sua giusta dose di maledizioni.

Percorro la strada sopraelevata che costeggia il Porto Antico, il Terminal Traghetti e parte delle zone più vecchie del porto, da lì la vista è bella, l’aria è dolce e il sole continua a scaldarci senza bruciare. Sono circa all’undicesimo chilometro ed è arrivato il momento in cui inizia la sofferenza; la fatica mi accompagnerà sempre più pesante fino alla fine e il mio ritmo rallenta ulteriormente tant’è che vengo superato anche dai pacer dell’ora e cinquanta. Mi importa il giusto ma mi faccio comunque un appunto mentale e faccio due conti con la strada che rimane e il ritmo da tenere per non sforare di troppo 1h 55m: ce la posso fare. Il morale non è dei migliori, sono un po’ abbattuto e penso che avrei potuto prepararmi meglio, avrei potuto controllare il peso con più impegno, avrei, avrei. Ma arrivato a questo punto, questo ho e questo devo farmi bastare.

Arrivo al 16° abbastanza in affanno, ma ormai manca poco: cinque chilometri sono la strada che corro da casa fino al ponte delle piscine, un’inezia.

Giro di boa, e al 18° arriva la famigerata seconda rampa a cui ogni anno auguro di brillare con tonnellate di tritolo, maledetta.

E qui arriviamo al secondo, più importante fatto che ha caratterizzato la mia gara. Da sempre, in tutte le gare mi sono sempre imposto la regola “corro sempre, per piano che sia ma non cammino mai, neanche sotto tortura”.

Fino ad oggi.

All’imbocco della rampa mi dico: “Ma sai cosa? Ma vaffanculo”. E cammino. Cammino per quei 400 metri di salita cercando di recuperare un po’ e lottando per non riprendere a correre. Su questo chilometro stacco una media disastrosa, ma arrivo alla sommità della rampa rinfrancato e rinfrescato, bevo un sorso d’acqua al ristoro e il resto me la rovescio sulla zucca. Riprendo con un ritmo tutto sommato dignitoso imponendomi di non mollare, tanto manca poco. La testa c’è, c’è sempre stata e la distanza non mi spaventa, la corsa non mi sembra lunga e il tempo non mi pesa, ma le gambe sono un’altra cosa, non collaborano, sono pesanti e affaticate, e devo scacciare un inizio di crampi. Il piacere di correre è quasi svanito e gli ultimi 2 chilometri soffro parecchio, ma alla fine passano anche quelli e riesco a tagliare il traguardo staccando un tempo di 1 ora 54 minuti e spiccioli.

Medaglia, ghiacciolo, ristoro. Recupero un amico, la borsa, e mi cambio.

La mia gara è la conferma della regola che con la corsa, più che con tutte le cose, raccogli quello che semini:  non ci sono scorciatoie, non ci sono regali, non c’è fortuna, non c’è speranza. Ed è bello così: la corsa è giusta, è equa, è a rendimento garantito. Ti impegni? Ottieni risultati. Ti rilassi? Meno bene.

Tra pochi giorni ne ho un’altra: la Mezza di Asti; non ho idea di come andrà ma immagino simile a questa, e andrà bene così.

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