Cloud in azienda: valutazioni economiche e opportunità

Il costo del cloud computing non è così basso, per le aziende, come si tende a credere. Però sbaglia chi – nel considerare la migrazione – si ferma soltanto all’aspetto economico senza valutare con la dovuta attenzione anche i vantaggi o chi tenta scorciatoie che sembrano funzionali ma non consentono di sfruttare a pieno i benefici del cloud.

Un cambiamento di paradigma così dirompente non deve spaventare, per quanto complesso possa sembrare. Occorre però affrontarlo in maniera fluida, superando i pregiudizi e considerando anche fattori quali produttività, agilità e resilienza nel calcolo del costo totale di possesso (TCOe nella valutazione dei benefici. Continua a leggere

ASUS ZenWatch 2

ASUS ZenWatch 2Grazie al solito Massimo, ho avuto modo di provare per un paio di settimane un ASUS ZenWatch 2. Si tratta di un orologio Android Wear di ultima generazione, con uno schermo lucido da 1.63″ e un bel cinturino in pelle; la cassa è in metallo brunito e la costruzione sembra robusta. Tutti i materiali sono di ottima qualità e l’assemblaggio è perfetto. Dal modo in cui è fatta la cassa credo che si possa adattare un cinturino normale di misure standard. L’ho testato potendolo paragonare al mio Sony SmartWatch 3, di sui sono soddisfatto.

Il display è sufficientemente luminoso, anche se la risoluzione non è sufficiente a eliminare del tutto un leggero effetto “sgranato” al quale ci si abitua, ma si percepisce che la tecnologia di oggi sarebbe in grado di far meglio di così.

Il punto chiave è in realtà Android Wear, che si integra perfettamente con uno smartphone Android, permette di rispondere alle mail sia a voce sia tramite risposte preconfezionate, di rispondere ai messaggi delle applicazioni di messaging supportate (Es: SMS, Messenger, WhatsApp, Hangout) semplicemente dettando e in alcuni casi (WhatsApp) anche di creare direttamente un messaggio. Naturalmente notifiche e interazioni con lo smartphone sono perfettamente supportate. ZenWatch 2 è dotato di un microfono con cui si può anche telefonare.

La ricarica è molto veloce, dura un paio di giorni ed avviene tramite un pratico connettore magnetico che si aggancia alla cassa dell’orologio. La personalizzazione del quadrante è pressoché infinita: secondo il vostro gusto si va dall’indicazione superminimal delle sole 4 cifre di ore e minuti, alle peggiori baracconate cyberpunk, ed il bello è che si può cambiare in un secondo, spaziando tra le decine e decine disponibili sul Play Store. Le applicazioni compatibili con Wear si sincronizzano con l’orologio e le appaiono nel menù dell’orologio.

Il riconoscimento vocale è perfetto tramite Google Now; è possibile fare domande e dettare semplici comandi che vengono riconosciuti senza mai fare errori. Le funzionalità di riconoscimento vocale di Android migliorano di giorno in giorno e questi orologi sono perfettamente al passo: quando si detta un messaggio con una voce e una velocità normale il risultato è sorprendente e con un po’ di pratica si riesce a ottenere anche una punteggiatura decente.

Prima di cominciare ad usare questi oggetti ero scettico sulla loro utilità, ma ci hanno messo poco a conquistarmi: è estremamente comodo ricevere mail, messaggi e notifiche con discrezione senza dover sempre estrarre il telefono; l’uso in auto sfiora la perfezione: si legge il messaggio con una breve occhiata (o un tap se è lungo), e con due swipe si sceglie la risposta da un elenco, oppure la si detta, e viene automaticamente mandata pochi istanti dopo. Se si decide di silenziare il telefono, tutti gli avvisi arrivano tramite una vibrazione al polso che è ancora più discreta di quella del telefono. C’è anche una “modalità cinema” che non fa accendere il display in caso di notifiche. In opzione, è possibile comandare l’orologio tramite una serie di gesture che si sostituiscono agli swipe orizzontali o verticali. Perfino la navigazione di Google Maps appare sul display e permette di arrivare a destinazione senza guardare il telefono: comodissimo quando si è a piedi!

Tutte le operazioni e le risposte sono rapide, fluide e naturali grazie alle prestazioni di ZenWatch, che non ha mai mostrato incertezze, blocchi o rallentamenti. Il collegamento tra ASUS ZenWatch 2 e lo smartphone avviene tramite Bluetooth; la ricezione è ottima e si può anche lasciare l’orologio nella stanza fianco senza perdere la connettività.

In questo momento mi sembra che i produttori non abbiano ancora messo le grinfie sull’interfaccia di Android Wear come purtroppo fanno con i loro telefoni e c’è poca differenza tra un orologio Android e un altro, salvo le prestazioni. La partita si gioca sull’estetica e la qualità, sui cinturini, il display e la durata della batteria. In tutti questi campi a mio parere ASUS ZenWatch 2 eccelle (tranne per il display forse migliorabile) ed è un oggetto che sicuramente può dare soddisfazioni a chi usa intensamente il proprio smartphone Android.

fbNota a margine: è più o meno tutta la vita che aspetto un computer/telefono al polso, e finalmente è arrivato. Adesso tiratemi fuori un jetpack.

Installare WordPress su nginx, PHP-FPM e MariaDB

(Ogni tanto un post come una volta).

La tradizionale architettura LAMP (Linux, Apache MySQL, PHP) su cui si basa la maggior parte delle installazioni di WordPress ha sempre funzionato bene e tutt’ora fa il suo lavoro in maniera egregia. Il problema di questa soluzione sono le prestazioni: su un server poco carrozzato o con siti ad alto traffico la modalità di funzionamento di Apache + PHP tende a saturare le risorse fino a smettere di servire pagine nei casi più estremi.

nginxnginx (pronunciato “enginèx”) è nato qualche anno fa per ottimizzare le prestazioni di alcuni siti russi ad altissimo traffico e si è evoluto fino ad essere una specie di coltellino svizzero delle infrastrutture di servizi. E’ un server dalle molteplici funzioni: è un server HTTP, un reverse proxy, un mail proxy server, un generico proxy TCP e può anche essere utilizzato come bilanciatore di carico. Rispetto ad Apache, come webserver, fa molte meno cose ma le fa moooolto più velocemente; è nato per servire contenuti statici, ma può passare le richieste a un gestore di processi come PHP-FPM. Non parlerò del perché nginx è più veloce di Apache e utilizza meno risorse: è una questione abbastanza complicata che riguarda il modo in cui vengono gestite le richieste dei client. A noi basta sapere che nginx è più veloce e usa meno memoria. Giusto per darvi un’idea: WordPress.com usa nginx come load balancer dal 2008 e già allora un singolo server riusciva a inoltrare 10.000 richieste al secondo verso i server WordPress.com. (!!!!)

Quindi.

Scenario: devi installare WordPress su un serverino a basse prestazioni, magari un VPS economico da 4 euro al mese, oppure hai problemi di prestazioni perché il tuo sito ha troppo traffico e il tuo server fatica a reggere.

Mariadb-seal-shaded-browntext-altLa soluzione potrebbe essere utilizzare nginx, con PHP-FPM, un gestore di processi molto veloce che lavora bene con nginx, e anche in questo caso non ci interessa sapere perché PHP-FPM è più veloce del tradizionale PHP FastCGI. Giusto per variare completamente la ricetta, invece di MySQL server usiamo MariaDB, un fork che funziona bene ed è completamente compatibile. Anche MariaDB è più veloce di MySQL, quindi lo usiamo. (Solo un appunto: un prodotto che vuole affermarsi nel mondo dei db relazionali professionali sceglie un nome come MariaDB e usa una foca nel logo? Mah.)

I requisiti necessari sono: un server appena installato in modalità minimale, senza alcun servizio, e una certa dimestichezza con la riga di comando poiché tutte le operazioni verranno fatte dal terminale. Tutti i software citati sono Open Source. L’accesso può avvenire direttamente dalla console o via SSH, non ha importanza, ed è necessario disporre di un account utente e della password di root. Nell’esempio che segue ho utilizzato una VM su VirtualBox con 768 MB RAM e 8GB HD su cui ho installato Ubuntu 15.10 server a 64bit.

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Il server, in un impeto di fantasia, si chiama “test” e nel seguito del post sostituisci il nome con quello del tuo server. Come prima cosa diamo una botta di apt-get per aggiornare il sistema:

andrea@test:~$ sudo apt-get update && sudo apt-get upgrade

Cominciamo installando nginx:

sudo apt-get install nginx -y

E controlliamo che il servizio funzioni inserendo nel browser http://test (o l’indirizzo IP ottenuto tramite il comando ifconfig se il tuo DNS non lo risolve ancora).

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Installiamo poi MariaDB:

sudo apt-get install mariadb-server mariadb-client -y

E controlliamo che stia effettivamente girando:

sudo service mysql status

Ottenendo

● mysql.service - LSB: Start and stop the mysql database server daemon
Loaded: loaded (/etc/init.d/mysql)
Active: active (running) since...

 

Procediamo quindi a metterlo “in sicurezza”:

sudo mysql_secure_installation

Inseriamo una password per l’amministrazione di MariaDB e accettiamo il default sul resto delle domande.

Continuiamo installando PHP-FPM:

sudo apt-get install php5-fpm php5-mysql -y

E, nuovamente, controlliamone il funzionamento:

sudo service php5-fpm status

Ottenendo:

● php5-fpm.service - The PHP FastCGI Process Manager
Loaded: loaded (/lib/systemd/system/php5-fpm.service; enabled; vendor preset: enabled)
Active: active (running) since...

 

Passiamo ora alla configurazione di tutto il cucuzzaro.  Come prima cosa bisogna dire a nginx di utilizzare un numero corretto di istanze simultanee, e per farlo dobbiamo conoscere il numero di CPU core a disposizione del nostro server. Impartiamo il comando:

cat /proc/cpuinfo

Intorno alla dodicesima riga il mio server dice: cpu cores : 1

Editiamo il file di configurazione di nginx:

sudo nano /etc/nginx/nginx.conf

Sostituiamo il valore

worker_processes auto;

Con

worker_processes 1;

In modo da istruire nginx a utilizzare una sola istanza che corrisponde al core a nostra disposizione. Adatta il valore alle caratteristiche del tuo server. Salviamo il file e passiamo alla configurazione del server HTTP.

sudo nano /etc/nginx/sites-available/default

Prendiamo intanto nota del valore root nella sezione server: indica la cartella in cui andranno caricati i file di WordPress; il default sulle distribuzioni derivate da Debian (come Ubuntu) è /var/www/html e io assumerò che sia quello da ora in poi. Sempre in server, sostituiamo la riga

index index.html index.htm index.nginx-debian.html;

Con:

index index.php index.html index.htm;

E impostiamo servername con il nome del server.

Andiamo quindi nella sezione location ~ \.php$ e “scommentiamo” alcune righe in modo che appaia così:

location ~ \.php$ {
include snippets/fastcgi-php.conf;
# With php5-cgi alone:
# fastcgi_pass 127.0.0.1:9000;
# With php5-fpm:
fastcgi_pass unix:/var/run/php5-fpm.sock;
}

Salviamo e usciamo. Mettiamo a posto l’index di default:

sudo mv /var/www/html/index.nginx-debian.html /var/www/html/index.html

Facciamo ripartire il servizio per recepire le modifiche:

sudo service nginx restart

Ricontrolliamo http://test

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Creiamo un file:

sudo nano /var/www/html/info.php

Inseriamo al suo interno:

<?php
phpinfo();
?>

Usiamolo per controllare che PHP-FPM stia funzionando correttamente: http://test/info.php

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Fin qui tutto bene. Procediamo quindi a installare WordPress.

cd /var/www/html (oppure la server root che avevamo individuato nei passi precedenti)

sudo wget https://it.wordpress.org/wordpress-4.4-it_IT.tar.gz

(Questo è l’indirizzo dell’attuale versione italiana, controlla sul sito che sia quella corretta e la più recente)

sudo gzip -d wordpress-4.4-it_IT.tar.gz
sudo tar -xvf wordpress-4.4-it_IT.tar

Queste operazioni creano la directory /var/www/html/wordpress ma se vuoi installare WordPress nella root, sposta tutti i file da ./wordpress al livello superiore.

Creiamo e configuriamo il database:

sudo mysql -u root -p (attenzione a inserire correttamente prima la pw di root poi quella di MariaDB, se richiesta) e fai attenzione a mettere il punto e virgola alla fine delle righe di comando.

MariaDB [(none)]> CREATE USER 'wordpress-user'@'localhost' IDENTIFIED BY 'una_password_utente';

(“wordpress-user” è lo user del db e “una_password_utente” la sua password.)

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.04 sec)

MariaDB [(none)]> CREATE DATABASE wordpress-db;

Otteniamo: Query OK, 1 row affected (0.01 sec)

MariaDB [(none)]> GRANT ALL PRIVILEGES ON wordpress-db.* TO "wordpress-user"@"localhost";

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.00 sec)

MariaDB [(none)]> FLUSH PRIVILEGES;

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.01 sec)

E finalmente:

MariaDB [(none)]> exit

Ora configuriamo WordPress:

cd /var/www/html/wordpress
sudo cp wp-config-sample.php wp-config.php
sudo nano wp-config.php

Compiliamo i campi necessari:

define('DB_NAME', 'wordpress-db');
define('DB_USER', 'wordpress-user');
define('DB_PASSWORD', 'una_password_utente');
define('DB_HOST', 'localhost');

Compiliamo la sezione chiavi univoche di autenticazione tramite https://api.wordpress.org/secret-key/1.1/salt/ e salviamo uscendo. Navighiamo su http://test/wordpress/wp-admin/install.php e completiamo il processo di installazione di WordPress. Controlliamo che stia funzionando su http://test/wordpress

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Per far funzionare i permalink personalizzati è necessaria un’ulteriore modifica:

sudo nano /etc/nginx/sites-available/default

Se WorpPress è installato in una sottocartella come in questo caso, aggiungiamo una sezione:

location /wordpress/ {
try_files $uri $uri/ /wordpress/index.php?$args;
}

Subito sotto l’ultima che abbiamo modificato prima.

Se WordPress è installato nella root del webserver va solo cambiata la riga try_files nella sezione location / in questo modo:

try_files $uri $uri/ /index.php?q=$args;

Facciamo ripartire nginx:

sudo service nginx restart

Impostamo i permalink personalizzati e controlliamo che funzionino:

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Per far funzionare bene gli aggiornamenti di WordPress, e anche dei temi e dei plugin, modifichiamo il proprietario dei file. Controlliamo che nginx giri con l’utente www-data:

sudo ps -aux | grep nginx

E in effetti una delle righe dice:

www-data  1292  0.0  0.6 125224  4916 ?        S    00:10   0:00 nginx: worker process

Quindi assegnamo a www-data la proprietà dei file di WordPress:

sudo chown -R www-data:www-data /var/www/html/wordpress

Se ci serve installiamo anche PHPMyAdmin:

sudo apt-get install phpmyadmin php5-mcrypt -y
sudo php5enmod mcrypt
sudo service php5-fpm restart

Non scegliamo nessun webserver durante l’installazione di PHPMyAdmin, poi eseguiamo:

ln -s /usr/share/phpmyadmin /var/www/html

E controlliamo che funzioni:

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Congratulazioni! Hai installato WordPress su nginx, PHP-FPM e MariaDB! Questa è una buona base per partire, e la configurazione può essere affinata per ottimizzare le prestazioni e aumentare la sicurezza.

FRITZ!Box 7490

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I prodotti AVM sono una mia vecchia conoscenza: negli anni ’90 ho installato parecchi modem ISDN, e gli AVM erano quelli che funzionavano meglio. Per la mia prima connessione all’internet “moderno” ho usato per un paio di anni una scheda AVM ISDN a 128Kb/s che mi ha dato parecchie soddisfazioni. Per questo quando mi hanno proposto di provare un router AVM di nuova generazione ho accettato con piacere, e adesso vi sto scrivendo attraverso un FRITZ!Box 7490. Come al solito, tutti i dettagli tecnici sono sul sito AVM; si tratta di un prodotto estremamente potente e completo. Come da tradizione della marca tedesca, da sempre molto attiva nel campo della telefonia, ci sono tutta una serie di funzionalità aggiuntive che supportano DECT (fino a 6 telefoni cordless), POTS (due porte per telefono analogico, segreteria o fax) e ISDN (bus S0  per telefoni o centralino ISDN). In pratica FRITZ!Box 7490 può funzionare anche da centralino per piccoli uffici o studi professionali.

fritzbox_7490_anschluesse_it_620x420La connettività è allo stato dell’arte: sono supportate ADSL e vDSL, ci sono 4 porte gigabit ethernet, e la wireless supporta gli standard N e il nuovo AC, velocissimo; completa la dotazione una porta USB 3.0.

Il design e i colori dell’unità sono abbastanza peculiari: la forma arrotondata del frontale e due “pinne” sulla parte superiore la rendono impossibile da impilare. Le spie sulla parte frontale si vedono bene solo se si guarda il router da davanti e da leggermente più in alto, ma non è un grosso problema.

FRITZ BoxL’interfaccia di gestione è “strana” ma non difficile da usare anche se la tipica grafica “tedesca” di AVM non rende giustizia alla quantità e granularità delle opzioni disponibili: diciamo che non ispira rigore e professionalità a prima vista, ma si fa rapidamente perdonare..

La facilità di avvio e prima configurazione sono nella media; nel setup automatico sono presenti i principali provider italiani, ma manca Fastweb. Io ho una connessione Fastweb Joy e i parametri di configurazione sono facilmente reperibili in rete, anche se probabilmente l’operazione potrebbe spaventare gli utenti meno smaliziati. (link1 link2).

Una volta configurato, FRITZ!Box 7490 si comporta benissimo: ci si dimentica di averlo e non c’è bisogno di riavviarlo di tanto in tanto come accade con unità di altri produttori. Il numero di connessioni contemporanee, che spesso rappresenta un punto critico per altri router, è sufficientemente elevato da non causare alcun problema nell’uso di programmi peer-to-peer, la connettività è molto stabile e veloce e le prestazioni leggermente superiori al modem fornito da Fastweb (dato “spannometrico” e senza pretesa di significatività statistica). Le porte Gigabit fanno il loro dovere e sono un plus da non sottovalutare se si collegano NAS e mediaplayer alla propria rete locale. Tutti i più comuni parametri di configurazione (NAT, PAT, DHCP ecc ecc) sono supportati e funzionano egregiamente. C’è una funzione “parental control” abbastanza flessibile che permette di gestire whitelist e blacklist, e la rete è segmentabile per un eventuale accesso “guest”, sia lato LAN che WLAN. FRITZ!Box 7490 espone diverse informazioni diagnostiche sulla connessione che possono essere utili in caso di problemi sulla linea; il livello di dettaglio raggiunge una granularità che non ho mai visto su un apparato SOHO. Come bonus è possibile gestire le connessioni VPN sia per gli utenti che site-to-site.

La sezione Wi-Fi è eccellente; per testare il supporto al protocollo 802.11ac ho utilizzato un dongle USB FRITZ!WLAN Stick AC 430. Le prestazioni sono ottime su tutto lo spettro, dai tradizionali 2,4GHz, ai 5GHz, al 5GHz AC e in questo caso sono quasi confrontabili con quelle del cavo e mi hanno colpito per stabilità e velocità, anche se non ho raccolto dati puntuali. Non ho riscontrato le interferenze che ogni tanto mi capita di trovare con altri access point che ho utilizzato.

La porta USB 3.0 permette di condividere dello storage in rete e di abilitare il servizio Mediaserver per i contenuti immagazzinati; i protocolli supportati sono SMB, FTP e UPnP Audio-Video, oltre al supporto DNLA. Una funzione particolarmente interessante permette di mappare i servizi di storage online che supportano WebDAV e presentarli come se fossero una share di rete: se avete un account ownCloud, è un candidato perfetto per essere usato in questo modo.

Il firmware ha una comoda opzione di autoaggiornamento che funziona egregiamente: alla prima configurazione il sistema controlla la presenza di update e ne propone l’installazione; non ho capito se i successivi controlli devono essere manuali o se c’è una sorta di automatismo.

Insieme a FRITZ!Box 7490 ho testato anche un FRITZ!DECT 200. Quest’ultimo è un dispositivo intelligente che si frappone tra una presa di corrente e la spina di un dispositivo, ne controlla il consumo e permette di gestire accensione e spegnimento sia manuali che impostati tramite una schedulazione. Tutta la gestione avviene tramite l’interfaccia del 7490, che si interfaccia con tutte le periferiche della serie Smart Home tramite il protocollo DECT. Il controllo è possibile anche da uno smartphone con l’apposita applicazione.

In definitiva FRITZ!Box 7490 è un ottimo prodotto, potente, versatile, stabile e molto configurabile. E’ ricco di funzioni e adatto sia all’utente “casuale” che cerca ottime prestazioni da un router e vuole dimenticarsene dopo l’installazione, che ai più esigenti che desiderano avere un controllo particolarmente granulare sulla configurazione; ci sono talmente tante funzioni che non mi viene in mente nulla che sia possibile aggiungere a questo ottimo prodotto. L’interfaccia di gestione è migliorabile, ma è solo una questione estetica. Il prezzo si aggira sui 200 euro: non è poco, ma secondo me li vale tutti.

 

 

Le nuove sfide digitali dell’auto. Tutto sta per cambiare.

Un paio di settimane fa ho partecipato a un incontro Opel in occasione della presenza in Italia della concept car Monza dove Holger Weyer (Chief Designer GM Europe Advanced Design) ci ha mostrato la vettura e ha spiegato come la forma e le soluzioni del prototipo attuale siano frutto di un’evoluzione del design che parte dal dopoguerra e che rispecchia sia l’evoluzione tecnologica che i cambiamenti sociali e culturali che hanno attraversato la storia. L’invito è stato anche l’occasione per presentare l’introduzione in Italia di Opel OnStar, una piattaforma comune a quasi tutti i nuovi modelli della casa che offre una serie di funzioni avanzate di connettività, diagnostica, assistenza e sicurezza. Il sistema che Opel ha presentato permette, tra le altre cose, di controllare remotamente alcuni parametri operativi dell’auto e di effettuare alcune operazioni come geolocalizzazione e blocco/sblocco delle portiere. E’ possibile contattare un operatore umano sia per le emergenze che per informazioni sulla navigazione e il sistema è in grado di lanciare autonomamente un SOS quando rileva un’incidente.

OnStar è stato illustrato da David Voss (Manager International Customer Experience) che ha approfondito le funzioni principali ed è stato molto disponibile a rispondere ad alcune domande che gli ho fatto più tardi. In seguito alle sue spiegazioni ho riflettuto sugli aspetti che mi interessano di più nell’evoluzione tecnologia delle auto. L’argomento mi tocca da vicino: possiedo una Opel e il sistema multimediale è migliorabile in diversi aspetti che riguardano le funzionalità, l’interfaccia e l’usabilità.

Le case automobilistiche stanno per entrare in una nuova fase: tutto quello che fino a oggi si è chiamato “infotainment” sta cambiando radicalmente. Tramite computer, tablet e smartphone siamo abituati ad essere sempre connessi a un ecosistema che ci permette di interagire online e di arricchire le nostre esperienze “offline”. Molti di noi trascorrono parecchio tempo in movimento e il desiderio e la necessità di trasportare in auto il proprio ecosistema sono sempre più diffusi; i produttori di auto sono davanti a una sfida che non è facile affrontare. Google e Apple stanno affinando i loro sistemi per l’auto, e stanno aggiustando il tiro verso un’integrazione sempre più spinta tra smartphone, automobile e servizi di rete.
I costruttori devono gestire la triangolazione tra vettura, utente e produttori di device; software, sistemi multimediali, connessione, meccanica e software di bordo, sistemi di gestione e controllo della vettura, interfaccia utente: tutti componenti che vanno collegati e orchestrati in modo perfetto.
E’ un territorio perlopiù inesplorato: per anni l’automobile è stata uguale a sé stessa, adesso tutto sta cambiando, nessuno è più esperto di altri, tutti devono fare “esperienza” per capire come gestire il cambiamento e dove porre più attenzione.
La partita si gioca su più fronti: da un lato l’interfaccia e l’interazione con l’autista e i passeggeri e dall’altro la sicurezza del sistema nella sua interezza e alla classificazione tradizionale di sicurezza attiva e passiva si aggiunge anche quella informatica, altrettanto critica.
Al momento i sistemi Android Auto e CarPlay sono sostanzialmente una replica sullo schermo di bordo del desktop dello smartphone, limitatamente ad alcune applicazioni abilitate e compatibili, con l’aggiunta di funzionalità di interazione semplificate; in parallelo a questo l’auto ha il suo sistema di connessione, di solito tramite una SIM dati di bordo, tramite il quale offre una serie di servizi e applicazioni orientate al comfort in senso lato e alla sicurezza (sistemi di SOS e simili).
Con il passare del tempo, le informazioni veicolate e presentate all’interno dell’abitacolo saranno sempre di più e il problema di come rappresentarle diventerà sempre più pressante.
Mi spiego: l’utilizzo che siamo abituati a fare dei nostri dispositivi è molto “immersivo”, lo stereotipo delle persone con il naso nello schermo mentre ignorano il mondo circostante è un’immagine molto forte negli ultimi anni; la quantità, qualità e ampiezza del flusso di informazioni a cui siamo esposti richiede un’attenzione che vorrebbe assorbirci completamente a scapito dell’ambiente circostante.
Questo tipo di interazione non è trasferibile verso chi sta guidando un’auto, per motivi assolutamente evidenti. L’attenzione di chi guida non può essere distolta dal controllo della vettura, quindi nasce il problema di filtrare e veicolare, nel modo meno invasivo possibile, tutta la pletora di contenuti e informazioni disponibili.
Gli aspetti decisivi sono due: da un lato è necessario un filtro che decida di volta in volta cosa esporre e quali interazioni permettere, dall’altro è necessario inventare nuovi modi di presentare, nuove interfacce, nuovi linguaggi di rappresentazione, proprio perché tutto il processo deve necessariamente risiedere ad un livello più basso rispetto alle informazioni e alla interfaccia relativi alla guida del veicolo e alla sua sicurezza.
Impostare e “addestrare” questi filtri dovrebbe essere un processo che coinvolge l’utente in modo che possa decidere di volta in volta cosa sia prioritario in un determinato momento.
Faccio un’ipotesi: durante una trasferta sono sicuramente interessato a messaggi, mail e segnalazioni attinenti all’ambito lavorativo, voglio poter comunicare facilmente con colleghi e contatti, voglio le notizie importanti e tempestive su argomenti che mi interessano per svolgere il mio lavoro. Se, invece, sto andando in vacanza potrei essere più interessato a notizie sul territorio, punti di interesse, recensioni e segnalazioni provenienti dai social, network e relative a venue che incontro lungo il mio viaggio; e inoltre voglio rimanere in contatto con amici e parenti.
Tutto questo deve essere “presentato” con una interfaccia che non mi distolga dalla guida.
C’è tutta una “grammatica” nuova da inventarsi; simbologie, interazioni, posizioni, colori, forme, suoni, il tutto studiato in modo da non disorientare le persone, cercando di mantenerle in un ambiente a loro familiare, esattamente come quando entriamo per la prima volta in un’auto nuova: anche se non conosciamo quel particolare modello, siamo perfettamente in grado di trovare i comandi e guidarla senza difficoltà.
L’affascinante cruscotto di Opel Monza comincia ad esplorare questi aspetti con tre modalità di funzionamento: ME, WE, ALL, tramite le quali è possibile selezionare la quantità e il tipo di informazioni che arrivano dall’esterno e che vengono rappresentate sulla plancia del prototipo.

L’argomento è di una complessità affascinante ed è un mondo tutto da inventare; le case automobiliste sono brave con le interfacce che riguardano strettamente la guida e il controllo della vettura, ma il digitale è evidentemente un campionato del tutto diverso, dove servono competenze e professionalità che fino ad oggi sono state estranee o al limite ai margini della grande produzione automobilistica.

Anche la sicurezza presenta un lato tutto nuovo: nel momento in cui la vettura è connessa alla rete e alcune funzionalità sono accessibili dall’esterno, è necessario assicurarsi che nulla possa sfuggire di mano. Non voglio pensare cosa potrebbe succedere nel caso qualcosa andasse storto: in questi giorni il web è pieno di notizie che paventano la possibilità che malintenzionati assumano il controllo di una vettura, con conseguenze abbastanza inquietanti. Se vi spaventa il pensiero che qualcuno violi il vostro computer, lo infetti, e ne assuma il controllo, pensate se la stessa cosa succedesse alla vostra auto mentre la state guidando: non è un pensiero rassicurante.

Le infrastrutture, i processi, i protocolli, tutto è nuovo, tutto è da capire e in parte da costruire; ed è proprio questo che ho chiesto a David Voss: come viene affrontata la gestione della sicurezza? Mi ha assicurato che Opel ha perfettamente chiara la criticità dell’argomento, che ha acquisito competenze e professionalità provenienti dai mondi IT e security e lavora in contatto con aziende aeronautiche con le quali effettua test e benchmark per garantire la massima sicurezza possibile.
Ho cercato di scendere un po’ più nel dettaglio, ma non ha voluto o potuto dirmi se i protocolli utilizzati sono proprietari o basati su standard industriali, né sono riuscito ad avere informazioni sull’architettura del sistema.

Sarebbe interessante capire se in un contesto che coinvolge in maniera così critica e diffusa la sicurezza delle persone ci siano da considerare anche aspetti normativi e legislativi: esattamente come il codice della strada prescrive che, per esempio, gli pneumatici debbano essere omologati e con un accettabile livello di usura, allo stesso modo dovrebbe esigere che l’accesso alle funzioni “sensibili” della vettura sia protetto in maniera adeguata, con policy accettabili, condivise e standardizzate. E auspicabilmente tramite protocolli aperti, conosciuti e diffusi.

E in tutto questo non abbiamo neppure sfiorato la probabile evoluzione in un futuro a medio termine: le auto dotate di sistemi di guida autonomi, che secondo me saranno un piccolo incubo per chi si occupa di sicurezza e di legislazione.