Cronache da una pandemia, S01E09

Sono trascorsi alcuni giorni durante i quali ho lavorato, sono uscito, ho fatto un giorno di ferie. Dopo settimane, il lavoro da casa è la nuova normalità: le telefonate sono le stesse, le videoconferenze pressoché uguali, le pause caffè sono le stesse, salvo il fatto che la moka impiega più tempo della macchina in ufficio o della scappata al bar sottostante. Quello che cambia è che lavoro in tuta, spettinato e con la barba lunga, quindi non accendo mai la webcam. Il mio è il lavoro di Schrödinger: nel mese di marzo ci sono state disposizioni di fare almeno 8 giorni di ferie per me che ho tanti arretrati. Le ho segnate, ma diversi progetti non possono attendere e neppure perdere due giorni a settimana, così ho detto al capo del mio capo “Ne ho tante, sono tempi complicati per il lavoro: le segno ma lavoro lo stesso”. “No, non devi: le ferie sono sacre.” (Il CDMC è un tipo OK) – “Allora le faccio?” – “Eh, ma ci sono delle scadenze” – “Vedi tu, poi recuperi, non so.”. Al momento ho deciso che lavoro e mi prendo delle mezze giornate nei momenti di stanca, che non sono molti ma ce ne sono. Sotto le tre telefonate lo considero ferie.

Ho appena trovato questa frase che mi ha fatto riflettere:

La quarantena non è uguale per tutti: dipende dai metri quadri,
da balconi e terrazze,
dai computer disponibili per le lezioni dei figli,
dagli abbonamenti streaming
e dalla capacità di tenere il frigo pieno non lavorando.
Ché persino ingannare il tempo a fare torte non è un lusso per tutti.

Credo che sia molto vero; l’unica cosa che accomuna tutti è la paura di ammalarsi, quello che succede prima e dopo dipende da molti privilegi che spesso si danno per scontati. Mi sento fortunato ad avere un giardino dove poter stare all’aperto, a poter lavorare in sicurezza, ad avere il lusso di ingannare il tempo facendo pizze e focacce. C’è il timore che la crisi sanitaria, economica, logistica e sociale ci trasformi, ci faccia peggiorare, ci renda ostili verso tutti. Per adesso, negli scarsi contatti che ho avuto con il mondo esterno, con i vicini e con gli amici, ho trovato tutto l’opposto: persone gentili, grate a chi è in prima linea a fare il proprio lavoro diventato improvvisamente pericoloso; non mi era mai successo nella vita che uno sconosciuto mi chiedesse come sto, e nell’ultimo mese mi è già successo due volte.

La seconda volta è stato stamane, c’era un tale che puliva le sterpaglie nella proprietà confinante con la mia. Gli ho chiesto se aveva intenzione di fare un orto: “No, è terreno di Bruno” (uno dei vicini) “Sono trent’anni che nessuno pulisce qui e gli faccio un piacere, oggi sono a casa.” Scambiamo due parole, e gli chiedo se lavora o se sta casa e basta. “Sono una guardia giurata, lavoro molto ultimamente. Solo nell’ultima settimana ho beccato sei topi d’appartamento. Ce ne sono moltissimi in questo periodo di case abbandonate. E nessuno mai parla del nostro lavoro, nessuno ci ringrazia per la protezione che offriamo.” Lo ringrazio io, per quel che poteva valere; e lui poi mi chiede “Lei come sta, comunque?”. Che impressione. Dopo 10 minuti gli ho portato dell’acqua.

Lo steccato del vicino qui sopra

Mentre buttavo la spazzatura ho scambiato due parole con un tipo anziano che ha una specie di magazzino sulla strada; è un po’ naive, si capisce che non ha studiato molto e deve aver avuto una vita un po’ rock’n’roll, a giudicare dai vecchi tatuaggi brutti e stinti che ha su mani e avambracci. Ha appeso bandiere e cartelli e mi racconta che secondo lui ce la faremo, alla faccia di “quelli che c’hanno messo ‘sto virus”.

Le uscite sono sempre per le solite cose: la spesa e/o vedere mia madre. Le code per entrare al supermercato sono lunghe, ma le prendo con filosofia. Per ora qui si trova tutto tranne alcool denaturato, mascherine e gel disinfettante. Ho fatto una breve uscita con Chuby, sentendomi in colpa perché non ne ha veramente bisogno, con tutto il giardino a disposizione. Ma camminare mi distende e lenisce leggermente la sofferenza di non correre.

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