Dima

Dima ha 9 anni, e non ha mai visto il mare da vicino.
Siamo capitati in spiaggia quasi per caso, e non abbiamo nulla: né asciugamano e neppure un costume.
Guarda l’acqua che si muove placida e sorride, cercando lo sguardo di sua madre, come a dire: “Hai visto? Guarda! Guarda!”; Gli faccio capire di levarsi le scarpe e avvicinarsi all’acqua, tanto ha i pantaloni corti.
Avete mai visto i cuccioli di cane che vanno al mare per la prima volta? Sì avvicinano sospettosi, per poi retrocedere diffidenti quanto le increspature si avvicinano: una specie di passo a due con l’acqua per fare conoscenza con l’ignoto.
Dima fa lo stesso: avanza, retrocede, ride e guadagna confidenza ad ogni onda.
Il passo successivo è inevitabile: via la maglietta, via i pantaloncini e via in acqua.
Ho un sospetto che la madre mi conferma: questo bambino, che abita a sette ore di auto dal mare, sta facendo il primo bagno della sua vita.
Mi guarda affascinato quando faccio rimbalzare un sasso sulla superficie dell’acqua, lui non lo sa fare, non l’ha mai visto: cos’è questo prodigio?
E salta, ride, squittisce, gioca con le onde, il sorriso gli illumina il viso e la sua gioia è contagiosa: tutti ridiamo, anche una signora di mezz’età che sta godendo del sole sulla battigia e ha capito cosa sta succedendo.
Se mai avessi avuto un dubbio su cosa fosse un attimo di felicità, quello a cui sto assistendo lo ha fugato del tutto.
Faccio un pieno di gioia, sicuro che questo ricordo rimarrà indelebile, forse più per me che per lui.
Dima ha 9 anni e finalmente ha visto il mare. Continua a leggere

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Stracci

È difficile essere me.

Ho comprato al brico una confezione di stracci sotto vuoto da 2 kg; “Pezzame stracci cotone”, lo chiamano. Una volta aperto si è rivelato una raccolta multicolore di brandelli di vecchie t-shirt, camicette leggere e pantaloncini di cotone di varie taglie e fogge. Profumano di bucato, quel profumo antico di sapone di Marsiglia e lavaggi a mano sull’asse di legno (reality: probabilmente solventi industriali con aromi sintetici). E io mi faccio dei film sulle povere persone che vivono in una tale miseria da dover vendere i propri vestiti per rimediare un tozzo di pane. Pieni di dignità, portano le loro povere cose al mercato, dopo averle lavate con cura, ignare che saranno destinate a diventare stracci per una parte di mondo molto più fortunata di loro. Continua a leggere

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Cronache da una pandemia, S01E13

Quando le aziende cominciano a crescere, a essere strutturate, ad avere un mercato e un fatturato abbastanza sostanziosi, cominciano a porsi delle domande. “Su cosa mi appoggio per erogare i mei servizi e creare i miei prodotti? Cosa succederebbe se, improvvisamente, sparissero le infrastrutture che utilizzo? In parte? Completamente? Cosa succede se arriva un terremoto? Se scoppia un incendio? Se tutte le strade che portano ai miei uffici e/o fabbriche si interrompono? Se non arriva più l’energia elettrica? E se il Cialtronistan ci dichiarasse guerra e sganciasse una bomba sui nostri edifici?” Continua a leggere

Cronache da una pandemia, S01E12

Sembra una banalità, ma lo è meno di quello che sembri: mi mancano le piccole cose, i gesti che mi concedevo, i momenti che trovavo per caso, gli imprevisti trascurabili e le stupidaggini insormontabili. Non c’è nessuna consolazione nel fatto che ho sempre avuto l’acuta percezione delle decine di momenti perfetti, di bagliori improvvisi, di inciampi del pensiero che mi portavano via e mi lasciavano stordito e incosciente in un luogo della mente diverso da pochi attimi prima.

Prendi una cosa stupida e comune come guidare. Guidare di notte, con calma, nella dolcezza tiepida della notti di primavera, con tutta l’iconografia stereotipata che ho sempre alimentato consapevolmente, perché aggiunge gusto al gusto. Il finestrino abbassato con il braccio fuori, la musica che deve essere proprio quel brano, le luci della notte che stendono un manto lucido sulle auto. Quelle robe lì, che hai visto e vissuto mille volte ma ogni volta ti danno lo stesso piacere. Continua a leggere

Cronache da una pandemia, S01E11

Sono tempi strani e oggi voglio parlare di una cosa dolorosa e circolare che mi appesantisce il cuore, il fisico e l’umore.

Questo brano immenso fa parte di un disco immenso e ci sono stati periodi della mia vita in cui diverse parti di esso mi hanno strappato di volta in volta il cervello, il cuore e le viscere e li hanno messi in un tritacarne.

I’ve got wide, staring eyes

And I got a strong urge to fly

But I got nowhere to fly to

C’è una frase in particolare che mi ha sempre comunicato l’angoscia, la tristezza e la stanchezza: “Got those swollen-hand blues”. La tristezza delle mani gonfie. Continua a leggere