Turin Marathon 2015. Del quando le cose sono peggiorate improvvisamente.

Dopo una notte di diluvio universale, alle 7 del mattino il cielo è terso e non si vede una nuvola. Arrivati in centro prendiamo l’ultimo caffè e mi preparo per la partenza. C’è meno gente di quanta me ne aspettassi: l’organizzazione dichiarerà poi 2500 iscritti. Mi unisco al gruppo, la temperatura è perfetta, ci saranno 15/16 gradi e il sole intiepidisce l’aria, vento completamente assente.

La partenza è in orario e non c’è molta ressa: mi aspettavo il solito show di gomitate e di gente che ti taglia la strada, invece è tutto molto ordinato e la gente è tranquilla. Continua a leggere

Di piedi e di ali

Nella corsa quasi tutto è “interno”, dipende da te stesso, ti arriva da dentro, la ottieni con tempo, pazienza, impegno e a volte sofferenza. La maggior parte dei fattori “esterni” sono irrilevanti: di condizioni atmosferiche, circostanze, sfighe, e inconvenienti di varia natura è inutile preoccuparsi, tanto si tratta di cose al di fuori del tuo controllo. Le scarpe sono uno dei pochi fattori esterni che puoi controllare, il che spiega perché chi corre è così attento alle scarpe, al punto da esserne quasi ossessionato. Una scarpa può fare la differenza tra il poter e non poter correre, tra la salute e l’infortunio, tra la sofferenza e la corsa senza preoccupazioni.
Per trovare la scarpa adatta ci vogliono tempo, buoni consigli, prove, errori e fortuna.
Quando pensi di averla trovata vorresti sempre che fosse nuova, efficiente, pulita e comoda come il primo giorno, e invece con rammarico ti accorgi che giorno dopo giorno, uscita dopo uscita, le tue scarpe invecchiano e deperiscono come se assorbissero tutte le sofferenze che ti hanno risparmiato durante l’arco della loro esistenza. Quando hanno terminato la loro carriera a volte le ricicli per passeggiare o per lavorare in giardino o semplicemente le butti perché ne hai già troppe e sono davvero malridotte; queste le ho buttate: avevano sul groppone 10 mesi di attività e quasi 1.000 Km ed erano addirittura bucate sulla punta. Per un capriccio del caso hanno avuto una sepoltura abbastanza simbolica: sono finite in un cassonetto di Atene, e la culla della maratona mi è sembrata una degna fine per un paio di scarpe da corsa. Grazie. Continua a leggere

Buio

Ti alzi quando fuori è ancora buio, ti prepari velocemente ma seguendo il solito rituale: scarpa destra, doppio nodo, scarpa sinistra, doppio nodo. Allacci l’orologio, esci nell’umido del mattino e l’aria ti saluta con il suo abbraccio un po’ freddo.

Non sai come andrà, non lo sai mai; a volte bene a volte meno bene. Oggi non hai sensazioni particolarmente belle, ma non importa: ogni uscita ha le sue ragioni e il suo carattere, quello che sai per certo sono due cose.
La prima è che sei partito e quindi arriverai in fondo, e l’altra è che dopo starai bene. Ogni volta ti sorprende pensare che, fatto il primo passo, tutto il resto è automatico e stabilito; è come se avessi già finito nel momento in cui inizi. Continua a leggere

L’uomo che correva ridendo

L’uomo che correva ridendo si guardava attorno e respirava l’odore della mattina tiepida d’estate. L’aria era il carburante che gli gonfiava il petto e muoveva le sue gambe, le cose che vedeva lo facevano sentire parte del tutto. E per questo rideva.

L’uomo che correva ridendo ascoltava musica. La musica era bella, era un onda che lo trascinava, era un vento che lo spingeva, era un compagno che lo incitava.

L’uomo pensava che correre era l’unica cosa possibile, in quel luogo, in quell’istante. Era inevitabile. Continua a leggere

L’aeroporto di Algeri si fregia della qualifica di “internazionale”

La settimana scorsa sono stato ad Algeri per lavoro; la parte difficile è stata tornare a casa.

In Algeria i servizi non sembrano brillare per velocità, e quindi ci premuriamo di arrivare all’aeroporto con abbondante anticipo. Già fuori della porta la prima coda: per entrare bisogna subire il primo di una serie infinita di controlli. Metal detector e perquisizione.

Una volta all’interno ci mettiamo in coda per il checkin Alitalia. Le procedure sono lentissime, dopo quasi un’ora di coda scopriamo che i terminali hanno problemi da tre giorni e si aspetta una parte di ricambio da Parigi. Metà dei checkin è fatta a mano, il nostro banco ha anche la stampante di etichette rotta e ogni volta la tipa deve chiedere al collega. I nomi dei passeggeri vengono cercati su un tabulato fatto con una stampante ad aghi, che gli impiegati si passano da un banco all’altro. Tutto è molto caotico e tutti sembrano disorientati. Litigo col caposcalo che vorrebbe spedire il mio bagaglio a mano perché è 3 kg oltre il consentito. Io non mi sento sicuro a lasciare il mio bagaglio a queste persone con un’etichetta fatta a penna. Per fortuna la spunto. Continua a leggere