Jin, che balla per la primavera.

Jin, che balla per la primavera.

Il percorso dell’Acquedotto Storico passa proprio sopra casa mia, ed è lì che, con l’arrivo della bella stagione, vado a correre la mattina.

In uno piccolo slargo ombreggiato dal bosco sovrastante, mi capita ultimamente di incontrare una ragazza. O meglio: una donna orientale a cui, come spesso accade a noi occidentali, non saprei dare un’età precisa; più di 18 e meno di 40? Vestita normalmente, telefono d’ordinanza, cuffiette.

Jin, come ho scelto di chiamarla (non so nulla di lei, non ho idea di come si chiami), ha un’aria sognante, un sorriso che le illumina il volto e, soprattutto, balla.

Ai mei occhi, profani, sembra che balli ispirandosi alle danze tradizionali: poche e lente movenze accompagnate con le braccia come se queste fossero adagiate sulle nuvole. Sembra celebrare la primavera e il profumo dei gelsomini.

Io passo corricchiando, le faccio un cenno di saluto, che ricambia, e continuo le mie fatiche senza fermarmi (e come potrei senza essere inopportuno, disturbarla o metterla in imbarazzo?). Eppure sono rapito dalla serenità che Jin mi regala con il suo atto spontaneo, con la sua leggerezza.

Ogni volta che sto per arrivare al solito posto mi chiedo: “Jin ci sarà? Starà sempre ballando?”, sperando nel suo leggero sorriso e nella sua danza che, per alcuni istanti, mi dona un senso di pace ed armonia.

Non so nulla di Jin e nulla voglio sapere, preferisco pensare che sia lì perché è felice e perché vuole regalare la sua danza al mondo e a me, che sto passando.


Una replica a “Jin, che balla per la primavera.”

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