Terza Savona Half Marathon 2017

Puntuale come le tasse, vi beccate il resoconto della Mezza Maratona di Savona che ho corso la scorsa domenica. In realtà ho realizzato che scrivo questi appunti di corsa più per me che per voi, per non perdere memoria delle mie sensazioni e di come ho finito le gare a cui partecipo. Quindi….

Arriviamo a Savona con Fabrizio circa un’ora prima dell’inizio della gara e parcheggiamo senza problemi. fissiamo i pettorali che Fabrizio ha ritirato il giorno precedente, finiamo di prepararci con calma e ci avviamo verso il deposito, dove lasciamo le borse dopo una sosta al bar e un pit stop strategico, e ci avviamo con calma verso la zona di partenza. Continua a leggere

Terza Half Marathon Chiavari 2017

Sabato 17 giugno ho corso la mia 21ª Mezza Maratona, a Chiavari.
E’ una notturna, si parte alle 20:17; nei giorni precedenti il regolamento indicava le 18 come orario di chiusura del ritiro pettorali (scopriremo troppo tardi che è stato prolungato fino alle 19:45) e alle 17:45 ritiriamo i nostri.
Le ore che ci separano dalla partenza se ne vanno in chiacchiere e relax su una panchina all’ombra. Caffè, pit stop in bagno, vestizione di rito, e poco dopo le 20 siamo nel gruppone che aspetta la partenza.
Il fattore che condiziona tutto è il caldo: siamo nella giornata più calda del giugno più caldo da anni a questa parte e il sole ci schiaccia contro l’asfalto.
Scopriremo (dopo, per fortuna) che alla partenza ci sono 35 gradi. 35. gradi.

Ci aspettano 21 chilometri di corsa in un forno.

Alla partenza la prendiamo calma, il sole ci acceca e dobbiamo districarci dalla folla.
Una delle delle mie preoccupazioni sono i crampi da disidratazione: ho cercato di prevenirli il più possibile bevendo molta acqua e sali minerali negli ultimi due giorni.
Il percorso è un anello di 7 chilometri da percorrere tre volte ed è una cosa che potrebbe aiutarmi psicologicamente, vedremo.
Il tracciato si snoda tra il lungomare, il centro di Chiavari e il lungofiume, ma ne parliamo dopo.
Al secondo chilometro rimango solo perché Corrado decide di rallentare per fare economie, io continuo con il mio ritmo. Fabio lo abbiamo perso alla partenza, purtroppo, e non sappiamo dove sia.
Per il primo giro le cose vanno sostanzialmente bene: non ho alcuna velleità e cerco di traccheggiare con un ritmo sostenibile fino alla fine: al terzo chilometro sono andato troppo veloce ed ho deciso di rallentare per precauzione. Al primo passaggio stacco un tempo di 40 minuti esatti, e comincio il secondo con circospezione, anche perché la fatica sta arrivando presto. Ho molto caldo.

Il percorso non mi piace: non capisco perché in un posto come Chiavari non si corra tutto sul mare: i pezzi in città non sono un granché a parte, forse, le parti nelle zone pedonali, ma lì fa molto caldo e non c’è ventilazione. Per i 7 chilometri dell’anello, meno di 2 sono sul mare e mi sembra un peccato.

Un po’ di crisi al decimo: mi fa male una chia… un gluteo che mi da noie da qualche giorno, ingoio una dose di Tachipirina e nel giro di pochi minuti il problema rientra. (La Tachipirina non risolve nulla, ma almeno non fa male e ti toglie il dolore per un po’)
Al giro di boa del km 11 faccio un minimo di bilancio: il caldo è opprimente, corro come se fossi immerso nella melassa, sto bene fisicamente ma sono già molto affaticato: il caldo è una tassa esosa che sottrae molte risorse.
Il tempo del secondo giro mi conforta: altri 40 minuti esatti. Non è un granché ma almeno sono consistente.
Comincio l’ultimo giro con poca benzina e capisco da subito che per questi ultimi 7 chilometri devo tirare fuori qualche coniglio dal cappello. Le armi a mia disposizione sono lo zen e la tigna: non è che posso dargliela vinta a ‘sto caldo demmè. Innesto il pilota automatico, cerco la massima astrazione dei miei pensieri conto ossessivamente i respiri da 1 a 8 in un mantra ipnotico che mi isola in un limbo, le gambe mi seguono perché io continuo ad andare avanti e, soprattutto, non esiste che io abbandoni. Il meccanismo psicologico che mi spinge è il tempo sotto le due ore: dato per scontato che abbandonare non è un’opzione, l’obiettivo è correre il terzo giro un minuto più rapido degli altri due: 40 +40 + 39 = 1h 59m.
E’ difficile, fa caldo, soffro molto, è buio e il percorso non mi piace. Mi sembra di correre trattenuto da un peso. Ho già detto che fa caldo?

Dopo molta sofferenza e tanto sudore raggiungo il cartello dei 20, arranco fino al 21 ripetendomi “manca poco manca poco manca poco”. Mi servono quei 39 minuti, non posso mollare ora. Da lontano carco di scorgere il tabellone col tempo: non lo vedo bene, ma forse….
Decido di non mollare proprio ora, tanto alla peggio vomito all’arrivo.
Gli ultimi 100 metri durano una vita ma finalmente vedo bene il tempo: taglio il traguardo a 1h59m04s, mi appoggio a una transenna e incredibilmente non do di stomaco. Sono fradicio, come se mi fossi buttato in mare vestito.
Ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta non abbandonare e a finire sotto le due ore. La temperatura adesso è di 28 gradi e ho appena finito una delle mezze maratone più difficili che abbia mai corso.

Con il senno di poi, capisco che bere, assumere sali e riposare sono una stragegia che paga sempre.

E’ la mia mezza più lenta di sempre, ma solo l’averla finita è un successo e ne sono comunque soddisfatto.

13a Mezza Maratona di Genova

La mia 19a mezza maratona, la prima del ciclo “La nuova me”.

La Mezza di Genova è una della mie preferite, ci sono affezionato, è la corsa della mia città; si corre in posti belli, in gran parte sul mare; si corre sulla sopraelevata, che per il resto dell’anno è interdetta ai pedoni e per un giorno vede la situazione ribaltata: gente felice che festeggia, sorride, corre.

Arrivo nella zona della partenza con un bel sole e temperatura mite, una di quelle giornate dolci e tiepide che Genova ti regala in primavera: tempo splendido per correre. Continua a leggere

ASUS ZenWatch 2

ASUS ZenWatch 2Grazie al solito Massimo, ho avuto modo di provare per un paio di settimane un ASUS ZenWatch 2. Si tratta di un orologio Android Wear di ultima generazione, con uno schermo lucido da 1.63″ e un bel cinturino in pelle; la cassa è in metallo brunito e la costruzione sembra robusta. Tutti i materiali sono di ottima qualità e l’assemblaggio è perfetto. Dal modo in cui è fatta la cassa credo che si possa adattare un cinturino normale di misure standard. L’ho testato potendolo paragonare al mio Sony SmartWatch 3, di sui sono soddisfatto.

Il display è sufficientemente luminoso, anche se la risoluzione non è sufficiente a eliminare del tutto un leggero effetto “sgranato” al quale ci si abitua, ma si percepisce che la tecnologia di oggi sarebbe in grado di far meglio di così.

Il punto chiave è in realtà Android Wear, che si integra perfettamente con uno smartphone Android, permette di rispondere alle mail sia a voce sia tramite risposte preconfezionate, di rispondere ai messaggi delle applicazioni di messaging supportate (Es: SMS, Messenger, WhatsApp, Hangout) semplicemente dettando e in alcuni casi (WhatsApp) anche di creare direttamente un messaggio. Naturalmente notifiche e interazioni con lo smartphone sono perfettamente supportate. ZenWatch 2 è dotato di un microfono con cui si può anche telefonare.

La ricarica è molto veloce, dura un paio di giorni ed avviene tramite un pratico connettore magnetico che si aggancia alla cassa dell’orologio. La personalizzazione del quadrante è pressoché infinita: secondo il vostro gusto si va dall’indicazione superminimal delle sole 4 cifre di ore e minuti, alle peggiori baracconate cyberpunk, ed il bello è che si può cambiare in un secondo, spaziando tra le decine e decine disponibili sul Play Store. Le applicazioni compatibili con Wear si sincronizzano con l’orologio e le appaiono nel menù dell’orologio.

Il riconoscimento vocale è perfetto tramite Google Now; è possibile fare domande e dettare semplici comandi che vengono riconosciuti senza mai fare errori. Le funzionalità di riconoscimento vocale di Android migliorano di giorno in giorno e questi orologi sono perfettamente al passo: quando si detta un messaggio con una voce e una velocità normale il risultato è sorprendente e con un po’ di pratica si riesce a ottenere anche una punteggiatura decente.

Prima di cominciare ad usare questi oggetti ero scettico sulla loro utilità, ma ci hanno messo poco a conquistarmi: è estremamente comodo ricevere mail, messaggi e notifiche con discrezione senza dover sempre estrarre il telefono; l’uso in auto sfiora la perfezione: si legge il messaggio con una breve occhiata (o un tap se è lungo), e con due swipe si sceglie la risposta da un elenco, oppure la si detta, e viene automaticamente mandata pochi istanti dopo. Se si decide di silenziare il telefono, tutti gli avvisi arrivano tramite una vibrazione al polso che è ancora più discreta di quella del telefono. C’è anche una “modalità cinema” che non fa accendere il display in caso di notifiche. In opzione, è possibile comandare l’orologio tramite una serie di gesture che si sostituiscono agli swipe orizzontali o verticali. Perfino la navigazione di Google Maps appare sul display e permette di arrivare a destinazione senza guardare il telefono: comodissimo quando si è a piedi!

Tutte le operazioni e le risposte sono rapide, fluide e naturali grazie alle prestazioni di ZenWatch, che non ha mai mostrato incertezze, blocchi o rallentamenti. Il collegamento tra ASUS ZenWatch 2 e lo smartphone avviene tramite Bluetooth; la ricezione è ottima e si può anche lasciare l’orologio nella stanza fianco senza perdere la connettività.

In questo momento mi sembra che i produttori non abbiano ancora messo le grinfie sull’interfaccia di Android Wear come purtroppo fanno con i loro telefoni e c’è poca differenza tra un orologio Android e un altro, salvo le prestazioni. La partita si gioca sull’estetica e la qualità, sui cinturini, il display e la durata della batteria. In tutti questi campi a mio parere ASUS ZenWatch 2 eccelle (tranne per il display forse migliorabile) ed è un oggetto che sicuramente può dare soddisfazioni a chi usa intensamente il proprio smartphone Android.

fbNota a margine: è più o meno tutta la vita che aspetto un computer/telefono al polso, e finalmente è arrivato. Adesso tiratemi fuori un jetpack.

La Mezza Della Baia Del Sole, e le cose che non vanno mai come ti sei immaginato.

Mezza Baia Del SoleQuest’anno va così: mi è venuta voglia di fare un po’ di gare e sono alla sesta mezza da marzo. Questa è la Mezza Della Baia Del Sole, un nome altisonante per una gara che si corre al sabato sera in una bella zona del Ponente Ligure, tra Alassio e Laigueglia.

Arrivo abbastanza presto per ritirare il pettorale, prepararmi e consegnare la borsa che mi verrà restituita all’arrivo a Laigueglia, mentre la partenza è ad Alassio. La gara consta di un tracciato da percorrere due volte, tra l’Aurelia, i caratteristici caruggi e la passeggiata sul mare. Piove, e mi riparo in macchina sbocconcellando una banana e una barretta aspettando che arrivi il momento di raggiungere la partenza. Per fortuna il tempo migliora e mi ritrovo con altre 650 persone in attesa dello sparo, perlopiù locali e lombardi calati sul mare.

Complice la scarsa voglia di allenamenti estenuanti, il piano di battaglia prevede di lasciare andare le gambe e correre rilassato per godere del panorama e del percorso, ma come sanno tutti le gare sono come le scatole di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita (mi sono spremuto per regalarvi questa originalità). Parto più veloce di quello che avevo immaginato, ma non me ne curo e prendo quello che viene, secondo il nuovo corso che ho intrapreso recentemente.

Partiamo imboccando strade laterali che onestamente non sono un granché, ma dopo una doppia curva arriviamo sulla passeggiata di Alassio tra gli “ohhhh ahhhh” dei lombardi che sembra non abbiano mai corso sul mare. Tra me e me li sbeffeggio: “la nebbiaaaa, c’avete solo la neeeeebbiaaaaaa”. Arriviamo in fondo al porticciolo e invertiamo la marcia per oltrepassare Alassio e tornare verso Laigueglia. Per ora continuo a superare gente: come al solito sono partito molto indietro e mi lascio alle spalle un bel po’ di persone, e sarà così per tutto il resto della gara.

Dopo lungomare e statale imbocchiamo i caruggi di Laigueglia; la particolarità di questa mezza è che si corre letteralmente in mezzo ai turisti e alla gente che passeggia davanti ai negozi. Per fortuna, grazie all’efficientissimo servizio d’ordine, la folla non mi ha mai dato fastidio, e c’è davvero tanta gente che incita, applaude e sembra felice di vederci correre. I bimbi sono i più coinvolti: ci aspettano tutti con le braccia tese per ricevere “il cinque”, ed è uno spettacolo davvero bello.

A questo punto è appena cominciato il rientro verso Alassio, mi trovo sul caratteristico lungomare di Laigueglia in mezzo alla gente e ai localini estivi, e sono circa al km 9. Improvvisamente qualcuno decide di piantarmi un pugnale subito sotto il gluteo sinistro; da zero a “male cane” in un decimo di secondo e non capisco cosa stia succedendo: dolore lancinante in un posto dove non mi ha mai fatto male never ever, e per dieci secondi rischio anche di cadere, un po’ per la sorpresa un po’ perché perdo un paio di colpi. Forse è un lombardo che si vendica per lo sfottò.

Ok, le cose cominciano a farsi interessanti: credevo di traccheggiare fino all’arrivo e invece mi trovo con un problema da risolvere. Faccio mente locale e calo l’asso: ho in tasca una dose di Tachipirina orosolubile (Nobel all’inventore, subito). Dice: “Perché ti porti la Tachipirina quando corri?” – “Molto da apprendere ancora tu hai, o mio giovane Padawan“. Apro la bustina con i denti e ingollo la polverina mentre un paio di bontemponi davanti a uno Spritz mi apostrofa urlando: “Doping! Doping!“. (Tutto vero.)

Faccio il punto della situazione mentre il percorso si snoda in duemila curve sulla passeggiata a mare: ho ancora una dozzina di chilometri da fare, il fiato è a posto, mi sento bene e ho ancora benzina per finire la corsa con tranquillità, peccato per questo maledetto pugnale infilato in una chiappa che mi fa quasi zoppicare. Rallento con circospezione per vedere cosa succede e qualcuno di quelli che ho superato mi riprende. Decido di usare la solita tecnica: ignorare il dolore, non sono problemi miei, io corro, e se contino a correre vuol dire che il dolore non è abbastanza forte. Vediamo chi si stufa prima.

Patisco un po’, ma dopo un paio di chilometri il dolore retrocede a fastidioso bruciore e posso continuare abbastanza bene; il ritmo non è più quello di prima ma chissene, ho comunque ripreso a superare la gente e l’aria profuma di gelsomino, di mare e di fiori, mentre cala il buio della sera. Da qui in poi non sarà una grande prestazione, ma prendo  quello che viene contento di riuscire a continuare.

Rientriamo in Alassio e i profumi di prima lasciano il posto all’odore di pizza e frittura di pesce che arriva dai tavoli dei locali; corriamo a un metro dalla gente che si scofana le meglio cose e affoga il fine settimana nei Negroni, ma fin qui nessun inconveniente. Secondo giro del porto, e via di nuovo verso Laigueglia. Accosto e supero lentamente due ragazze che corrono affiancate con le maglie uguali, viola, e un passo da metronomo; pensavo di accodarmi a loro ma alla fine riesco a passare.

Il dolore si ripresenta a ondate, cerco di resistere e fare lo gnorri forzando un poco il ritmo; le vie si susseguono e ormai non manca molto all’arrivo. Comincio a essere un filo provato ed effettivamente il chilometro 19 sarà il più lento di tutti; dal ventesimo in poi raccolgo l’ultima forza di volontà che mi rimane e cerco di finire degnamente, mentre mi sembra sempre di più di correre nella melassa: le mie gambe pensano di andare forte, ma non è vero. Intorno al ventesimo mi sorpassano le tipe con le maglie viola. Mentre mi affiancano sento il loro odore: come facciano ad essere profumate dopo 1 ora e 45 minuti di corsa non è dato sapere, è il Primo Mistero Della Traspirazione.

Dopo un’altro giro di giostra nei caruggi affollatissimi, finalmente taglio il traguardo facendo finta che la vita mi sorrida ad uso del fotografo che mi immortala, ma dentro di me ormai sono divorato da Alien. Arraffo due banane, un pezzo di crostata e dell’acqua e mi concedo il lusso di zoppicare fino al deposito borse che è tipo a Ventimiglia, lontanissimo (morite male, o voi che lo avete deciso). Mi cambio sommariamente e ritorno alla partenza (morite male l’ho già detto?), dove salgo sul trenino navetta che riporta noi magnifici atleti ad Alassio. Porto a casa l’ennesima medaglia di latta e un tempo di 1 ora e 49 minuti.

Le cose non vano quasi mai secondo i piani, ed è il bello della corsa; mi sono comunque divertito perché è successo un imprevisto e si è presentato un problema da risolvere che ha aggiunto incertezza e sofferenza. Sembra un controsenso, ma arrivare comunque in fondo malgrado tutto è fonte di soddisfazione, perché questa distanza mi è familiare e anche se ho sofferto la gara non mi è sembrata troppo lunga e non mi ha logorato psicologicamente.

Ho trascorso la domenica con qualche problema a stare seduto e al momento ho ancora un lieve dolore alla gamba sinistra in estensione, ma sta passando. Nel frattempo sto già pensando alla prossima chiedendomi cosa succederà questa volta.