Cloud in azienda: valutazioni economiche e opportunità

Il costo del cloud computing non è così basso, per le aziende, come si tende a credere. Però sbaglia chi – nel considerare la migrazione – si ferma soltanto all’aspetto economico senza valutare con la dovuta attenzione anche i vantaggi o chi tenta scorciatoie che sembrano funzionali ma non consentono di sfruttare a pieno i benefici del cloud.

Un cambiamento di paradigma così dirompente non deve spaventare, per quanto complesso possa sembrare. Occorre però affrontarlo in maniera fluida, superando i pregiudizi e considerando anche fattori quali produttività, agilità e resilienza nel calcolo del costo totale di possesso (TCOe nella valutazione dei benefici.

Ho scritto qualcosa sull’argomento su Agenda Digitale, dove il post è stato originariamente pubblicato. Lo metto anche qui.

La valutazione delle implicazioni e il ritorno dell’investimento necessario sono tra i problemi più spinosi per le aziende che stanno considerando la migrazione in cloud. Mentre, però, da un lato sono chiari e facilmente individuabili tutti gli aspetti più evidenti (da CapEX a OpEx, outsourcing, scalabilità), sul fronte del TCO la visione è spesso limitata all’ambito meramente economico, senza approfondire le grandi opportunità che la migrazione può creare.

L’adozione del cloud computing passa per il superamento di pregiudizi culturali (“è roba mia, voglio microgestirla”), personali (“se sposto i server in cloud perderò il mio lavoro”), di sicurezza (“non so dove sono i miei dati, non mi fido”), e per la capacità di valutare i benefici nella loro interezza senza fermarsi al semplice computo economico.

Partiamo dalla (scomoda) verità: il cloud computing non costa poco. O, meglio, non costa poco come le aziende italiane sembrano pensare. Ma i fattori da considerare sono molteplici e riguardano il TCO – o la percezione del TCO, come vedremo – la propensione all’innovazione, la velocità del proprio mercato di riferimento, gli attori coinvolti nel cambio di paradigma, l’adozione di un modello di erogazione dei servizi e delle applicazioni che trascenda l’architettura tradizionale.

Nel computo del TCO è certamente corretto valutare la differenza di costo di esercizio tra le risorse on premises e quelle in cloud basandosi sui parametri “fisici” che sono facilmente individuabili e sono quelli tradizionalmente considerati (spazio, energia, condizionamento, manutenzione ecc. ecc.), ma spesso non vengono presi in considerazione altri aspetti fondamentali che, proprio per la loro difficile quantificazione, richiedono quel salto culturale a cui si faceva riferimento prima.

Una infrastruttura tradizionale porta con sé degli oneri che non siamo abituati a vedere poiché li abbiamo sotto gli occhi da così tanto tempo che ormai sono quasi invisibili.

Per esempio, con un modello tradizionale, quasi ⅔ del budget IT sono impegnati solo per tenere in piedi l’azienda, solo per il “metabolismo basale” (Gartner IT Key Metrics, 2017), quindi rimane poco spazio perl’innovazione e per la sperimentazione di nuove strade, e questa è una cosa che si tende a trascurare, ma è invece sempre più importante.

Se l’azienda è più libera di esplorare e di fare tentativi a costi molto inferiori, con modalità reversibili e meno impattanti sull’architettura tradizionale, sarà molto più semplice trovare nuove vie e nuovi processi più efficienti e più sicuri.

Prendiamo per esempio la tecnologia dei container: è un approccio innovativo e dirompente per erogare le applicazioni che non è stato ancora completamente scoperto dall’IT tradizionale, ma ha la potenza epocale che ebbe a suo tempo l’avvento della virtualizzazione, e si tratta di una tecnologia che è fatta per funzionare nativamente in cloud, ma richiede un approccio nuovo alle modalità architetturali che sottendono alle applicazioni, e ciò non può essere affrontato senza un cambio culturale che permetta l’adozione di nuove tecnologie. Stessa cosa per la buzzword del momento, i Big Data, che senza il cloud non esisterebbero né avrebbero possibilità di essere trattati.

Nel computo del costo totale di possesso e nella valutazione dei benefici vanno inclusi anche fattori importanti quali produttività, agilità e resilienza.

  • Produttività: essere liberi dalle pastoie delle infrastrutture tradizionali aumenta l’efficienza dei processi, concentra il focus sul proprio core business, aiuta a razionalizzare le risorse e permette di fare maggiore leva sui punti chiave che danno un vantaggio rispetto ai propri competitor. Il cloud concede la possibilità di dedicare risorse che sono state finora occupate a erogare servizi di base indifferenziati alle attività ad alto valore aggiunto, che sono lo strumento principale a disposizione delle aziende per ottenere vantaggi competitivi sul mercato.

Il Focus sulle attività ad alto valore aggiunto.
  • Agilità: con l’adozione del nuovo modello aumenta esponenzialmente la capacità di rilasciare nuove applicazioni riducendo nel contempo il time-to-market, aumentano la frequenza di deploy e la quantità di nuove feature mentre il tempo per provisionare un nuovo ambiente è drasticamente ridotto. Tutti questi fattori aumentano l’agilità e la velocità, favorendo l’innovazione.
  • Resilienza: quando si decide di migrare in cloud, si passa da un modello in cui si paga per avere a disposizione delle risorse (che siano di proprietà, in locazione, on premises o in housing) a uno in cui si pagano SLA e SLO in base ai quali i servizi vengono erogati. La conseguenza di ciò è che tutti i problemi economici, operazionali e (parzialmente) di governance di eventuali downtime e/o degradi di performance non sono più in carico all’azienda, ma al service provider che è un attore che ha il focus delle proprie operazioni proprio sull’infrastruttura e sui servizi che si è deciso di migrare. Le migliori economie di scala, l’importanza dell’affidabilità e la necessità della massima sicurezza fanno sì che la Business Continuity sia nativa e più efficiente di quella fornita dai sistemi on premises, quindi che la resilienza sia più alta e i downtime ridotti. I costi legati ai downtime sono spesso difficili da calcolare perché trascendono il mero fatturato, e ci sono diversi studi che cercano di quantificarne l’impatto: questi sono alcuni dati da IDC e Ponemon.
I costi del downtime.

La natura dirompente di un cambiamento di paradigma così profondo ha implicazioni anche sugli interlocutori interessati. Mentre fino a poco tempo fa il management aziendale aveva spesso nei confronti dell’IT l’atteggiamento “non mi interessa, basta che funzioni”, i nuovi obiettivi che impattano più in profondità sull’identità aziendale, sui processi, e sulla possibilità di rimanere competitivi nei mercati globali a velocissima evoluzione, devono essere abbracciati prima di tutto dall’alto. Gli interlocutori di chi ha un ruolo consulenziale su questi aspetti non sono più solo CIO e/o IT Manager, ma praticamente tutto il C-level, proprio perché le cose che si possono fare, una volta svincolati dalle pastoie di un’infrastruttura fisica on premises, sono molte di più e su un perimetro di funzioni e processi molto più ampio. E anche il CIO stesso deve ripensare il suo ruolo, passando da un dominio prettamente tattico/operazionale a uno in cui il suo ruolo diventi più attivo nelle strategie di business aziendale.

Confrontando due survey di Deloitte fatte a due anni di distanza, nel 2016 e nel 2018, emerge chiaramente che il cost saving non è più il principale motore di adozione del modello cloud, proprio per i motivi esposti qui sopra.

Certo: il “lift and shift”, cioè il trasferimento dei carichi di lavoro su una infrastruttura in cloud che ricalchi pedestremente quella on premises, è un modo di sfruttare alcune delle possibilità del cloud, soprattutto in termini di scalabilità delle risorse, ma rappresenta una scorciatoia che non fa altro che rimandare il problema vero, cioè che il passaggio richiede un ripensamento e una trasformazione dell’architettura applicativa fatto per sfruttare in pieno le potenzialità che il cloud offre.

Sta arrivando il momento in cui smetteremo di ragionare in termini di  “risorse computazionali”, “CPU Virtuali”, “risorse condivise”, e tutta quella serie di strutture che rimappano in cloud gli oggetti dei tempi in cui i server erano fisici, facevano una cosa sola ed una alla volta.

C’era quella vecchia storiella di due persone che vogliono montare una mensola. Una, un nerd, sente il bisogno di un trapano battente, a 7 velocità, con mandrino autoserrante e punta al carburo di tungsteno, l’altra, la persona normale, ha solo bisogno di due buchi nel muro.

E’ ora che tutti si faccia le persone normali: non abbiamo bisogno di un cluster di server a 8 vCPU e 128 GB di RAM che “giri” presso il nostro service provider: abbiamo bisogno di un’istanza database a cui connetterci, con una serie di SLO definiti che assecondino i nostri carichi di lavoro (spesso ondivaghi e sottoposti a picchi periodici), che paghiamo se e quando la usiamo, senza preoccuparci di quello che c’è dietro per farla funzionare, che semplicemente non ci interessa e non ci serve sapere.

È anche evidente che una trasformazione di questo tipo non può essere un salto quantico: è necessario adottare una strategia fluida, un percorso misto di infrastrutture legacy che (Inter)operino con il cloud nativo, per creare un circolo virtuoso che indirizzi l’evoluzione in un modo “liquido”, che segua il percorso di minima resistenza verso l’obiettivo finale, cioè l’indipendenza, l’astrazione e la flessibilità degli strati applicativi.

Con un percorso di questo genere l’IT è destinato a diventare invisibile al business, con un cambiamento graduale che trasformi in commodity tutte le infrastrutture e i processi a basso valore aggiunto.

Questo percorso è ormai inevitabile, e diversi studi hanno ormai dimostrato che i benefici sono innegabili e che rappresenta un percorso sicuro per le aziende.

Amazon, anche se è parte in causa, ha un modo efficace nel definire questa scelta “no brain”, nel senso che non bisogna neppure pensarci, va fatta e basta.

Questi aspetti che abbiamo brevemente analizzato sono benefici che vanno oltre la valutazione tradizionale del TCO, e la stasi e le frizioni che rallentano l’innovazione sono costi che impattano sul business e sull’efficienza aziendale.

L’innovazione richiede che si esca dalla propria comfort zone, ha bisogno di velocità, leggerezza, efficacia e possibilità di sbagliare senza subire grosse conseguenze, e il cloud è un fattore abilitante.

Quindi: agilità nell’erogazione di nuove applicazioni per cogliere tutte le opportunità del mercato + rimozione delle barriere all’innovazione + maggiore sicurezza e resilienza e aumento della Business Continuity = Trasformazione.

Pensarci.

Più passa il tempo, più mi rendo conto delle cose che ho. “Cose” nel senso più lato possibile: oggetti, facoltà, opportunità. Persone. Può essere dovuto all’esperienza e alla consapevolezza che crescono, oppure semplicemente che comincio ad avere più anni dell’invenzione di pisciare in piedi.

E allora ogni tanto mi sorprendo a fare il gioco dell’inventario, e ogni volta scopro “cose” che non sapevo di avere, che non mi rendevo conto ci fossero ma senza le quali la mia vita sarebbe un po’ meno felice, un po’ meno interessante, o comoda, o semplice. E vale per tutto: dalla possibilità di camminare, che piacevolmente scopro dopo una caduta da un albero che poteva finire molto peggio, all’uso del braccio destro, che mi manca dall’inizio dell’anno (sciare è bello, ma può avere controindicazioni). E una casa, un lavoro, una famiglia. O il fatto di essere nato in quella porzione di mondo che non deve scappare dalla vita su un gommone, sperando di non tirare le cuoia nel tentativo.

Il f@tto è che, d@vvero non te ne @ccorgi finché non ci pensi intens@mente o, peggio, non ti viene @ m@nc@re d@vvero qu@lcos@.
Quindi il proponimento che mi sono f@tto, d@ un po’ di tempo @ quest@ p@rte, è di pens@re di più @ quello che ho invece che @ quello che potrei @vere, il che h@ il pi@cevole effetto coll@ter@le di f@rmi @pprezz@re le “cose” che ci sono.
E ancora di più quelle che tornano dopo essere sparite per un po’.

“Potevo rimanere offeso!”

Gli alberi incriminati

TLDR: Sto bene, grazie. Ma è solo culo.

Come una scena di un film, un po’ stereotipata, inizia con un primo piano sulla smorfia di terrore che deforma un viso.
Lentamente, al rallentatore, l’inquadratura si allarga e appare un uomo, fermo a mezz’aria, in orizzontale, rivolto verso il cielo; impugna nella mano destra un’elettrosega che sta ancora funzionando, la sinistra inutilmente tesa a cercare un appiglio qualsiasi sull’albero di olivo dal quale sta cadendo.
Sotto di lui, ormai inutile, una scala di alluminio sta rovinando a terra.
Una donna è ai piedi dell’albero, un paio di metri più a destra.
L’uomo ha la paura dipinta sul volto, perché è conscio di due cose: la prima è che la lama della sega, una di quelle elettriche, non molto grandi ma che taglierebbero un braccio o una gamba come burro, sta ancora girando, sta cadendo con lui e sta cadendo verso la donna, sua moglie, che è proprio lì sotto, dallo stesso lato.
L’altra cosa di cui è tragicamente consapevole è che sotto di lui non c’è il terreno reso soffice dalle foglie, no. Sotto di lui, proprio perpendicolare all’asse del suo corpo c’è un basso muretto, largo una ventina di centimetri, ricoperto di vecchi mattoni rossi.
A quel punto, come nella scena di un brutto film, l’azione scorre veloce al contrario per mostrare come e perché l’uomo sia in quella situazione.
E’ un concorso di cause: il terreno sul quale poggia la scala è soffice e sdrucciolevole a causa delle copiose piogge dei giorni precedenti; l’uomo indossa scarpe non adatte al lavoro che sta facendo: un paio di vecchie Clarks con la suola liscia. Sta potando gli olivi del suo giardino, e le scarpe sono unte dalle centinaia di olive cadute a terra e spappolate dai passi. Gli scalini della scala sono in alluminio, già scivolosi da nuovi e ancora di più adesso che la scala è vecchia e l’antiscivolo è consunto dall’uso. L’uomo è salito sulla scala al contrario, con la schiena girata verso il fulcro della scala, e sta cercando di tagliare un ramo, tenendo la sega con due mani perché pesa e il ramo è lontano da lui. Tutte cose che sa benissimo essere pericolose, ma ormai è alla fine, mancano un paio di tagli, cosa vuoi che sia, l’ha fatto mille altre volte.
Improvvisamente la musica celestiale si fa più alta, mentre l’uomo sente franare la scala sotto di sé. E da lì si prosegue, al rallentatore.
La sega nella destra, la sinistra inutilmente annaspa alla ricerca di sostegno, le suole unte scivolano sui gradini, la scala finisce per mancare del tutto, e l’uomo si trova orizzontale, a un paio di metri da terra, mentre inizia la sua discesa.
Il tempo sembra fermarsi e la mente dell’uomo esce da sé stessa per valutare ciò che sta succedendo.
Worst case scenario: l’uomo cade battendo la nuca o il collo sul muretto e muore, o diventa tetraplegico — che probabilmente è peggio — e nel contempo ferisce gravemente la moglie con la sega.
Scenario più ottimista: il freno di emergenza fa in tempo a fermare la lama, la moglie fa in tempo a scansarsi e il muretto colpisce a metà della schiena. “Solo” paralisi degli arti inferiori, una vita su una sedia a rotelle, vissuta in una casa che è il poster delle barriere architettoniche.
L’uomo pensa al fardello che diventerà per la propria famiglia un marito e un padre non più autosufficiente, pensa a come farà a continuare a lavorare, pensa che da luglio non è ancora riuscito a riprendere a correre e che probabilmente non correrà mai più.
Si chiede come faranno i soccorsi a raggiungerlo, visto che a casa sua non arriva neppure la strada.
La caduta sembra durare ore. Ore di angoscia, in cui l’uomo attende il verdetto.
Alla fine, lentamente il muro arriva, la scena riprende a velocità normale e l’urto è forte, all’altezza dei reni, la moglie è illesa. Non si sente il “crack” che l’uomo si aspettava, il rumore è più sordo, è quasi un tonfo.
La prima sensazione non è dolore, è paura. L’uomo urla con tutto il fiato che ha e si accascia al suolo. Arriva subito la nausea, prima ancora che cessino le urla, il respiro è difficile. L’uomo sente confusamente la moglie che dice qualcosa e alla fine afferra un “non ti muovere, non cercare di alzarti”. Istintivamente prova a muovere gambe e piedi e tutto sembra funzionare, l’uomo è incredulo, pensa che probabilmente si sarà rotto qualcos’altro. Per forza, deve essersi rotto qualcosa, la caduta è stata troppo brutta e troppo alta.
Alla fine l’uomo riesce a mettersi carponi e poi ad alzarsi, zoppicando leggermente. Incredibilmente non ha dolore, ma solo indolenzimento.
Per la botta, o per lo shock, non riuscirà a muoversi a velocità normale per circa un’ora, ma piuttosto il suo corpo lo costringerà a muoversi come un bradipo guardingo, sebbene non senta male. Quasi una diffidenza ad accettare il fatto che non ci siano state altre conseguenze che un grosso spavento e un livido sulla chiappa destra.
L’uomo apprezza la possibilità di muoversi e gioisce ad ogni passo, ed è grato alle sue gambe che lo portano ancora in giro. Almeno per oggi.

15a Castellazzo Half Marathon

A una settimana di distanza dall’ultima, domenica ho corso un’altra mezza maratona, ecco com’è andata.

Mi alzo la mattina e subito il tempo non mi sembra così male, ma devo essere ancora un po’ addormentato perché non faccio in tempo a salire in auto che comincia a scendere una pioggia fittissima, di quella che non ce la fa neppure il tergicristallo alla massima velocità. Passo a prendere Corrado, che sale fradicio, poi Fabrizio, e ci dirigiamo verso la ridente Castellazzo Bormida.
Piove, piove forte lungo tutto il tragitto e al nostro arrivo non accenna a smettere; parcheggio praticamente davanti alla partenza e scendiamo di corsa a ritirare i pettorali e a cambiarci nello spogliatoio.
Io non lo so come mi sento, un po’ mi spiace per la pioggia, un po’ mi sembra di essere stanco; ho anche dormito male appesantito dalla pizza all’uranio impoverito che ho mangiato ieri sera.
Comunque: la mezza di Castellazzo mi piace, ci sono affezionato, è organizzata bene e con grande passione dal club locale ed è anche la sede del mio record personale, e non volevo mancare.
L’idea è la solita: non avere un’idea. Fabrizio si è gentilmente offerto di farmi da pacer per qualsiasi ritmo io voglia tenere: per lui è comunque un allenamento che deve fare.
Attendiamo in auto che arrivi l’ora della partenza e il tempo sembra placarsi, tanto che smetterà di piovere pochi minuti prima del via, per poi riprendere debolmente alla fine della gara.
Si parte senza grandi cerimonie e io comincio l’improvvisazione cialtrona che tanto mi diverte ultimamente; dico a Fabrizio di portarmi a spasso a 4′:45″/km: cominciamo così e poi si vedrà.
Non so chi voglio prendere in giro: è un ritmo chiaramente al di sopra delle mie possibilità, ma chissene.
Siamo partiti in seconda fila, quindi nel primo chilometro, malgrado l’andatura allegra, sembriamo fermi: ci sorpassa un folla di gente che procede spedita e molto più veloce di noi, e io penso “Boh”, letteralmente.
Il tempo è umido e grigio, il panorama di strade tra i campi è inesistente, monotono e deprimente, i paesi si succedono tutti uguali; non c’è nulla con cui distrarsi.
Fabrizio è quasi ossessivo nella sia precisione: controlla il Garmin, mi fa cenni, mi rallenta ogni tanto, mi spinge quando deve.
Tanto lavoro porta ottimi frutti: per i primi 5 chilometri teniamo un ritmo preciso al secondo, ma io comincio a rendermi conto di non avere abbastanza benzina per correre altri 16 chilometri a questa velocità e prima di scoppiare è necessario che io rallenti. E’ troppo presto per cominciare a soffrire.
La corsa a sensazione prende il sopravvento e per i seguenti 8 chilometri rallento progressivamente fino a 5’/Km, tanto che Fabrizio sembra preoccupato: “Va tutto bene? Ce la fai?” Sì, ce la faccio ho solo rallentato un po’.
Prendo un gel verso il decimo e comincio a stufarmi: sono stufo di andare piano, sono stufo di sentirmi stanco, sono stufo di dover subire tutte ‘ste menate.
Allora improvviso una nuova strategia: decido di riposare ancora un paio di chilometri per poi aumentare nuovamente il ritmo. Posso anche star male per quegli ultimi sette o otto chilometri, non muoio mica.
Poco prima del dodicesimo c’è una salitina, una tizia mi sorpassa e cerca di andare via, ma io decido che è arrivato il momento e mi adeguo al suo ritmo, mentre Fabrizio comincia a non capirci più nulla.
Da un momento all’altro aumento il ritmo di 10 secondi a chilometro, seguo la tipa che poi comincia a soffrire perché dall’undici e mezzo al quattordici è tutto un lungo rettilineo, e lei è sola e la testa non l’aiuta, tanto che la sorpasso e ci chiede di stare con noi perché non ce la fa quasi più.
Finalmente le gambe girano meglio, mi sento leggero, mi sto divertendo.
Naturalmente non durerà a lungo: al diciottesimo la gara mi presenta il conto, ma io chiedo lo sconto e rallento solo un poco stringendo i denti e pensando “non mi avrai”.
Ormai manca poco e io conosco bene il percorso, il che è una cosa che mi dà un grande aiuto psicologico; gli ultimi 500 metri accenniamo anche uno sprint e mi spendo tutto quello che ho, tanto è finita.
Taglio il traguardo con Fabrizio staccando un tempo insperato: 1 ora e 41, sette secondi di differenza rispetto al tempo fatto la settimana scorsa. Non ci speravo affatto, visto come si erano messe le cose, ma è un’altra conferma che la testa conta tanto, molto di più di quello che siamo disposti ad ammettere.

Il tempo di una doccia e uno spuntino e ci rimettiamo in viaggio per casa sotto una pioggia che nel frattempo si è fatta torrenziale. Archivio la mia 24a mezza maratona, per oggi me la godo, e domani si pensa alla prossima.

Terza Savona Half Marathon 2017

Puntuale come le tasse, vi beccate il resoconto della Mezza Maratona di Savona che ho corso la scorsa domenica. In realtà ho realizzato che scrivo questi appunti di corsa più per me che per voi, per non perdere memoria delle mie sensazioni e di come ho finito le gare a cui partecipo. Quindi….

Arriviamo a Savona con Fabrizio circa un’ora prima dell’inizio della gara e parcheggiamo senza problemi. fissiamo i pettorali che Fabrizio ha ritirato il giorno precedente, finiamo di prepararci con calma e ci avviamo verso il deposito, dove lasciamo le borse dopo una sosta al bar e un pit stop strategico, e ci avviamo con calma verso la zona di partenza.

Arrivo a questa mezza con la mia solita preparazione cialtrona, senza ripetute, senza tabelle, senza allenamenti specifici, senza una previsione sul ritmo gara. Gli unici compiti che ho fatto sono quelli che mi riescono facili: ho dormito, mi sono riposato, ho corso un po’ senza pretesa di prestazioni cercando solo di macinare chilometri, e ho mangiato un sacco di pastasciutta il giorno prima.

Ci scaldiamo il minimo sindacale e attendiamo la partenza che ha, fastidiosamente, sei minuti di ritardo per non meglio precisate “esigenze di viabilità”. Alla fine, senza grandi cerimonie, si parte.

Non c’è molta gente: le classifiche riporteranno circa 250 persone, complice l’altra mezza maratona che si corre in contemporanea a Sestri Levante (290 partecipanti), equidistante da Genova. Questi hanno un anno per organizzarsi e fanno due corse identiche, a cui potrebbero partecipare le stesse persone nello stesso giorno. Il genio, non c’è che dire. Loro, e la Federazione che gli dà retta.

Il primo Km non controllo neppure il Garmin, ma mi lascio trascinare dalla gente intorno a me; con un po’ di stupore mi accorgo dopo che il ritmo è già abbastanza alto, ma non mi sento sotto sforzo, mah. Cerco qualcuno da seguire per alleviare la fatica mentale, ma con poca fortuna. Prima provo con La Tizia Vestita Di Fucsia, che sembra avere un buon ritmo, una certa regolarità e delle ottime traiettorie, ma poco dopo, per qualche ragione, rallenta troppo e decido di lasciarla indietro. Nel frattempo vengo tormentato da I Due Che Parlano, un ragazzo e una ragazza che dalla partenza non hanno fatto altro che chiacchierare degli affari loro ad alta voce (lei) e pontificare su come e quanto si dovrebbe correre (lui). Non la smettono un attimo, tanto che con un Tizio, mio Compagno Di Sventura, auguriamo loro (sottovoce) di rimpiangere il fiato che stanno sprecando.

In mezzo a ‘ste menate arrivo al km 8 con un ritmo da metronomo che mi stupisce parecchio: sto vivendo al di sopra delle mie possibilità, ma ho deciso di prendere quello che viene, quando viene. Oggi sono fatto così: paZo e un po’ solare.

Va detto che i Tipi Che Parlano sono giovani e forti e corrono bene, e mi avevano lasciato indietro qualche km prima, ma non mi dispiace più di tanto. Continuo a dilapidare risorse come una cicala qualsiasi, incurante del fantasma di Jon Snow che continua a incoraggiarmi con un rassicurante: “Winter Is Coming”.

Sull’onda di un ingiustificato entusiasmo, al nono stacco il mio Km veloce con un 4.55/Km a cui non credo neppure io (e io sono uno che ci crede perfino quando mi dicono: “Certo, l’aumento te lo diamo sicuramente”.)

Il percorso si snoda su due giri e al primo passaggio avvisto là davanti  i Tipi Che Parlano, che fanno una cosa curiosa: tagliano il traguardo della 10 km, a cui sono evidentemente iscritti, per poi continuare sul percorso della Mezza. Birichini. Complici un altro paio di Km che vengono fuori da non so che gambe, certo non le mie, alla fine li riprendo: prima lui, poi lei. Non parlano più e mentre li sorpasso sento il ghigno di Vincent Price in “Thriller”. C’è una giustizia, ogni tanto.

Continuo ad andare avanti stupendomi della mia capacità di tenere un ritmo così regolare e comincio a sorpassare parecchia gente che evidentemente ha corso la prima parte della corsa sopra le sue possibilità. Anche io sto correndo sopra mie possibilità ma evidentemente le mie possibilità durano di più di quelli che sto sorpassando.

A dirla tutta, la sofferenza è cominciata dal decimo chilometro ma stringo i denti, me ne disinteresso e cerco di mantenere un ritmo costante; mi concentro sulla meccanica di corsa, conto i respiri e cerco di astrarmi dal mondo circostante. Riesco a tenere una media abbastanza buona e coerente fino al km 17, sempre stupito come uno a cui l’aumento lo abbiano dato davvero. Poi al 18° Km i nodi vengono al pettine, bisogna fare il conto con la realtà, il conto va saldato, e tutta una serie di altre noiose metafore che potete inserire voi.

La fatica si fa sentire, la mia velocità scende e Jon Snow lascia il posto a Cersei e Joffrey Baratheon che mi lanciano frecce infuocate nelle chiappe. Ormai sono alla fase “chi me l’ha fatto fare, stavo bene a casa”, e stacco il ventesimo km solo perché tanto al traguardo ci devo arrivare, non è che se smetto di correre qualcuno mi prende in braccio.

In un guizzo di orgoglio mi dico: “Dai! l’ultimo ti spremi e cerchi di finire in bellezza!”.

Non so chi voglio prendere in giro, l’unica cosa che mi riesce è di non rallentare troppo. Giro l’angolo e il traguardo è là in fondo, faccio finta di essere leggero e fresco come una rosa ad uso dei fotografi, ma riesco solo ad assomigliare ad Alberto Sordi (https://youtu.be/3YR_EDlC-UU?t=12s).

Taglio il traguardo, controllo il tempo e mi scopro contento e sorpreso di quello che sono riuscito a fare senza sperarci più di tanto. Mi danno la medaglia di rito (brutta, in Italia non ce la facciamo proprio con le medaglie, salvo rare eccezioni), mangio qualcosa al ristoro e mi dirigo al deposito per ritirare la borsa e incontrarmi con Fabrizio che ha finito un bel po’ prima di me.

E’ la ventiduesima che corro, ne ho altre in programma; finché mi diverto non la smetto, tanto i tempi hanno poca importanza.