Pensarci.

Più passa il tempo, più mi rendo conto delle cose che ho. “Cose” nel senso più lato possibile: oggetti, facoltà, opportunità. Persone. Può essere dovuto all’esperienza e alla consapevolezza che crescono, oppure semplicemente che comincio ad avere più anni dell’invenzione di pisciare in piedi.

E allora ogni tanto mi sorprendo a fare il gioco dell’inventario, e ogni volta scopro “cose” che non sapevo di avere, che non mi rendevo conto ci fossero ma senza le quali la mia vita sarebbe un po’ meno felice, un po’ meno interessante, o comoda, o semplice. E vale per tutto: dalla possibilità di camminare, che piacevolmente scopro dopo una caduta da un albero che poteva finire molto peggio, all’uso del braccio destro, che mi manca dall’inizio dell’anno (sciare è bello, ma può avere controindicazioni). E una casa, un lavoro, una famiglia. O il fatto di essere nato in quella porzione di mondo che non deve scappare dalla vita su un gommone, sperando di non tirare le cuoia nel tentativo.

Il f@tto è che, d@vvero non te ne @ccorgi finché non ci pensi intens@mente o, peggio, non ti viene @ m@nc@re d@vvero qu@lcos@.
Quindi il proponimento che mi sono f@tto, d@ un po’ di tempo @ quest@ p@rte, è di pens@re di più @ quello che ho invece che @ quello che potrei @vere, il che h@ il pi@cevole effetto coll@ter@le di f@rmi @pprezz@re le “cose” che ci sono.
E ancora di più quelle che tornano dopo essere sparite per un po’.

“Potevo rimanere offeso!”

Gli alberi incriminati

TLDR: Sto bene, grazie. Ma è solo culo.

Come una scena di un film, un po’ stereotipata, inizia con un primo piano sulla smorfia di terrore che deforma un viso.
Lentamente, al rallentatore, l’inquadratura si allarga e appare un uomo, fermo a mezz’aria, in orizzontale, rivolto verso il cielo; impugna nella mano destra un’elettrosega che sta ancora funzionando, la sinistra inutilmente tesa a cercare un appiglio qualsiasi sull’albero di olivo dal quale sta cadendo.
Sotto di lui, ormai inutile, una scala di alluminio sta rovinando a terra.
Una donna è ai piedi dell’albero, un paio di metri più a destra.
L’uomo ha la paura dipinta sul volto, perché è conscio di due cose: la prima è che la lama della sega, una di quelle elettriche, non molto grandi ma che taglierebbero un braccio o una gamba come burro, sta ancora girando, sta cadendo con lui e sta cadendo verso la donna, sua moglie, che è proprio lì sotto, dallo stesso lato.
L’altra cosa di cui è tragicamente consapevole è che sotto di lui non c’è il terreno reso soffice dalle foglie, no. Sotto di lui, proprio perpendicolare all’asse del suo corpo c’è un basso muretto, largo una ventina di centimetri, ricoperto di vecchi mattoni rossi.
A quel punto, come nella scena di un brutto film, l’azione scorre veloce al contrario per mostrare come e perché l’uomo sia in quella situazione.
E’ un concorso di cause: il terreno sul quale poggia la scala è soffice e sdrucciolevole a causa delle copiose piogge dei giorni precedenti; l’uomo indossa scarpe non adatte al lavoro che sta facendo: un paio di vecchie Clarks con la suola liscia. Sta potando gli olivi del suo giardino, e le scarpe sono unte dalle centinaia di olive cadute a terra e spappolate dai passi. Gli scalini della scala sono in alluminio, già scivolosi da nuovi e ancora di più adesso che la scala è vecchia e l’antiscivolo è consunto dall’uso. L’uomo è salito sulla scala al contrario, con la schiena girata verso il fulcro della scala, e sta cercando di tagliare un ramo, tenendo la sega con due mani perché pesa e il ramo è lontano da lui. Tutte cose che sa benissimo essere pericolose, ma ormai è alla fine, mancano un paio di tagli, cosa vuoi che sia, l’ha fatto mille altre volte.
Improvvisamente la musica celestiale si fa più alta, mentre l’uomo sente franare la scala sotto di sé. E da lì si prosegue, al rallentatore.
La sega nella destra, la sinistra inutilmente annaspa alla ricerca di sostegno, le suole unte scivolano sui gradini, la scala finisce per mancare del tutto, e l’uomo si trova orizzontale, a un paio di metri da terra, mentre inizia la sua discesa.
Il tempo sembra fermarsi e la mente dell’uomo esce da sé stessa per valutare ciò che sta succedendo.
Worst case scenario: l’uomo cade battendo la nuca o il collo sul muretto e muore, o diventa tetraplegico — che probabilmente è peggio — e nel contempo ferisce gravemente la moglie con la sega.
Scenario più ottimista: il freno di emergenza fa in tempo a fermare la lama, la moglie fa in tempo a scansarsi e il muretto colpisce a metà della schiena. “Solo” paralisi degli arti inferiori, una vita su una sedia a rotelle, vissuta in una casa che è il poster delle barriere architettoniche.
L’uomo pensa al fardello che diventerà per la propria famiglia un marito e un padre non più autosufficiente, pensa a come farà a continuare a lavorare, pensa che da luglio non è ancora riuscito a riprendere a correre e che probabilmente non correrà mai più.
Si chiede come faranno i soccorsi a raggiungerlo, visto che a casa sua non arriva neppure la strada.
La caduta sembra durare ore. Ore di angoscia, in cui l’uomo attende il verdetto.
Alla fine, lentamente il muro arriva, la scena riprende a velocità normale e l’urto è forte, all’altezza dei reni, la moglie è illesa. Non si sente il “crack” che l’uomo si aspettava, il rumore è più sordo, è quasi un tonfo.
La prima sensazione non è dolore, è paura. L’uomo urla con tutto il fiato che ha e si accascia al suolo. Arriva subito la nausea, prima ancora che cessino le urla, il respiro è difficile. L’uomo sente confusamente la moglie che dice qualcosa e alla fine afferra un “non ti muovere, non cercare di alzarti”. Istintivamente prova a muovere gambe e piedi e tutto sembra funzionare, l’uomo è incredulo, pensa che probabilmente si sarà rotto qualcos’altro. Per forza, deve essersi rotto qualcosa, la caduta è stata troppo brutta e troppo alta.
Alla fine l’uomo riesce a mettersi carponi e poi ad alzarsi, zoppicando leggermente. Incredibilmente non ha dolore, ma solo indolenzimento.
Per la botta, o per lo shock, non riuscirà a muoversi a velocità normale per circa un’ora, ma piuttosto il suo corpo lo costringerà a muoversi come un bradipo guardingo, sebbene non senta male. Quasi una diffidenza ad accettare il fatto che non ci siano state altre conseguenze che un grosso spavento e un livido sulla chiappa destra.
L’uomo apprezza la possibilità di muoversi e gioisce ad ogni passo, ed è grato alle sue gambe che lo portano ancora in giro. Almeno per oggi.

15a Castellazzo Half Marathon

A una settimana di distanza dall’ultima, domenica ho corso un’altra mezza maratona, ecco com’è andata.

Mi alzo la mattina e subito il tempo non mi sembra così male, ma devo essere ancora un po’ addormentato perché non faccio in tempo a salire in auto che comincia a scendere una pioggia fittissima, di quella che non ce la fa neppure il tergicristallo alla massima velocità. Passo a prendere Corrado, che sale fradicio, poi Fabrizio, e ci dirigiamo verso la ridente Castellazzo Bormida.
Piove, piove forte lungo tutto il tragitto e al nostro arrivo non accenna a smettere; parcheggio praticamente davanti alla partenza e scendiamo di corsa a ritirare i pettorali e a cambiarci nello spogliatoio.
Io non lo so come mi sento, un po’ mi spiace per la pioggia, un po’ mi sembra di essere stanco; ho anche dormito male appesantito dalla pizza all’uranio impoverito che ho mangiato ieri sera.
Comunque: la mezza di Castellazzo mi piace, ci sono affezionato, è organizzata bene e con grande passione dal club locale ed è anche la sede del mio record personale, e non volevo mancare.
L’idea è la solita: non avere un’idea. Fabrizio si è gentilmente offerto di farmi da pacer per qualsiasi ritmo io voglia tenere: per lui è comunque un allenamento che deve fare.
Attendiamo in auto che arrivi l’ora della partenza e il tempo sembra placarsi, tanto che smetterà di piovere pochi minuti prima del via, per poi riprendere debolmente alla fine della gara.
Si parte senza grandi cerimonie e io comincio l’improvvisazione cialtrona che tanto mi diverte ultimamente; dico a Fabrizio di portarmi a spasso a 4′:45″/km: cominciamo così e poi si vedrà.
Non so chi voglio prendere in giro: è un ritmo chiaramente al di sopra delle mie possibilità, ma chissene.
Siamo partiti in seconda fila, quindi nel primo chilometro, malgrado l’andatura allegra, sembriamo fermi: ci sorpassa un folla di gente che procede spedita e molto più veloce di noi, e io penso “Boh”, letteralmente.
Il tempo è umido e grigio, il panorama di strade tra i campi è inesistente, monotono e deprimente, i paesi si succedono tutti uguali; non c’è nulla con cui distrarsi.
Fabrizio è quasi ossessivo nella sia precisione: controlla il Garmin, mi fa cenni, mi rallenta ogni tanto, mi spinge quando deve.
Tanto lavoro porta ottimi frutti: per i primi 5 chilometri teniamo un ritmo preciso al secondo, ma io comincio a rendermi conto di non avere abbastanza benzina per correre altri 16 chilometri a questa velocità e prima di scoppiare è necessario che io rallenti. E’ troppo presto per cominciare a soffrire.
La corsa a sensazione prende il sopravvento e per i seguenti 8 chilometri rallento progressivamente fino a 5’/Km, tanto che Fabrizio sembra preoccupato: “Va tutto bene? Ce la fai?” Sì, ce la faccio ho solo rallentato un po’.
Prendo un gel verso il decimo e comincio a stufarmi: sono stufo di andare piano, sono stufo di sentirmi stanco, sono stufo di dover subire tutte ‘ste menate.
Allora improvviso una nuova strategia: decido di riposare ancora un paio di chilometri per poi aumentare nuovamente il ritmo. Posso anche star male per quegli ultimi sette o otto chilometri, non muoio mica.
Poco prima del dodicesimo c’è una salitina, una tizia mi sorpassa e cerca di andare via, ma io decido che è arrivato il momento e mi adeguo al suo ritmo, mentre Fabrizio comincia a non capirci più nulla.
Da un momento all’altro aumento il ritmo di 10 secondi a chilometro, seguo la tipa che poi comincia a soffrire perché dall’undici e mezzo al quattordici è tutto un lungo rettilineo, e lei è sola e la testa non l’aiuta, tanto che la sorpasso e ci chiede di stare con noi perché non ce la fa quasi più.
Finalmente le gambe girano meglio, mi sento leggero, mi sto divertendo.
Naturalmente non durerà a lungo: al diciottesimo la gara mi presenta il conto, ma io chiedo lo sconto e rallento solo un poco stringendo i denti e pensando “non mi avrai”.
Ormai manca poco e io conosco bene il percorso, il che è una cosa che mi dà un grande aiuto psicologico; gli ultimi 500 metri accenniamo anche uno sprint e mi spendo tutto quello che ho, tanto è finita.
Taglio il traguardo con Fabrizio staccando un tempo insperato: 1 ora e 41, sette secondi di differenza rispetto al tempo fatto la settimana scorsa. Non ci speravo affatto, visto come si erano messe le cose, ma è un’altra conferma che la testa conta tanto, molto di più di quello che siamo disposti ad ammettere.

Il tempo di una doccia e uno spuntino e ci rimettiamo in viaggio per casa sotto una pioggia che nel frattempo si è fatta torrenziale. Archivio la mia 24a mezza maratona, per oggi me la godo, e domani si pensa alla prossima.

Terza Savona Half Marathon 2017

Puntuale come le tasse, vi beccate il resoconto della Mezza Maratona di Savona che ho corso la scorsa domenica. In realtà ho realizzato che scrivo questi appunti di corsa più per me che per voi, per non perdere memoria delle mie sensazioni e di come ho finito le gare a cui partecipo. Quindi….

Arriviamo a Savona con Fabrizio circa un’ora prima dell’inizio della gara e parcheggiamo senza problemi. fissiamo i pettorali che Fabrizio ha ritirato il giorno precedente, finiamo di prepararci con calma e ci avviamo verso il deposito, dove lasciamo le borse dopo una sosta al bar e un pit stop strategico, e ci avviamo con calma verso la zona di partenza.

Arrivo a questa mezza con la mia solita preparazione cialtrona, senza ripetute, senza tabelle, senza allenamenti specifici, senza una previsione sul ritmo gara. Gli unici compiti che ho fatto sono quelli che mi riescono facili: ho dormito, mi sono riposato, ho corso un po’ senza pretesa di prestazioni cercando solo di macinare chilometri, e ho mangiato un sacco di pastasciutta il giorno prima.

Ci scaldiamo il minimo sindacale e attendiamo la partenza che ha, fastidiosamente, sei minuti di ritardo per non meglio precisate “esigenze di viabilità”. Alla fine, senza grandi cerimonie, si parte.

Non c’è molta gente: le classifiche riporteranno circa 250 persone, complice l’altra mezza maratona che si corre in contemporanea a Sestri Levante (290 partecipanti), equidistante da Genova. Questi hanno un anno per organizzarsi e fanno due corse identiche, a cui potrebbero partecipare le stesse persone nello stesso giorno. Il genio, non c’è che dire. Loro, e la Federazione che gli dà retta.

Il primo Km non controllo neppure il Garmin, ma mi lascio trascinare dalla gente intorno a me; con un po’ di stupore mi accorgo dopo che il ritmo è già abbastanza alto, ma non mi sento sotto sforzo, mah. Cerco qualcuno da seguire per alleviare la fatica mentale, ma con poca fortuna. Prima provo con La Tizia Vestita Di Fucsia, che sembra avere un buon ritmo, una certa regolarità e delle ottime traiettorie, ma poco dopo, per qualche ragione, rallenta troppo e decido di lasciarla indietro. Nel frattempo vengo tormentato da I Due Che Parlano, un ragazzo e una ragazza che dalla partenza non hanno fatto altro che chiacchierare degli affari loro ad alta voce (lei) e pontificare su come e quanto si dovrebbe correre (lui). Non la smettono un attimo, tanto che con un Tizio, mio Compagno Di Sventura, auguriamo loro (sottovoce) di rimpiangere il fiato che stanno sprecando.

In mezzo a ‘ste menate arrivo al km 8 con un ritmo da metronomo che mi stupisce parecchio: sto vivendo al di sopra delle mie possibilità, ma ho deciso di prendere quello che viene, quando viene. Oggi sono fatto così: paZo e un po’ solare.

Va detto che i Tipi Che Parlano sono giovani e forti e corrono bene, e mi avevano lasciato indietro qualche km prima, ma non mi dispiace più di tanto. Continuo a dilapidare risorse come una cicala qualsiasi, incurante del fantasma di Jon Snow che continua a incoraggiarmi con un rassicurante: “Winter Is Coming”.

Sull’onda di un ingiustificato entusiasmo, al nono stacco il mio Km veloce con un 4.55/Km a cui non credo neppure io (e io sono uno che ci crede perfino quando mi dicono: “Certo, l’aumento te lo diamo sicuramente”.)

Il percorso si snoda su due giri e al primo passaggio avvisto là davanti  i Tipi Che Parlano, che fanno una cosa curiosa: tagliano il traguardo della 10 km, a cui sono evidentemente iscritti, per poi continuare sul percorso della Mezza. Birichini. Complici un altro paio di Km che vengono fuori da non so che gambe, certo non le mie, alla fine li riprendo: prima lui, poi lei. Non parlano più e mentre li sorpasso sento il ghigno di Vincent Price in “Thriller”. C’è una giustizia, ogni tanto.

Continuo ad andare avanti stupendomi della mia capacità di tenere un ritmo così regolare e comincio a sorpassare parecchia gente che evidentemente ha corso la prima parte della corsa sopra le sue possibilità. Anche io sto correndo sopra mie possibilità ma evidentemente le mie possibilità durano di più di quelli che sto sorpassando.

A dirla tutta, la sofferenza è cominciata dal decimo chilometro ma stringo i denti, me ne disinteresso e cerco di mantenere un ritmo costante; mi concentro sulla meccanica di corsa, conto i respiri e cerco di astrarmi dal mondo circostante. Riesco a tenere una media abbastanza buona e coerente fino al km 17, sempre stupito come uno a cui l’aumento lo abbiano dato davvero. Poi al 18° Km i nodi vengono al pettine, bisogna fare il conto con la realtà, il conto va saldato, e tutta una serie di altre noiose metafore che potete inserire voi.

La fatica si fa sentire, la mia velocità scende e Jon Snow lascia il posto a Cersei e Joffrey Baratheon che mi lanciano frecce infuocate nelle chiappe. Ormai sono alla fase “chi me l’ha fatto fare, stavo bene a casa”, e stacco il ventesimo km solo perché tanto al traguardo ci devo arrivare, non è che se smetto di correre qualcuno mi prende in braccio.

In un guizzo di orgoglio mi dico: “Dai! l’ultimo ti spremi e cerchi di finire in bellezza!”.

Non so chi voglio prendere in giro, l’unica cosa che mi riesce è di non rallentare troppo. Giro l’angolo e il traguardo è là in fondo, faccio finta di essere leggero e fresco come una rosa ad uso dei fotografi, ma riesco solo ad assomigliare ad Alberto Sordi (https://youtu.be/3YR_EDlC-UU?t=12s).

Taglio il traguardo, controllo il tempo e mi scopro contento e sorpreso di quello che sono riuscito a fare senza sperarci più di tanto. Mi danno la medaglia di rito (brutta, in Italia non ce la facciamo proprio con le medaglie, salvo rare eccezioni), mangio qualcosa al ristoro e mi dirigo al deposito per ritirare la borsa e incontrarmi con Fabrizio che ha finito un bel po’ prima di me.

E’ la ventiduesima che corro, ne ho altre in programma; finché mi diverto non la smetto, tanto i tempi hanno poca importanza.

 

Terza Half Marathon Chiavari 2017

Sabato 17 giugno ho corso la mia 21ª Mezza Maratona, a Chiavari.
E’ una notturna, si parte alle 20:17; nei giorni precedenti il regolamento indicava le 18 come orario di chiusura del ritiro pettorali (scopriremo troppo tardi che è stato prolungato fino alle 19:45) e alle 17:45 ritiriamo i nostri.
Le ore che ci separano dalla partenza se ne vanno in chiacchiere e relax su una panchina all’ombra. Caffè, pit stop in bagno, vestizione di rito, e poco dopo le 20 siamo nel gruppone che aspetta la partenza.
Il fattore che condiziona tutto è il caldo: siamo nella giornata più calda del giugno più caldo da anni a questa parte e il sole ci schiaccia contro l’asfalto.
Scopriremo (dopo, per fortuna) che alla partenza ci sono 35 gradi. 35. gradi.

Ci aspettano 21 chilometri di corsa in un forno.

Alla partenza la prendiamo calma, il sole ci acceca e dobbiamo districarci dalla folla.
Una delle delle mie preoccupazioni sono i crampi da disidratazione: ho cercato di prevenirli il più possibile bevendo molta acqua e sali minerali negli ultimi due giorni.
Il percorso è un anello di 7 chilometri da percorrere tre volte ed è una cosa che potrebbe aiutarmi psicologicamente, vedremo.
Il tracciato si snoda tra il lungomare, il centro di Chiavari e il lungofiume, ma ne parliamo dopo.
Al secondo chilometro rimango solo perché Corrado decide di rallentare per fare economie, io continuo con il mio ritmo. Fabio lo abbiamo perso alla partenza, purtroppo, e non sappiamo dove sia.
Per il primo giro le cose vanno sostanzialmente bene: non ho alcuna velleità e cerco di traccheggiare con un ritmo sostenibile fino alla fine: al terzo chilometro sono andato troppo veloce ed ho deciso di rallentare per precauzione. Al primo passaggio stacco un tempo di 40 minuti esatti, e comincio il secondo con circospezione, anche perché la fatica sta arrivando presto. Ho molto caldo.

Il percorso non mi piace: non capisco perché in un posto come Chiavari non si corra tutto sul mare: i pezzi in città non sono un granché a parte, forse, le parti nelle zone pedonali, ma lì fa molto caldo e non c’è ventilazione. Per i 7 chilometri dell’anello, meno di 2 sono sul mare e mi sembra un peccato.

Un po’ di crisi al decimo: mi fa male una chia… un gluteo che mi da noie da qualche giorno, ingoio una dose di Tachipirina e nel giro di pochi minuti il problema rientra. (La Tachipirina non risolve nulla, ma almeno non fa male e ti toglie il dolore per un po’)
Al giro di boa del km 11 faccio un minimo di bilancio: il caldo è opprimente, corro come se fossi immerso nella melassa, sto bene fisicamente ma sono già molto affaticato: il caldo è una tassa esosa che sottrae molte risorse.
Il tempo del secondo giro mi conforta: altri 40 minuti esatti. Non è un granché ma almeno sono consistente.
Comincio l’ultimo giro con poca benzina e capisco da subito che per questi ultimi 7 chilometri devo tirare fuori qualche coniglio dal cappello. Le armi a mia disposizione sono lo zen e la tigna: non è che posso dargliela vinta a ‘sto caldo demmè. Innesto il pilota automatico, cerco la massima astrazione dei miei pensieri conto ossessivamente i respiri da 1 a 8 in un mantra ipnotico che mi isola in un limbo, le gambe mi seguono perché io continuo ad andare avanti e, soprattutto, non esiste che io abbandoni. Il meccanismo psicologico che mi spinge è il tempo sotto le due ore: dato per scontato che abbandonare non è un’opzione, l’obiettivo è correre il terzo giro un minuto più rapido degli altri due: 40 +40 + 39 = 1h 59m.
E’ difficile, fa caldo, soffro molto, è buio e il percorso non mi piace. Mi sembra di correre trattenuto da un peso. Ho già detto che fa caldo?

Dopo molta sofferenza e tanto sudore raggiungo il cartello dei 20, arranco fino al 21 ripetendomi “manca poco manca poco manca poco”. Mi servono quei 39 minuti, non posso mollare ora. Da lontano carco di scorgere il tabellone col tempo: non lo vedo bene, ma forse….
Decido di non mollare proprio ora, tanto alla peggio vomito all’arrivo.
Gli ultimi 100 metri durano una vita ma finalmente vedo bene il tempo: taglio il traguardo a 1h59m04s, mi appoggio a una transenna e incredibilmente non do di stomaco. Sono fradicio, come se mi fossi buttato in mare vestito.
Ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta non abbandonare e a finire sotto le due ore. La temperatura adesso è di 28 gradi e ho appena finito una delle mezze maratone più difficili che abbia mai corso.

Con il senno di poi, capisco che bere, assumere sali e riposare sono una stragegia che paga sempre.

E’ la mia mezza più lenta di sempre, ma solo l’averla finita è un successo e ne sono comunque soddisfatto.

13a Mezza Maratona di Genova

La mia 19a mezza maratona, la prima del ciclo “La nuova me”.

La Mezza di Genova è una della mie preferite, ci sono affezionato, è la corsa della mia città; si corre in posti belli, in gran parte sul mare; si corre sulla sopraelevata, che per il resto dell’anno è interdetta ai pedoni e per un giorno vede la situazione ribaltata: gente felice che festeggia, sorride, corre.

Arrivo nella zona della partenza con un bel sole e temperatura mite, una di quelle giornate dolci e tiepide che Genova ti regala in primavera: tempo splendido per correre.

Incontro gli amici, tutti felici, tutti con gli occhi che brillano per l’eccitazione della partenza imminente.

Io arrivo a questa gara con una preparazione sommaria, qualche chilo di troppo, e soprattutto con questo nuovo atteggiamento che è cresciuto in me in questo ultimo anno. Complice il calo di prestazioni che accompagna l’avanzare dell’età, mi sono ritrovato a gustare una dimensione più intimista della corsa: spesso mi distraggo perdendo la concentrazione sulla prestazione, vagando con i pensieri ma godendo se possibile ancora di più del piacere di correre, gustando le sensazioni, ascoltando il mio corpo.

Ed ecco che correre è passato dal “oggi faccio meglio di ieri” a “oggi me la godo più di ieri”. Non è male, non è meglio, non è peggio: è solo diverso.

A conferma di questa nuova situazione, due fatti: il primo è che oggi corro con le cuffiette. Mai successo prima, anzi: considerato da me eresia fino a qualche mese fa. oggi non disdegno di portarmi appresso una ulteriore fonte di distrazione. (Il secondo fatto ve lo racconto dopo)

Sbocconcello una barretta energetica, più per scaramanzia che per altro, e faccio le foto sociali di rito prima di consegnare la borsa e avvicinarmi alla partenza.

C’è tanta gente, più di 2.000 credo; suona l’Inno di Mameli e si parte con la solita fiumana sgomitante e gli slalom tra chi va a spasso e chi ti sorpassa sbuffando con arroganza. Ma va bene tutto: sono qui per divertirmi.

Per un capriccio del caso mi trovo a fare le prime centinaia di metri con il gruppo del pacer dell’ 1h e 45 minuti. E’ un tempo completamente fuori dalle mie aspettative: non ho un obbiettivo ma l’esperienza mi dice che in questo momento e in queste condizioni potrei valere più o meno 1 h e 55 minuti, ma tant’è mi sento bene e decido di vedere come va facendo un po’ di strada al passo con loro.

Un po’ per l’affollamento, un po’ perché non lo so, hanno un ritmo che non mi piace: non è costante, vanno a strappi a volte li lascio indietro per poi essere superato in gran fretta, ho visto pacer migliori. Comunque mi barcameno per circa 6 chilometri fino all’inizio del Lungomare; a quel punto mi rendo conto che non è un ritmo che posso sostenere per 21 chilometri, non lo ho proprio nelle gambe non c’è nulla da fare al riguardo, quindi mi assesto su una velocità più confortevole e li lascio sfilare.

C’è un bel sole ma non fa troppo caldo e si corre bene; alla prima inversione di marcia bevo, mi rinfresco e cerco di mantenere un ritmo dignitoso. Ma intanto guardo il mare, ne sento il profumo, vedo il sole che fa brillare le increspature dell’acqua: cose che mai avrei notato prima durante una gara.

Corriamo in mezzo ad ali di persone che salutano, incitano, danno il cinque, fanno foto; i bambini corrono sul marciapiede ridendo e facendo la loro gara. In questo clima di “tuta gioa tuto belo” arrivo alla prima rampa che, come ogni anno, si prende la sua giusta dose di maledizioni.

Percorro la strada sopraelevata che costeggia il Porto Antico, il Terminal Traghetti e parte delle zone più vecchie del porto, da lì la vista è bella, l’aria è dolce e il sole continua a scaldarci senza bruciare. Sono circa all’undicesimo chilometro ed è arrivato il momento in cui inizia la sofferenza; la fatica mi accompagnerà sempre più pesante fino alla fine e il mio ritmo rallenta ulteriormente tant’è che vengo superato anche dai pacer dell’ora e cinquanta. Mi importa il giusto ma mi faccio comunque un appunto mentale e faccio due conti con la strada che rimane e il ritmo da tenere per non sforare di troppo 1h 55m: ce la posso fare. Il morale non è dei migliori, sono un po’ abbattuto e penso che avrei potuto prepararmi meglio, avrei potuto controllare il peso con più impegno, avrei, avrei. Ma arrivato a questo punto, questo ho e questo devo farmi bastare.

Arrivo al 16° abbastanza in affanno, ma ormai manca poco: cinque chilometri sono la strada che corro da casa fino al ponte delle piscine, un’inezia.

Giro di boa, e al 18° arriva la famigerata seconda rampa a cui ogni anno auguro di brillare con tonnellate di tritolo, maledetta.

E qui arriviamo al secondo, più importante fatto che ha caratterizzato la mia gara. Da sempre, in tutte le gare mi sono sempre imposto la regola “corro sempre, per piano che sia ma non cammino mai, neanche sotto tortura”.

Fino ad oggi.

All’imbocco della rampa mi dico: “Ma sai cosa? Ma vaffanculo”. E cammino. Cammino per quei 400 metri di salita cercando di recuperare un po’ e lottando per non riprendere a correre. Su questo chilometro stacco una media disastrosa, ma arrivo alla sommità della rampa rinfrancato e rinfrescato, bevo un sorso d’acqua al ristoro e il resto me la rovescio sulla zucca. Riprendo con un ritmo tutto sommato dignitoso imponendomi di non mollare, tanto manca poco. La testa c’è, c’è sempre stata e la distanza non mi spaventa, la corsa non mi sembra lunga e il tempo non mi pesa, ma le gambe sono un’altra cosa, non collaborano, sono pesanti e affaticate, e devo scacciare un inizio di crampi. Il piacere di correre è quasi svanito e gli ultimi 2 chilometri soffro parecchio, ma alla fine passano anche quelli e riesco a tagliare il traguardo staccando un tempo di 1 ora 54 minuti e spiccioli.

Medaglia, ghiacciolo, ristoro. Recupero un amico, la borsa, e mi cambio.

La mia gara è la conferma della regola che con la corsa, più che con tutte le cose, raccogli quello che semini:  non ci sono scorciatoie, non ci sono regali, non c’è fortuna, non c’è speranza. Ed è bello così: la corsa è giusta, è equa, è a rendimento garantito. Ti impegni? Ottieni risultati. Ti rilassi? Meno bene.

Tra pochi giorni ne ho un’altra: la Mezza di Asti; non ho idea di come andrà ma immagino simile a questa, e andrà bene così.

ASUS ZenWatch 2

ASUS ZenWatch 2Grazie al solito Massimo, ho avuto modo di provare per un paio di settimane un ASUS ZenWatch 2. Si tratta di un orologio Android Wear di ultima generazione, con uno schermo lucido da 1.63″ e un bel cinturino in pelle; la cassa è in metallo brunito e la costruzione sembra robusta. Tutti i materiali sono di ottima qualità e l’assemblaggio è perfetto. Dal modo in cui è fatta la cassa credo che si possa adattare un cinturino normale di misure standard. L’ho testato potendolo paragonare al mio Sony SmartWatch 3, di sui sono soddisfatto.

Il display è sufficientemente luminoso, anche se la risoluzione non è sufficiente a eliminare del tutto un leggero effetto “sgranato” al quale ci si abitua, ma si percepisce che la tecnologia di oggi sarebbe in grado di far meglio di così.

Il punto chiave è in realtà Android Wear, che si integra perfettamente con uno smartphone Android, permette di rispondere alle mail sia a voce sia tramite risposte preconfezionate, di rispondere ai messaggi delle applicazioni di messaging supportate (Es: SMS, Messenger, WhatsApp, Hangout) semplicemente dettando e in alcuni casi (WhatsApp) anche di creare direttamente un messaggio. Naturalmente notifiche e interazioni con lo smartphone sono perfettamente supportate. ZenWatch 2 è dotato di un microfono con cui si può anche telefonare.

La ricarica è molto veloce, dura un paio di giorni ed avviene tramite un pratico connettore magnetico che si aggancia alla cassa dell’orologio. La personalizzazione del quadrante è pressoché infinita: secondo il vostro gusto si va dall’indicazione superminimal delle sole 4 cifre di ore e minuti, alle peggiori baracconate cyberpunk, ed il bello è che si può cambiare in un secondo, spaziando tra le decine e decine disponibili sul Play Store. Le applicazioni compatibili con Wear si sincronizzano con l’orologio e le appaiono nel menù dell’orologio.

Il riconoscimento vocale è perfetto tramite Google Now; è possibile fare domande e dettare semplici comandi che vengono riconosciuti senza mai fare errori. Le funzionalità di riconoscimento vocale di Android migliorano di giorno in giorno e questi orologi sono perfettamente al passo: quando si detta un messaggio con una voce e una velocità normale il risultato è sorprendente e con un po’ di pratica si riesce a ottenere anche una punteggiatura decente.

Prima di cominciare ad usare questi oggetti ero scettico sulla loro utilità, ma ci hanno messo poco a conquistarmi: è estremamente comodo ricevere mail, messaggi e notifiche con discrezione senza dover sempre estrarre il telefono; l’uso in auto sfiora la perfezione: si legge il messaggio con una breve occhiata (o un tap se è lungo), e con due swipe si sceglie la risposta da un elenco, oppure la si detta, e viene automaticamente mandata pochi istanti dopo. Se si decide di silenziare il telefono, tutti gli avvisi arrivano tramite una vibrazione al polso che è ancora più discreta di quella del telefono. C’è anche una “modalità cinema” che non fa accendere il display in caso di notifiche. In opzione, è possibile comandare l’orologio tramite una serie di gesture che si sostituiscono agli swipe orizzontali o verticali. Perfino la navigazione di Google Maps appare sul display e permette di arrivare a destinazione senza guardare il telefono: comodissimo quando si è a piedi!

Tutte le operazioni e le risposte sono rapide, fluide e naturali grazie alle prestazioni di ZenWatch, che non ha mai mostrato incertezze, blocchi o rallentamenti. Il collegamento tra ASUS ZenWatch 2 e lo smartphone avviene tramite Bluetooth; la ricezione è ottima e si può anche lasciare l’orologio nella stanza fianco senza perdere la connettività.

In questo momento mi sembra che i produttori non abbiano ancora messo le grinfie sull’interfaccia di Android Wear come purtroppo fanno con i loro telefoni e c’è poca differenza tra un orologio Android e un altro, salvo le prestazioni. La partita si gioca sull’estetica e la qualità, sui cinturini, il display e la durata della batteria. In tutti questi campi a mio parere ASUS ZenWatch 2 eccelle (tranne per il display forse migliorabile) ed è un oggetto che sicuramente può dare soddisfazioni a chi usa intensamente il proprio smartphone Android.

fbNota a margine: è più o meno tutta la vita che aspetto un computer/telefono al polso, e finalmente è arrivato. Adesso tiratemi fuori un jetpack.

La Mezza Della Baia Del Sole, e le cose che non vanno mai come ti sei immaginato.

Mezza Baia Del SoleQuest’anno va così: mi è venuta voglia di fare un po’ di gare e sono alla sesta mezza da marzo. Questa è la Mezza Della Baia Del Sole, un nome altisonante per una gara che si corre al sabato sera in una bella zona del Ponente Ligure, tra Alassio e Laigueglia.

Arrivo abbastanza presto per ritirare il pettorale, prepararmi e consegnare la borsa che mi verrà restituita all’arrivo a Laigueglia, mentre la partenza è ad Alassio. La gara consta di un tracciato da percorrere due volte, tra l’Aurelia, i caratteristici caruggi e la passeggiata sul mare. Piove, e mi riparo in macchina sbocconcellando una banana e una barretta aspettando che arrivi il momento di raggiungere la partenza. Per fortuna il tempo migliora e mi ritrovo con altre 650 persone in attesa dello sparo, perlopiù locali e lombardi calati sul mare.

Complice la scarsa voglia di allenamenti estenuanti, il piano di battaglia prevede di lasciare andare le gambe e correre rilassato per godere del panorama e del percorso, ma come sanno tutti le gare sono come le scatole di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita (mi sono spremuto per regalarvi questa originalità). Parto più veloce di quello che avevo immaginato, ma non me ne curo e prendo quello che viene, secondo il nuovo corso che ho intrapreso recentemente.

Partiamo imboccando strade laterali che onestamente non sono un granché, ma dopo una doppia curva arriviamo sulla passeggiata di Alassio tra gli “ohhhh ahhhh” dei lombardi che sembra non abbiano mai corso sul mare. Tra me e me li sbeffeggio: “la nebbiaaaa, c’avete solo la neeeeebbiaaaaaa”. Arriviamo in fondo al porticciolo e invertiamo la marcia per oltrepassare Alassio e tornare verso Laigueglia. Per ora continuo a superare gente: come al solito sono partito molto indietro e mi lascio alle spalle un bel po’ di persone, e sarà così per tutto il resto della gara.

Dopo lungomare e statale imbocchiamo i caruggi di Laigueglia; la particolarità di questa mezza è che si corre letteralmente in mezzo ai turisti e alla gente che passeggia davanti ai negozi. Per fortuna, grazie all’efficientissimo servizio d’ordine, la folla non mi ha mai dato fastidio, e c’è davvero tanta gente che incita, applaude e sembra felice di vederci correre. I bimbi sono i più coinvolti: ci aspettano tutti con le braccia tese per ricevere “il cinque”, ed è uno spettacolo davvero bello.

A questo punto è appena cominciato il rientro verso Alassio, mi trovo sul caratteristico lungomare di Laigueglia in mezzo alla gente e ai localini estivi, e sono circa al km 9. Improvvisamente qualcuno decide di piantarmi un pugnale subito sotto il gluteo sinistro; da zero a “male cane” in un decimo di secondo e non capisco cosa stia succedendo: dolore lancinante in un posto dove non mi ha mai fatto male never ever, e per dieci secondi rischio anche di cadere, un po’ per la sorpresa un po’ perché perdo un paio di colpi. Forse è un lombardo che si vendica per lo sfottò.

Ok, le cose cominciano a farsi interessanti: credevo di traccheggiare fino all’arrivo e invece mi trovo con un problema da risolvere. Faccio mente locale e calo l’asso: ho in tasca una dose di Tachipirina orosolubile (Nobel all’inventore, subito). Dice: “Perché ti porti la Tachipirina quando corri?” – “Molto da apprendere ancora tu hai, o mio giovane Padawan“. Apro la bustina con i denti e ingollo la polverina mentre un paio di bontemponi davanti a uno Spritz mi apostrofa urlando: “Doping! Doping!“. (Tutto vero.)

Faccio il punto della situazione mentre il percorso si snoda in duemila curve sulla passeggiata a mare: ho ancora una dozzina di chilometri da fare, il fiato è a posto, mi sento bene e ho ancora benzina per finire la corsa con tranquillità, peccato per questo maledetto pugnale infilato in una chiappa che mi fa quasi zoppicare. Rallento con circospezione per vedere cosa succede e qualcuno di quelli che ho superato mi riprende. Decido di usare la solita tecnica: ignorare il dolore, non sono problemi miei, io corro, e se contino a correre vuol dire che il dolore non è abbastanza forte. Vediamo chi si stufa prima.

Patisco un po’, ma dopo un paio di chilometri il dolore retrocede a fastidioso bruciore e posso continuare abbastanza bene; il ritmo non è più quello di prima ma chissene, ho comunque ripreso a superare la gente e l’aria profuma di gelsomino, di mare e di fiori, mentre cala il buio della sera. Da qui in poi non sarà una grande prestazione, ma prendo  quello che viene contento di riuscire a continuare.

Rientriamo in Alassio e i profumi di prima lasciano il posto all’odore di pizza e frittura di pesce che arriva dai tavoli dei locali; corriamo a un metro dalla gente che si scofana le meglio cose e affoga il fine settimana nei Negroni, ma fin qui nessun inconveniente. Secondo giro del porto, e via di nuovo verso Laigueglia. Accosto e supero lentamente due ragazze che corrono affiancate con le maglie uguali, viola, e un passo da metronomo; pensavo di accodarmi a loro ma alla fine riesco a passare.

Il dolore si ripresenta a ondate, cerco di resistere e fare lo gnorri forzando un poco il ritmo; le vie si susseguono e ormai non manca molto all’arrivo. Comincio a essere un filo provato ed effettivamente il chilometro 19 sarà il più lento di tutti; dal ventesimo in poi raccolgo l’ultima forza di volontà che mi rimane e cerco di finire degnamente, mentre mi sembra sempre di più di correre nella melassa: le mie gambe pensano di andare forte, ma non è vero. Intorno al ventesimo mi sorpassano le tipe con le maglie viola. Mentre mi affiancano sento il loro odore: come facciano ad essere profumate dopo 1 ora e 45 minuti di corsa non è dato sapere, è il Primo Mistero Della Traspirazione.

Dopo un’altro giro di giostra nei caruggi affollatissimi, finalmente taglio il traguardo facendo finta che la vita mi sorrida ad uso del fotografo che mi immortala, ma dentro di me ormai sono divorato da Alien. Arraffo due banane, un pezzo di crostata e dell’acqua e mi concedo il lusso di zoppicare fino al deposito borse che è tipo a Ventimiglia, lontanissimo (morite male, o voi che lo avete deciso). Mi cambio sommariamente e ritorno alla partenza (morite male l’ho già detto?), dove salgo sul trenino navetta che riporta noi magnifici atleti ad Alassio. Porto a casa l’ennesima medaglia di latta e un tempo di 1 ora e 49 minuti.

Le cose non vano quasi mai secondo i piani, ed è il bello della corsa; mi sono comunque divertito perché è successo un imprevisto e si è presentato un problema da risolvere che ha aggiunto incertezza e sofferenza. Sembra un controsenso, ma arrivare comunque in fondo malgrado tutto è fonte di soddisfazione, perché questa distanza mi è familiare e anche se ho sofferto la gara non mi è sembrata troppo lunga e non mi ha logorato psicologicamente.

Ho trascorso la domenica con qualche problema a stare seduto e al momento ho ancora un lieve dolore alla gamba sinistra in estensione, ma sta passando. Nel frattempo sto già pensando alla prossima chiedendomi cosa succederà questa volta.

Lucca Half Marathon 2016

MedagliaMi sveglio alle 5, per fortuna è tutto già pronto e alle 5:30 sono in viaggio; l’autostrada è vuota e arrivo a Lucca in anticipo. Ne approfitto per a) fare due passi in centro e intanto b) ritirare il pettorale c) lasciare l’auto aperta.

Nel frattempo arriva Andrea, torno al parcheggio, chiudo la macchina e torniamo in centro. Al ritiro del pacco gara scopro che le maglie “L” sono terminate, ma poco male: è una delle maglie più brutte che mi abbiano mai dato; peccato perché il materiale è buono, ma i colori sono inguardabili. Il deposito borse è in una specie di seminterrato medievale buio e umido, pieno di gente seminuda che si cambia.

Pronti, ci spostiamo nei pressi della partenza che è direttamente sulle Mura di Lucca; il percorso prevede il giro sulle Mura, poi la circonvallazione all’esterno di esse e infine l’ingresso in centro, il tutto da percorrere due volte. Ci scaldiamo sommariamente e veniamo raggiunti per un saluto dal terzo Andrea della giornata. C’è molta gente, direi sulle 1.500 persone, e molti sono locali.

La partenza è abbastanza lenta e la media ne risente, dopodiché ci assestiamo sui 5 minuti a chilometro. La prima metà della gara sto davanti perché Andrea non è sicuro della sua forma e ha qualche difficoltà nelle prime fasi delle sue corse; io mi sento bene e procediamo senza grossi problemi. A partire dal decimo chilometro comincio ad accusare la fatica; dico ad Andrea che terrò fin che posso e che lui può andare, se vuole. A questo punto lui mi passa, si piazza due metri davanti a me e lì resterà fino alla fine, controllando come mi sento di tanto in tanto. Io ho deciso di  mantenere il ritmo finché reggerò e quando sarà il momento mi porrò il problema, per ora spingo, soffro, e vado avanti.

La strategia sembra dare i suoi frutti, perché mi aspetto di crollare da un momento all’altro ma non succede, la presenza di Andrea mi aiuta e mi carica mentre uso le mie tecniche Zen per separare la sofferenza dal piacere, per isolare la fatica e ignorare i segnali negativi.

Al secondo ingresso in centro mancano ormai pochi chilometri, la gente ci incita e ci saluta, c’è molto calore e tutti sembrano contenti; a questo punto la gara comincia a sembrarmi lunga e questo è un segnale che le energie stanno per finire poiché la mezza maratona è una distanza che ormai ho in testa, la conosco ed è agevole. Questa è la mia sedicesima e la Mezza Maratona ha ormai poche sorprese per me; il fatto che i due chilometri finali mi sembrino infiniti la dice lunga sul fatto che sono in riserva. Decido di bruciare tutto quello che ho e strappiamo l’ultimo chilometro come il più veloce di tutti, e la differenza va a compensare il tempo che abbiamo perso all’inizio per la ressa.

A parte l’ultimo km, per tutta la gara siamo stati due cronometri, con la differenza di pochi secondi giro su giro, dividendo il percorso in due metà perfette; siamo anche partiti molto indietro e durante la seconda metà rimontiamo quasi 140 posizioni. Soddisfatti, tagliamo il traguardo a 1h e 45m e riceviamo una medaglia bellissima (che compensa la maglia).

La Lucca Half Marathon è una bella corsa pianeggiante in un luogo suggestivo, ben organizzata, che si snoda lungo un percorso bellissimo con molto verde e molte persone festanti; è una bella esperienza che consiglio a chi si volesse cimentare su questa distanza tutto sommato accessibile a molti.

Per quanto mi riguarda ho chuso nel tempo che più o meno mi aspettavo e che rispecchia il mio stato di forma e gli allenamenti sommari che sto facendo in questo periodo; la parte impostante è che mi sono divertito e ho corso una gara in un contesto molto bello. Tra cinque giorni ne ho un’altra, sul mare, e non vedo l’ora.

La Mezza Di Genova 2016

MDG2016La Mezza Maratona di Genova ha da sempre un significato particolare, perché è la corsa di casa che per un giorno mi restituisce quei pezzi di città dove correre, o anche solo camminare, è impossibile. Quest’anno arriva in una di quelle giornate che Genova ti regala ogni tanto in primavera, con il cielo di un azzurro impossibile, l’aria leggera e la temperatura perfetta. Per una volta decido di andare in autobus, una lunga corsa da un capolinea all’altro raccogliendo Corrado lungo il percorso.

Arrivati al Porto Antico cerchiamo e salutiamo qualche amico, il tempo di un caffè, un pit stop in bagno, consegniamo la borsa e arriviamo alla partenza, già gremita di persone. C’è ressa: circa 1700 partecipanti solo per la Mezza, ma la confusione è tanta perché molti di coloro che partiranno 15 minuti dopo per la 13 km sono già lì

Non so bene cosa fare, non ho deciso prima come affrontare questa gara; pochi minuti prima della partenza decido che proverò a tirare per una decina di chilometri Fabrizio che vuol fare il tempo, ma non ho nelle gambe tutta la gara a quella media. Appena partiti lo perdo nella confusione: è lì davanti a me e dopo un istante sparisce dalla mia vista. Non lo rivedrò più fino al traguardo.

Mi viene a mancare praticamente subito lo stimolo di spingere a una media insostenibile, non ne ho più le ragioni; mi rimane un po’ di inerzia che mi porterà a una gara corsa in tre fasi distinte. All’inizio c’è molta gente e ne sorpasso parecchi prima di trovare un ritmo stabile circondato da meno persone, combattuto tra spingere il ritmo e godermi città, corsa e panorama. I primi 10 chilometri sono abbastanza veloci, li finisco in poco meno di un’ora e mi passano nelle gambe in un attimo; sotto di me scorre prima il centro, poi il lungomare gremito di spettatori.

Il sole è caldo, c’è appena ventilato e tutti sudano parecchio; arriva la Sopraelevata e inizia la seconda parte della mia corsa. E’ più lenta, accuso la fatica e tutto sommato non voglio tirare un ritmo impossibile che so di non avere nelle gambe perché negli ultimi mesi il mio allenamento ha lasciato un po’ a desiderare, complici lavoro, tempo, voglia e malanni. Rallento senza troppi sensi di colpa, e mi godo il panorama da una strada chiusa ai pedoni per tutto il resto dell’anno. Diversi camminano, alcuni abbandonano: evidentemente il primo vero caldo della stagione sta mietendo le prime vittime.

Arrivo al giro di boa della camionale (brutta!) e torno verso la maledetta rampa della Sopraelevata che mi spezza il fiato e le gambe. Riesco in qualche modo ad arrivare in cima senza perdere troppi secondi e di lì a poco inizia la terza fase della mia gara.

E’ una fase breve, che dura poco più di due chilometri nei quali decido di lasciare andare le gambe su un ritmo più sostenuto; il traguardo è vicino, mi sento bene e sono rilassato, l’ultimo chilometro aumento ancora il ritmo e corro l’ultima parte circondato dalla folla, battendo il cinque a un milione di bambini che hanno appena finito la Family Run.

Taglio il traguardo fermando il cronometro a 1 ora e 49 minuti, avendo percorso quasi 300 metri in più della lunghezza ufficiale della corsa: la ressa all’avvio e le mille curve presentano il conto aumentando la distanza.

Chiudo la mia quarta mezza maratona del 2016 rilassato e contento, sempre più appassionato a questa distanza che sento particolarmente adatta a me in questo periodo. Appuntamento tra un paio di settimane alla Mezza di Lucca.

(Foto di belmax66)