Cronache da una pandemia, S01E10

Le giornate cominciano ad assomigliarsi sempre di più: la mia routine è consolidata, e per ora non sto soffrendo più di tanto l’inattività forzata. Mi manca correre, mi manca davvero tantissimo; ho un giardino, è grande, vedo le persone che corrono nei loro appartamenti e dovrei sentirmi in colpa, dovrei approfittare dello spazio che ho. Ma non lo faccio; ci ho riflettuto: non ci riesco. Ho un rapporto complicato con la corsa, non riesco a farne a meno, ma a volte mi pesa farla; mi piace, ma è una lotta continua con la pigrizia e con la fatica, ne ho un rispetto religioso e non riesco a contaminarla. Non è un caso che non mi piacciano trail, corse in salita, corse in discesa, corse a ostacoli, corse nei sacchi. L’unica mia “religione” è la corsa su strada asfaltata, in piano. Ho provato a pensare di correre in giardino: no. Continua a leggere

Cronache da una pandemia, S01E09

Sono trascorsi alcuni giorni durante i quali ho lavorato, sono uscito, ho fatto un giorno di ferie. Dopo settimane, il lavoro da casa è la nuova normalità: le telefonate sono le stesse, le videoconferenze pressoché uguali, le pause caffè sono le stesse, salvo il fatto che la moka impiega più tempo della macchina in ufficio o della scappata al bar sottostante. Quello che cambia è che lavoro in tuta, spettinato e con la barba lunga, quindi non accendo mai la webcam. Il mio è il lavoro di Schrödinger: nel mese di marzo ci sono state disposizioni di fare almeno 8 giorni di ferie per me che ho tanti arretrati. Le ho segnate, ma diversi progetti non possono attendere e neppure perdere due giorni a settimana, così ho detto al capo del mio capo “Ne ho tante, sono tempi complicati per il lavoro: le segno ma lavoro lo stesso”. “No, non devi: le ferie sono sacre.” (Il CDMC è un tipo OK) – “Allora le faccio?” – “Eh, ma ci sono delle scadenze” – “Vedi tu, poi recuperi, non so.”. Al momento ho deciso che lavoro e mi prendo delle mezze giornate nei momenti di stanca, che non sono molti ma ce ne sono. Sotto le tre telefonate lo considero ferie. Continua a leggere

Cronache da una pandemia, S01E08

Oggi grande botta di vita: sono uscito ben due volte, bioterrorista che non sono altro. Spesa fatta in tarda mattinata con poca gente in coda e, botta di fortuna, farmacia vuota alle 12:45. Il resto della giornata è lavoro, telefonate, videocall, condivisione di fogli Excel. Prima di cena una rapida puntata dal fruttivendolo per ritirare la spesa ordinata al telefono.

È già arrivata una nuova definizione della prossemica: le distanze che ci separano dal resto del mondo sono cresciute parecchio e all’invasione del tuo nuovo e ampliato spazio personale, reagisci come a una scortesia se non addirittura come a un’intrusione. Mi pare di capire che queste nuove distanze non sono ancora uguali per tutti, e le persone si scambiano occhiate tra il preoccupato e il sorpreso quando si incrociano. Immagino che gli psicologi del comportamento stiano scrivendo come pazzi. Continua a leggere

Cronache da una pandemia, S01E07

Oggi grande lusso: sono uscito per andare a trovare mia madre e portarle un po’ di spesa. Durante il tragitto mi sono fermato ad acquistare alcuni generi di necessità: carta igienica, clementine, La Settimana Enigmistica, una motosega (true story).

L’assenza di traffico, i negozi chiusi, Corso De Stefanis senza il mercato, le tre auto della Polizia: tutte cose che rendono il sabato mattina un’esperienza surreale.

Mente le strade sono vuote e i pochi automobilisti sono gentilissimi, i marciapiedi sono pieni di gente, prevalentemente VecchiDemme’, spesso con l’aggravante di girare in coppia e quasi tutti con un sacchetto della spesa rigorosamente minuscolo. Cosa gli dice la zucca, io boh. Continua a leggere

pandemic

19 marzo 2021

Nella mia uscita quindicinale di turno per buttare la spazzatura ho trovato un piccolo tesoro: questi pezzi di carta sono vecchie autocertificazioni che risalgono a un anno fa, prima dei Provvedimenti, quando ancora si trovava la carta; hanno ancora un lato bianco che posso usare per scrivere queste note. In quel periodo si poteva ancora sprecare, chissà chi l’ha buttata: probabilmente qualche vecchio con la febbre alta che non hanno ancora trovato e rimosso.

Scrivo per lasciare qualcosa a mia sorella: un ricordo di me se non dovessi farcela, e per lasciare almeno una traccia della della mia esistenza. Continua a leggere