Auricolari Sudio VASA

VASA3Sudio AB è un neonato brand Svedese che produce auricolari con un design minimal e una particolare attenzione alla qualità del suono. La sua filosofia è: “promuovere gli auricolari non semplicemente come un prodotto elettronico, ma anche come un accessorio estetico e di lifestyle.”

Sudio

Il sito di Sudio è particolarmente efficace per rappresentare questa visione, corredato dalla giusta dose di storytelling, immagini curate (che infatti provengono dalla pagina Instagram di Sudio), grafica slavata e descrizione della cura posta nella realizzazione dei loro prodotti, che vengono venduti esclusivamente online. Il design degli auricolari è molto bello e descrive bene l’attenzione e la cura per il particolare. Quando mi hanno proposto di provare uno di questi auricolari svedesi, ho accettato con piacere perché incuriosito dalla qualità e dalla cura artigianale promesse dall’azienda.
Silvia mi ha mandato un paio di Sudio VASA e io ho scelto un bel blu carico nella versione Android. Già dal packaging le promesse vengono mantenute: non ho mai visto un paio di cuffie confezionate con tanta cura e con una tale qualità dei materiali da imballo.

Sudio VASAGli accessori comprendono una bellissima bustina in pelle di colore coordinato, 5 paia di gommini e una piccola spilletta minimale per fissare il cavo ai vestiti. I materiali con cui sono costruite sembrano ottimi, il filo piatto è rivestito di una gomma di effetto setoso molto piacevole al tatto e impossibile da ingarbugliare. Le cuffie sono del tipo in-ear, con padiglioni in metallo che contengono driver da 10,2 mm, e il connettore è del tipo piatto a 90 gradi. Comandi di volume, tasto di controllo e microfono sono contenuti in un piccolo parallelepipedo dorato che non dà il minimo fastidio e sono molto belli a vedersi. Gli auricolari trasmettono una sensazione di grande robustezza e il corpo in metallo li rende un po’ pesanti, ma la scelta di gommini permette di trovare quelli più adatti al proprio orecchio e fissarli molto bene.

Sudio VASALe ho provate con iPod, telefono e computer e l’ottima qualità del suono permette di distinguere la qualità diversa dei file e dello streaming, evidenziandone qualità e difetti. I bassi sono pieni e non troppo frenati o secchi, gli alti limpidi ma non pungenti, il suono è leggermente colorato ma non fastidioso e i medi si fanno sentire senza invadere con effetti “scatolati”. Il suono non concede molto alle sensazioni forti di ascolto con bassi dirompenti e frequenze alte squillanti e metalliche di altre cuffie che ho provato tempo fa, ma l’equilibrio delle Sudio VASA si traduce nella quasi totale assenza di fatica da ascolto.
L’uso come auricolare telefonico è buono ma non all’altezza delle aspettative di un prodotto del genere: il microfono è molto sensibile ai rumori ambientali e per qualche motivo i tasti volume non funzionano sul mio Motorola Moto X, mentre sono ok su un Samsung S5. Dalle specifiche non sono riuscito a capire il livello di impermeabilità di questi auricolari, quindi non mi sono avventurato a provarle durante la corsa.
Le Sudio VASA costano 70 euro, un prezzo adeguato alle caratteristiche di qualità costruttiva, del suono e del design di auricolari artigianali e curati in ogni dettaglio.
Sudio ha deciso di concedere ai miei lettori uno sconto del 15% su tutti i prodotti usando il codice andreabeggi su http://www.sudiosweden.com/it/

(Trasparenza per un mondo migliore: Sudio ha deciso di regalarmi queste cuffie.)

Mezza Maratona Delle Due Perle 2016

La partenza è prevista per le 8, e la sveglia suona alle 5:45; la giornata si preannuncia bella, e le previsioni sono favorevoli. Arriviamo al parcheggio e la navetta ci porta velocemente al Palazzetto dello Sport di Santa Margherita, dove possiamo prepararci e lasciare le borse. Decido per un abbigliamento leggero, maglietta e pantaloncini mi basteranno perché il sole è già tiepido e la regola dei dieci gradi in più non mi ha mai tradito; vedo gente troppo vestita che secondo me scoppierà di caldo tra poco. Rispetto ad altre edizioni ci sono meno partecipanti, probabilmente a causa della partenza alle 8, del cambio della data, e della concomitanza con altre gare in tutta Italia.

Mi sono preparato sommariamente: sto attraversando un periodo in cui le prestazioni mi interessano meno e sto privilegiando gli aspetti meditativi e di consapevolezza, così ho deciso di allenarmi quel tanto da mettere la distanza nelle gambe senza pensare ai tempi, cercando di godermi le buone sensazioni.

Faccio anche una cosa che non ho mai fatto prima in una gara: parto con una bottiglietta di integratore da sorseggiare durante la corsa. Mi durerà quasi 10 km e ho deciso che è una strategia da ripetere per dipendere meno dai tavoli dei ristori che non sempre sono nei punti in cui li vorrei.

Uno degli aspetti positivi della minore affluenza è la tranquillità della partenza: nessuno sgomita, c’è posto per tutti e non ci sono i soliti invasati che partono dal fondo perché non hanno trovato posto davanti e ti travolgono per recuperare posizioni nei primi metri.

La parola d’ordine, il mantra che mi sono prefissato per questa corsa, è: “Lasciati andare”. Lascia che le gambe corrano da sole, alla velocità che vogliono, goditi la gara e le sensazioni. Così parto abbastanza lento e mi lascio scorrere con il gruppone che lentamente si sfalderà nel corso dei chilometri. Accelero in discesa, rallento in salita, senza spingere, senza forzare; mi sento carico, sto bene e le cose sembrano andare per il meglio. A partire dal sesto chilometro il ritmo aumenta, ma non sono veramente io che lo decido, succede e basta. Io controllo solo di non farmi prendere dalla foga o dalla pigrizia, mantenendo il giusto equilibrio.

Il tracciato di questa gara fa sì che per due volte io incroci i top runner, quelli che stanno davanti, quelli che corrono una gara diversa, che fanno un altro mestiere, che praticano un altro sport. E mi capita di vedere Emma Quaglia che vola, una che va alle Olimpiadi e ai Mondiali e si allena sotto casa mia. La saluto ogni volta che la incrocio sul tracciato del vecchio Acquedotto o sullo stradone qui sotto, e lei mi risponde educatamente anche se non ha idea di chi io sia. O il quattro volte campione italiano di Maratona Migidio Bourifa che mi sorride e alza il pollice quando ci incrociamo; lui ha quasi finito e a me ne manca ancora un bel pezzo. Al di là della solita retorica, il fatto che il signor Angelo, che ha superato i 70 anni e chiude la gara in quasi il triplo del tempo che ci mette il vincitore, partecipi alla gara con atleti di caratura mondiale, questa cosa, dicevo, mi piace un sacco. È una bella metafora e allo stesso tempo rappresenta sia la semplicità della corsa che i milioni di significati e di motivazioni diverse che le si possono attribuire. Incrocio anche un uomo e una donna che corrono a piedi nudi, e il solo rumore (forte!) dei loro piedi che colpiscono l’asfalto mi fa accapponare la pelle, e non ho idea di come riescano a fare una roba del genere.

Al giro di boa del chilometro 10 procedo tranquillo e continuo a sorpassare persone, lentamente ma con costanza, senza puntare nessuno, senza cercarlo, senza volerlo. Nel corso della gara rimonto circa 150 posizioni, a conferma che sono partito con calma e ho continuato a tenere il ritmo aumentandolo quel tanto che basta per percorrere tutto il tracciato a velocità media pressoché costante, fatta salva la micidiale rampa all’uscita di Portofino, che la spianassero le ruspe, porca miseria. La percorro la seconda volta al chilometro 17 con un bicchiere del ristoro in mano e la patisco particolarmente; per fortuna è breve e da lì in poi lascio andare le gambe come vogliono, scivolando sulle discese e premendo sulle salite.

È tiepido, è ventilato. A tratti c’è vento ma mai troppo fastidioso, il sudore si asciuga e il sale si incrosta sulla pelle causando un minimo di irritazione dove il tessuto dei pantaloncini mi sfiora le gambe. Non soffro il caldo e riesco anche a godermi l’incredibile panorama, cosa che per me rappresenta una novità in gara: raramente riesco a godere di quello che mi circonda se sono troppo concentrato su me stesso e sulla prestazione. I leggeri saliscendi del percorso, quasi inavvertibili al primo giro, diventano salite sensibili al secondo e sono gli unici punti in cui mi sforzo un minimo per mantenere un’andatura un po’ più sostenuta.

All’ultimo chilometro stacco il tempo migliore di tutta la gara, ho ancora la mente lucida, sto bene e la strada non mi è neppure sembrata lunga. Taglio il traguardo senza aver sofferto e pensando “Ma sai che correrei ancora un po’?”

L’analisi sommaria dei tempi mi dà la conferma, sono stato un metronomo: 108 minuti di corsa divisi in due metà esatte da 54 minuti. Inoltre, memore delle altre edizioni, ho cercato il più possibile di tenere la corda delle curve, riuscendo a percorrere solo 30 metri in più rispetto alla distanza ufficiale, il che è un ottimo risultato vista la quantità di curve e inversioni che caratterizzano il tracciato della “Due Perle”.

Chiudo con la bella sensazione di aver corso una gara in un modo diverso dalle altre, che magari ha reso meno in termini di prestazioni ma è stato molto più appagante e divertente: la conferma che l’arrivo non è importante, ma quello che conta davvero è il viaggio.

Brooks Adrenaline GTS 16

GTS16Durante i miei anni di corsa ho usato scarpe di marche diverse con risultati alterni, e negli ultimi tempi mi ero fermato su Brooks perché le caratteristiche delle Adrenaline GTS mi sembravano adatte a me e mi ci trovavo molto bene. Finché, con il modello GTS 15, ho avuto qualche problema: in Brooks devono aver cambiato le dimensioni o la calzata perché alla fine della corsa mi facevano male le piante dei piedi e la punta delle dita. All’inizio era solo un fastidio ma in seguito, durante la preparazione di una maratona e allungando le distanze, la situazione è peggiorata. Un giorno, dolorante al ritorno da un lungo di una trentina di km, ho deciso che avrei buttato le scarpe dopo la gara (non si cambia modello di scarpe poche settimane prima di una maratona). Ho quindi salutato Brooks e mi sono rivolto ad altre marche.

IMG_20160119_135627046_HDRQualche settimana fa mi hanno proposto di provare le nuove Brooks GTS 16; ho accettato anche se ero molto scettico e un po’ prevenuto. Mi sono riproposto di provarle ed eventualmente accantonarle al minimo accenno di problemi; forse non sono l’unico ad avere avuto qualche difficoltà, perché mi dicono che la forma della GTS16 è stata completamente ripensata e, dopo averci corso per un po’ di chilometri, posso fare qualche considerazione.

GTS16Intanto le Brooks Adrenaline GTS16 sono scarpe adatte a chi ha bisogno di un buon supporto, è pronatore, e non è molto leggero. Sul sito di Brooks c’è la descrizione di tutte le caratteristiche. Trovo le GTS16 molto ben ammortizzate, e con un eccellente supporto; come da tradizione di questo modello, il piede è saldamente contenuto dalla scarpa che avvolge, guida, e protegge il piede ad ogni passo. La sensazione è di “presa” molto salda: se allacciate nel modo giusto non c’è modo di sfilarle senza disfare il nodo, a differenza di altre marche che sono più morbide ed elastiche sul piede, anche nei modelli con maggiore supporto (le mie Asics si sfilano senza slacciarle). Malgrado ciò non danno mai la sensazione di essere scarpe “dure”. La tomaia è leggera ma non impalpabile e va bene anche per le stagioni più calde facendo traspirare bene il piede. Le stringhe non sono lunghissime, specie se si usa l’allacciatura “lace lock“, che vi consiglio caldamente di adottare.Brooks

Le Adrenaline GTS16 sono scarpe adatte anche alle lunghe distanze; l’efficacia dell’ammortizzazione non stanca la pianta del piede e il sostegno si prende cura delle articolazioni. Dopo averle usate per un po’, posso dire che il modello 2016 non ha i difetti dell’anno precedente e sono tornate le Brooks alle quali ero affezionato: nessun dolore, forma adatta al mio piede, pianta sufficientemente larga, sostegno ed ammortizzazione di ottimo livello.

Le scarpe vanno sempre scelte con il consiglio di un professionista competente, altrimenti si rischia di farsi del male; a volte, come è capitato a me, anche una diversa versione di un modello già selezionato ed affidabile può causare qualche problema. Quello che vi posso dire io, che sono solo uno che corre quando ha tempo, è di considerare le Adrenaline GTS16 se rientrate nella categoria di persone che ha bisogno di una scarpa da corsa con determinate caratteristiche. Nel corso degli anni credo di averne possedute almeno 6 o 7 paia e, salvo la parentesi delle GTS15, mi hanno sempre dato grandi soddisfazioni.

Buona corsa.

Motorola Moto X Force

moto_x_force_shatterproofMotorola Moto X Force è uno degli ultimi prodotti della gamma Moto X di Motorola. Si tratta di una famiglia di telefoni di ottima qualità, buona fattura, equipaggiati con processori veloci e dotati di una versione di Android poco customizzata e molto vicina alla Google Experience.

Ho provato per qualche settimana Moto X Force, uno smartphone AMOLED da 5,4 pollici equipaggiato con un impressionante Processore Qualcomm Snapdragon octa-core da 2 GHz accoppiato con una GPU Adreno da 600 MHz. La dotazione hardware è ai massimi livelli: display Quad HD 1440p (2560 x 1440) da 540 ppi con una luminosità eccezionale, fotocamera posteriore da 21 MP, e video 4K a 30 fps; la connettività ha tutto quello che vi può venire in mente tranne la telepatia. Dati tecnici completi e ulteriori descrizioni si trovano sulla pagina dedicata.

moto_x_force_cameraL’aspetto del telefono è molto elegante, la struttura è in alluminio scuro con una bellissima finitura opaca, i tasti laterali sono sottili ma accessibili e restituiscono un buon feedback. Il dorso è abbastanza particolare: l’unità che mi è stata fornita in prova ha una finitura che Motorola definisce “nylon balistico”, qualunque cosa voglia dire. Al tatto sembra plastica dura profondamente zigrinata che aumenta il grip e da una piacevole sensazione impugnando il telefono; è immune da macchie o ditate e tutto sommato non mi dispiace affatto. Moto X Force restituisce una sensazione di estrema robustezza e di elevata qualità: l’assemblaggio è perfetto e i materiali sono ottimi; lo schermo è molto lucido ma la visione non ne viene mai disturbata grazie alla elevata luminosità. Il display è costruito con una tecnologia che Motorola chiama ShutterShield, che dovrebbe garantire un certo grado di infrangibilità: il display e l’obiettivo incorporato sono garantiti contro scheggiature e frantumazione; ma naturalmente non è una cosa che mi sono sentito di provare 🙂

Le dimensioni sono importanti: non è un 6 pollici ma è comunque un telefono che “riempe” la mano e va usato con attenzione; per alcune operazioni mi sono ritrovato a dover usare due mani; ha la strana caratteristica di uscire dalla tasche sempre sottosopra e raddrizzarlo richiede una specie di gioco di prestigio. 🙂 Devo dire che per i miei gusti è fin troppo grande, ma è una valutazione assolutamente personale, molti si trovano a loro agio con telefoni di dimensioni ancora maggiori.

Le caratteristiche positive di questo telefono sono molte: il display è molto bello e le immagini sono nitide e definite, l’audio è chiaro e potente e l’hardware è potentissimo. Nessun lag, nessun ritardo, nessuna incertezza: tutti i comandi vengono eseguiti immediatamente, i tempi di attesa non esistono e la reattività è eccezionale. Le foto sono di ottima qualità ed i video sono fluidi e precisi. Non ho provato la risoluzione 4K perché non ho nessun dispositivo che li possa riprodurre alla definizione nativa.

La connettività è allo stato dell’arte: broadband LTE e Wireless AC fino a 5GHz sono velocissimi e non hanno mai incertezze: il collegamento LTE è molto  più veloce della connessione vDSL2 FTTC di casa, e WiFi AC è perfetto per lo streaming dei video HD sulla rete locale.

Il software è praticamente identico alla versione Android “pura” dei dispositivi Nexus di Google; le poche aggiunte fatte da Motorola non sono invasive (si può decidere se usarle o meno) e alcune sono davvero utili, come l’accensione e lo spegnimento della modalità torcia scuotendo il telefono, o la visualizzazione delle notifiche “intelligente” fatta direttamente sul display (senza LED) e attivabile anche con un gesto del palmo molto intuitivo. Al momento la versione installata di Android è Lollipop 5.1.1. Con una “gesture” comodissima si può attivare la fotocamera anche dalla modalità di blocco solo muovendo il telefono ed è anche possibile alternare le due fotocamere, il tutto con una mano sola e senza toccare mai lo schermo. Il sistema di attivazione vocale di Motorola è sovrapponibile a quello di Google e in ogni caso nessuno dei due mi soddisfa particolarmente. La dettatura, invece, ha una precisione soprannaturale: si possono dettare lunghi messaggi senza mai toccare il telefono con una velocità e una accuratezza sconosciute alla normale digitazione su schermo; è una modalità che uso molto perché è davvero comoda (ma solo quando sono solo, in pubblico non mi sento a mio agio).

Una menzione particolare per la batteria: con l’alimentatore in dotazione la carica è molto rapida ed ha una durata imbarazzante; arrivo tranquillamente alle 22 con il 60% di carica dopo un uso intenso a partire dalle 7 del mattino; mi sono dimenticato della preoccupazione di avere con me un alimentatore o una batteria di riserva e non mi viene l’ansia se l’indicatore scende sotto il 50%. Motorola ha fatto davvero un buon lavoro, considerate le prestazioni e la grandezza del display.

In conclusione, non ho trovato difetti in questo telefono; è un prodotto di qualità, curato, di prestazioni molto elevate e ricco di funzioni. Il prezzo è adeguato alle caratteristiche e non è particolarmente economico, ma si tratta di uno smartphone di punta che dovrebbe avere una longevità molto superiore alla media.

Installare WordPress su nginx, PHP-FPM e MariaDB

(Ogni tanto un post come una volta).

La tradizionale architettura LAMP (Linux, Apache MySQL, PHP) su cui si basa la maggior parte delle installazioni di WordPress ha sempre funzionato bene e tutt’ora fa il suo lavoro in maniera egregia. Il problema di questa soluzione sono le prestazioni: su un server poco carrozzato o con siti ad alto traffico la modalità di funzionamento di Apache + PHP tende a saturare le risorse fino a smettere di servire pagine nei casi più estremi.

nginxnginx (pronunciato “enginèx”) è nato qualche anno fa per ottimizzare le prestazioni di alcuni siti russi ad altissimo traffico e si è evoluto fino ad essere una specie di coltellino svizzero delle infrastrutture di servizi. E’ un server dalle molteplici funzioni: è un server HTTP, un reverse proxy, un mail proxy server, un generico proxy TCP e può anche essere utilizzato come bilanciatore di carico. Rispetto ad Apache, come webserver, fa molte meno cose ma le fa moooolto più velocemente; è nato per servire contenuti statici, ma può passare le richieste a un gestore di processi come PHP-FPM. Non parlerò del perché nginx è più veloce di Apache e utilizza meno risorse: è una questione abbastanza complicata che riguarda il modo in cui vengono gestite le richieste dei client. A noi basta sapere che nginx è più veloce e usa meno memoria. Giusto per darvi un’idea: WordPress.com usa nginx come load balancer dal 2008 e già allora un singolo server riusciva a inoltrare 10.000 richieste al secondo verso i server WordPress.com. (!!!!)

Quindi.

Scenario: devi installare WordPress su un serverino a basse prestazioni, magari un VPS economico da 4 euro al mese, oppure hai problemi di prestazioni perché il tuo sito ha troppo traffico e il tuo server fatica a reggere.

Mariadb-seal-shaded-browntext-altLa soluzione potrebbe essere utilizzare nginx, con PHP-FPM, un gestore di processi molto veloce che lavora bene con nginx, e anche in questo caso non ci interessa sapere perché PHP-FPM è più veloce del tradizionale PHP FastCGI. Giusto per variare completamente la ricetta, invece di MySQL server usiamo MariaDB, un fork che funziona bene ed è completamente compatibile. Anche MariaDB è più veloce di MySQL, quindi lo usiamo. (Solo un appunto: un prodotto che vuole affermarsi nel mondo dei db relazionali professionali sceglie un nome come MariaDB e usa una foca nel logo? Mah.)

I requisiti necessari sono: un server appena installato in modalità minimale, senza alcun servizio, e una certa dimestichezza con la riga di comando poiché tutte le operazioni verranno fatte dal terminale. Tutti i software citati sono Open Source. L’accesso può avvenire direttamente dalla console o via SSH, non ha importanza, ed è necessario disporre di un account utente e della password di root. Nell’esempio che segue ho utilizzato una VM su VirtualBox con 768 MB RAM e 8GB HD su cui ho installato Ubuntu 15.10 server a 64bit.

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Il server, in un impeto di fantasia, si chiama “test” e nel seguito del post sostituisci il nome con quello del tuo server. Come prima cosa diamo una botta di apt-get per aggiornare il sistema:

andrea@test:~$ sudo apt-get update && sudo apt-get upgrade

Cominciamo installando nginx:

sudo apt-get install nginx -y

E controlliamo che il servizio funzioni inserendo nel browser http://test (o l’indirizzo IP ottenuto tramite il comando ifconfig se il tuo DNS non lo risolve ancora).

Schermata del 2015-12-12 21-18-31

Installiamo poi MariaDB:

sudo apt-get install mariadb-server mariadb-client -y

E controlliamo che stia effettivamente girando:

sudo service mysql status

Ottenendo

● mysql.service - LSB: Start and stop the mysql database server daemon
Loaded: loaded (/etc/init.d/mysql)
Active: active (running) since...

 

Procediamo quindi a metterlo “in sicurezza”:

sudo mysql_secure_installation

Inseriamo una password per l’amministrazione di MariaDB e accettiamo il default sul resto delle domande.

Continuiamo installando PHP-FPM:

sudo apt-get install php5-fpm php5-mysql -y

E, nuovamente, controlliamone il funzionamento:

sudo service php5-fpm status

Ottenendo:

● php5-fpm.service - The PHP FastCGI Process Manager
Loaded: loaded (/lib/systemd/system/php5-fpm.service; enabled; vendor preset: enabled)
Active: active (running) since...

 

Passiamo ora alla configurazione di tutto il cucuzzaro.  Come prima cosa bisogna dire a nginx di utilizzare un numero corretto di istanze simultanee, e per farlo dobbiamo conoscere il numero di CPU core a disposizione del nostro server. Impartiamo il comando:

cat /proc/cpuinfo

Intorno alla dodicesima riga il mio server dice: cpu cores : 1

Editiamo il file di configurazione di nginx:

sudo nano /etc/nginx/nginx.conf

Sostituiamo il valore

worker_processes auto;

Con

worker_processes 1;

In modo da istruire nginx a utilizzare una sola istanza che corrisponde al core a nostra disposizione. Adatta il valore alle caratteristiche del tuo server. Salviamo il file e passiamo alla configurazione del server HTTP.

sudo nano /etc/nginx/sites-available/default

Prendiamo intanto nota del valore root nella sezione server: indica la cartella in cui andranno caricati i file di WordPress; il default sulle distribuzioni derivate da Debian (come Ubuntu) è /var/www/html e io assumerò che sia quello da ora in poi. Sempre in server, sostituiamo la riga

index index.html index.htm index.nginx-debian.html;

Con:

index index.php index.html index.htm;

E impostiamo servername con il nome del server.

Andiamo quindi nella sezione location ~ \.php$ e “scommentiamo” alcune righe in modo che appaia così:

location ~ \.php$ {
include snippets/fastcgi-php.conf;
# With php5-cgi alone:
# fastcgi_pass 127.0.0.1:9000;
# With php5-fpm:
fastcgi_pass unix:/var/run/php5-fpm.sock;
}

Salviamo e usciamo. Mettiamo a posto l’index di default:

sudo mv /var/www/html/index.nginx-debian.html /var/www/html/index.html

Facciamo ripartire il servizio per recepire le modifiche:

sudo service nginx restart

Ricontrolliamo http://test

Schermata del 2015-12-12 21-18-31

Creiamo un file:

sudo nano /var/www/html/info.php

Inseriamo al suo interno:

<?php
phpinfo();
?>

Usiamolo per controllare che PHP-FPM stia funzionando correttamente: http://test/info.php

Schermata del 2015-12-13 16-16-49

Fin qui tutto bene. Procediamo quindi a installare WordPress.

cd /var/www/html (oppure la server root che avevamo individuato nei passi precedenti)

sudo wget https://it.wordpress.org/wordpress-4.4-it_IT.tar.gz

(Questo è l’indirizzo dell’attuale versione italiana, controlla sul sito che sia quella corretta e la più recente)

sudo gzip -d wordpress-4.4-it_IT.tar.gz
sudo tar -xvf wordpress-4.4-it_IT.tar

Queste operazioni creano la directory /var/www/html/wordpress ma se vuoi installare WordPress nella root, sposta tutti i file da ./wordpress al livello superiore.

Creiamo e configuriamo il database:

sudo mysql -u root -p (attenzione a inserire correttamente prima la pw di root poi quella di MariaDB, se richiesta) e fai attenzione a mettere il punto e virgola alla fine delle righe di comando.

MariaDB [(none)]> CREATE USER 'wordpress-user'@'localhost' IDENTIFIED BY 'una_password_utente';

(“wordpress-user” è lo user del db e “una_password_utente” la sua password.)

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.04 sec)

MariaDB [(none)]> CREATE DATABASE wordpress-db;

Otteniamo: Query OK, 1 row affected (0.01 sec)

MariaDB [(none)]> GRANT ALL PRIVILEGES ON wordpress-db.* TO "wordpress-user"@"localhost";

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.00 sec)

MariaDB [(none)]> FLUSH PRIVILEGES;

Otteniamo: Query OK, 0 rows affected (0.01 sec)

E finalmente:

MariaDB [(none)]> exit

Ora configuriamo WordPress:

cd /var/www/html/wordpress
sudo cp wp-config-sample.php wp-config.php
sudo nano wp-config.php

Compiliamo i campi necessari:

define('DB_NAME', 'wordpress-db');
define('DB_USER', 'wordpress-user');
define('DB_PASSWORD', 'una_password_utente');
define('DB_HOST', 'localhost');

Compiliamo la sezione chiavi univoche di autenticazione tramite https://api.wordpress.org/secret-key/1.1/salt/ e salviamo uscendo. Navighiamo su http://test/wordpress/wp-admin/install.php e completiamo il processo di installazione di WordPress. Controlliamo che stia funzionando su http://test/wordpress

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Per far funzionare i permalink personalizzati è necessaria un’ulteriore modifica:

sudo nano /etc/nginx/sites-available/default

Se WorpPress è installato in una sottocartella come in questo caso, aggiungiamo una sezione:

location /wordpress/ {
try_files $uri $uri/ /wordpress/index.php?$args;
}

Subito sotto l’ultima che abbiamo modificato prima.

Se WordPress è installato nella root del webserver va solo cambiata la riga try_files nella sezione location / in questo modo:

try_files $uri $uri/ /index.php?q=$args;

Facciamo ripartire nginx:

sudo service nginx restart

Impostamo i permalink personalizzati e controlliamo che funzionino:

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Per far funzionare bene gli aggiornamenti di WordPress, e anche dei temi e dei plugin, modifichiamo il proprietario dei file. Controlliamo che nginx giri con l’utente www-data:

sudo ps -aux | grep nginx

E in effetti una delle righe dice:

www-data  1292  0.0  0.6 125224  4916 ?        S    00:10   0:00 nginx: worker process

Quindi assegnamo a www-data la proprietà dei file di WordPress:

sudo chown -R www-data:www-data /var/www/html/wordpress

Se ci serve installiamo anche PHPMyAdmin:

sudo apt-get install phpmyadmin php5-mcrypt -y
sudo php5enmod mcrypt
sudo service php5-fpm restart

Non scegliamo nessun webserver durante l’installazione di PHPMyAdmin, poi eseguiamo:

ln -s /usr/share/phpmyadmin /var/www/html

E controlliamo che funzioni:

Schermata del 2015-12-13 17-16-28

Congratulazioni! Hai installato WordPress su nginx, PHP-FPM e MariaDB! Questa è una buona base per partire, e la configurazione può essere affinata per ottimizzare le prestazioni e aumentare la sicurezza.

ASUS ZenPad S 8.0

ZenPad1Ho provato per qualche settimana uno ZenPad S 8.0, uno dei nuovi tablet di Asus. Ha un display da 8 pollici QXGA, un processore Intel Atom Quad-core a 64 bit, 4 GB RAM e una GPU molto veloce. Le specifiche in dettaglio si trovano sul sito Asus.

Una volta aperta la scatola, mi hanno subito colpito leggerezza e sottigliezza: meno di 3 etti e 6,6 millimetri, rispettivamente. Il corpo del dispositivo è quasi interamente occupato dal display e i bordi sono ridotti ai minimi termini. Una cornice di alluminio corre attorno al tablet aggiungendo solidità e eleganza a una linea molto bella. La parte posteriore è peculiare: una specie di pelle molto piacevole al tatto che rende la presa più sicura. Come con tutti i tablet, ho sempre una sensazione di disastro imminente in caso di caduta, ma credo sia un problema mio. In ogni caso mi è stata fornita anche una cover ripiegabile che protegge schermo e corpo dell’unità e ha anche un piccolo alloggio per uno stilo opzionale, supportato da ZenPad.ZenPad-retro
Sul bordo sinistro ci sono i pulsanti di blocco schermo e il rocker del volume, che non ho trovato particolarmente riusciti: non hanno praticamente nessun feedback tattile ed è difficile capire se la pressione è stata sufficiente ad azionarli.
ZenPad S 8.0 è arrivato con Android Lollipop 5 ed è molto veloce, grazie alle sue CPU e GPU particolarmente performanti. Non c’è nessun lag, nessuna attesa, tutti i comandi impartiti vengono eseguiti immediatamente e l’uso è sempre piacevole. Le applicazioni proprietarie di Asus sono meno invasive di quelle dei competitor, ed è una cosa che ho gradito molto. (A onor del vero non le ho neppure provate, preferisco usare le applicazioni standard già presenti in Android). L’interfaccia ZenUI non è particolarmente invadente e non sembra peggiorare le prestazioni.
Abituato al form factor particolarmente “stirato” del mio Nexus 7, ci ho messo un po’ ad abituarmi ai 4/3 di ZenPad, che alla fine si è rivelato altrettanto piacevole.
Lo schermo è spettacolare. E lo riscrivo.

Lo schermo è spettacolare.

ZenPadScreen

Risoluzione molto elevata, immagini brillanti, colori bellissimi, video fluidi: è davvero un piacere per gli occhi ed è il più bello che io abbia mai visto su un tablet. Sulle prime ho guardato distrattamente le caratteristiche tecniche, ma questa volta le sigle mi sembra vadano al di là della solita fuffa del marketing: quello che Asus chiama Visual Master sembra funzioni davvero.

DTS-HD-logoLa sezione audio vanta altoparlanti frontali di qualità, con una resa sonora abbastanza buona considerando le dimensioni ed il tipo di oggetto. E’ comunque sufficiente per godere di film e musica senza troppi sacrifici.

Questo modello (Z580CA) ha solo connettività WiFi, ma allo stato dell’arte. L’unità che ho provato ha il supporto WiFi 802.11ac e la connessione a un access point che supporti questa tecnologia è velocissima.

Il connettore è del tipo USB Type C, che ha il vantaggio di non avere un “verso” di introduzione, ma non è retrocompatibile con Micro-USB: quindi i soliti cavi non vanno bene.

Nello sforzo di migliorare sempre di più la “customer experience” Asus ha introdotto per i tablet ZenPad un’estensione gratuita della garanzia, ZenCare+: nei primi 365 giorni dalla data di acquisto, in caso di difetto tecnico, il tablet sarà riparato e il cliente potrà richiedere un indennizzo pari al prezzo sostenuto per l’acquisto del dispositivo; in caso di danni accidentali dovuti a cadute, acqua, rottura di scocche e/o display, invece, il cliente riceverà un nuovo dispositivo di modello uguale o equivalente a quello posseduto. E’ un plus da valutare in fase di acquisto, dato che di solito questo tipo di estensioni sono a pagamento. Peccato che la promozione termini il 31 dicembre 2015.

https://www.youtube.com/watch?v=eGuSwnRGQ_0

Il prezzo di ZenPad S 8.0 dovrebbe aggirarsi intorno ai 250 euro nella versione a 32 GB; vista la qualità dell’oggetto mi sembra un costo adeguato, specialmente se cercate un tablet velocissimo e con uno schermo di ottima qualità.

(Trasparenza per un mondo migliore: Asus mi ha regalato questo tablet.)

Integratori Myprotein: impressioni d’uso.

Tutti coloro che corrono o fanno un’attività sportiva simile alla corsa prima o poi si pongono il problema degli integratori. La mia alimentazione è corretta? Devo aggiungere qualcosa? Ci sono cose che mi possono aiutare a utilizzare meglio l’energia o a smaltire meglio la fatica? I meccanismi energetici che si scatenano durante l’attività fisica sono abbastanza complessi e sono la combinazione di diversi fattori: un’alimentazione corretta e una giusta integrazione sono importanti e non va sottovalutato l’impatto psicologico o addirittura scaramantico che si accompagna all’assunzione di integratori.

Durante una prestazione protratta nel tempo e con un costante consumo di energia come gli allenamenti “lunghi” richiesti dalla corsa o durante gare come la mezza maratona o la maratona, è importante mantenere costante la produzione di energia necessaria ai muscoli. Poiché la quantità massima di energia immagazzinabile dal nostro organismo finisce più o meno dopo 30 chilometri, è evidente come sia necessario sia partire con una buon “carico” di carboidrati, che alimentarsi correttamente durante la corsa. Anche per distanze inferiori, sebbene non sia strettamente necessario, la corretta alimentazione e idratazione sono cruciali per non “soffrire” più del necessario e non incorrere nei famigerati crampi da disidratazione.

Ciascuno di noi ha le sue preferenze; compresse, gel, bibite: il mercato offre di tutto e a volte non è semplice orientarsi. Dopo un po’ ognuno trova il prodotto che preferisce e più o meno si attiene a quello. In genere io prediligo una fonte di carboidrati prima della partenza e qualche compressa di integratore durante, accompagnata da un sorso d’acqua ogni volta che è possibile.

Ho avuto modo di provare per qualche mese un campione di prodotti Myprotein e li ho usati sostituendo in parte gli integratori a cui ero abituato. Focus + Energy è un complesso in capsule che contiene caffeina, taurina, coenzima Q10 e vitamine del gruppo B. Va assunto prima della prestazione e i componenti aiutano il ciclo legato alla trasformazione dei metaboliti in energia, riducono la fatica e aumentano il livello di attenzione. In particolare le vitamine B sono importanti per la trasformazione dei carboidrati in glucosio e per il metabolismo dei grassi e delle proteine (che si trasformano in energia utilizzata dai muscoli), la taurina è un amminoacido che regola, tra le altre cose, la contrazione muscolare e  il coenzima Q10 è direttamente implicato nella produzione di ATP (la “benzina” dei muscoli) e tende a diminuire con l’avanzare dell’età.

Uso Focus + Energy da un po’ di tempo e mi sembra che abbia l’effetto desiderato: assunto prima di una lunga corsa mi aiuta a non rimanere “a secco”, specie se integrato con liquidi e altri integratori di più pronta assimilazione. E’ in capsule, inodore, insapore e può essere ingerito anche senz’acqua. Non mi ha dato alcun problema digestivo, cosa sempre in agguato in caso di utilizzo di questo tipo di prodotti.

Ho provato anche un complesso di vitamine B, Vitamin B Super Complex, e Vitamin D3, che facilita l’assunzione di calcio e fosforo, buoni per ossa, muscoli e sistema nervoso.

La scelta di un prodotto è molto spesso un processo lungo e personale, condotto per prove ed errori. Ognuno ha i suoi preferiti e spesso ci si basa su convinzioni personali o impressioni del tutto soggettive. Io mi sono trovato abbastanza bene, e per ora penso che continuerò ad utilizzarli. Conto di diventare così entro un paio di mesi, altrimenti dovrò chiedere un rimborso….

FRITZ!Box 7490

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I prodotti AVM sono una mia vecchia conoscenza: negli anni ’90 ho installato parecchi modem ISDN, e gli AVM erano quelli che funzionavano meglio. Per la mia prima connessione all’internet “moderno” ho usato per un paio di anni una scheda AVM ISDN a 128Kb/s che mi ha dato parecchie soddisfazioni. Per questo quando mi hanno proposto di provare un router AVM di nuova generazione ho accettato con piacere, e adesso vi sto scrivendo attraverso un FRITZ!Box 7490. Come al solito, tutti i dettagli tecnici sono sul sito AVM; si tratta di un prodotto estremamente potente e completo. Come da tradizione della marca tedesca, da sempre molto attiva nel campo della telefonia, ci sono tutta una serie di funzionalità aggiuntive che supportano DECT (fino a 6 telefoni cordless), POTS (due porte per telefono analogico, segreteria o fax) e ISDN (bus S0  per telefoni o centralino ISDN). In pratica FRITZ!Box 7490 può funzionare anche da centralino per piccoli uffici o studi professionali.

fritzbox_7490_anschluesse_it_620x420La connettività è allo stato dell’arte: sono supportate ADSL e vDSL, ci sono 4 porte gigabit ethernet, e la wireless supporta gli standard N e il nuovo AC, velocissimo; completa la dotazione una porta USB 3.0.

Il design e i colori dell’unità sono abbastanza peculiari: la forma arrotondata del frontale e due “pinne” sulla parte superiore la rendono impossibile da impilare. Le spie sulla parte frontale si vedono bene solo se si guarda il router da davanti e da leggermente più in alto, ma non è un grosso problema.

FRITZ BoxL’interfaccia di gestione è “strana” ma non difficile da usare anche se la tipica grafica “tedesca” di AVM non rende giustizia alla quantità e granularità delle opzioni disponibili: diciamo che non ispira rigore e professionalità a prima vista, ma si fa rapidamente perdonare..

La facilità di avvio e prima configurazione sono nella media; nel setup automatico sono presenti i principali provider italiani, ma manca Fastweb. Io ho una connessione Fastweb Joy e i parametri di configurazione sono facilmente reperibili in rete, anche se probabilmente l’operazione potrebbe spaventare gli utenti meno smaliziati. (link1 link2).

Una volta configurato, FRITZ!Box 7490 si comporta benissimo: ci si dimentica di averlo e non c’è bisogno di riavviarlo di tanto in tanto come accade con unità di altri produttori. Il numero di connessioni contemporanee, che spesso rappresenta un punto critico per altri router, è sufficientemente elevato da non causare alcun problema nell’uso di programmi peer-to-peer, la connettività è molto stabile e veloce e le prestazioni leggermente superiori al modem fornito da Fastweb (dato “spannometrico” e senza pretesa di significatività statistica). Le porte Gigabit fanno il loro dovere e sono un plus da non sottovalutare se si collegano NAS e mediaplayer alla propria rete locale. Tutti i più comuni parametri di configurazione (NAT, PAT, DHCP ecc ecc) sono supportati e funzionano egregiamente. C’è una funzione “parental control” abbastanza flessibile che permette di gestire whitelist e blacklist, e la rete è segmentabile per un eventuale accesso “guest”, sia lato LAN che WLAN. FRITZ!Box 7490 espone diverse informazioni diagnostiche sulla connessione che possono essere utili in caso di problemi sulla linea; il livello di dettaglio raggiunge una granularità che non ho mai visto su un apparato SOHO. Come bonus è possibile gestire le connessioni VPN sia per gli utenti che site-to-site.

La sezione Wi-Fi è eccellente; per testare il supporto al protocollo 802.11ac ho utilizzato un dongle USB FRITZ!WLAN Stick AC 430. Le prestazioni sono ottime su tutto lo spettro, dai tradizionali 2,4GHz, ai 5GHz, al 5GHz AC e in questo caso sono quasi confrontabili con quelle del cavo e mi hanno colpito per stabilità e velocità, anche se non ho raccolto dati puntuali. Non ho riscontrato le interferenze che ogni tanto mi capita di trovare con altri access point che ho utilizzato.

La porta USB 3.0 permette di condividere dello storage in rete e di abilitare il servizio Mediaserver per i contenuti immagazzinati; i protocolli supportati sono SMB, FTP e UPnP Audio-Video, oltre al supporto DNLA. Una funzione particolarmente interessante permette di mappare i servizi di storage online che supportano WebDAV e presentarli come se fossero una share di rete: se avete un account ownCloud, è un candidato perfetto per essere usato in questo modo.

Il firmware ha una comoda opzione di autoaggiornamento che funziona egregiamente: alla prima configurazione il sistema controlla la presenza di update e ne propone l’installazione; non ho capito se i successivi controlli devono essere manuali o se c’è una sorta di automatismo.

Insieme a FRITZ!Box 7490 ho testato anche un FRITZ!DECT 200. Quest’ultimo è un dispositivo intelligente che si frappone tra una presa di corrente e la spina di un dispositivo, ne controlla il consumo e permette di gestire accensione e spegnimento sia manuali che impostati tramite una schedulazione. Tutta la gestione avviene tramite l’interfaccia del 7490, che si interfaccia con tutte le periferiche della serie Smart Home tramite il protocollo DECT. Il controllo è possibile anche da uno smartphone con l’apposita applicazione.

In definitiva FRITZ!Box 7490 è un ottimo prodotto, potente, versatile, stabile e molto configurabile. E’ ricco di funzioni e adatto sia all’utente “casuale” che cerca ottime prestazioni da un router e vuole dimenticarsene dopo l’installazione, che ai più esigenti che desiderano avere un controllo particolarmente granulare sulla configurazione; ci sono talmente tante funzioni che non mi viene in mente nulla che sia possibile aggiungere a questo ottimo prodotto. L’interfaccia di gestione è migliorabile, ma è solo una questione estetica. Il prezzo si aggira sui 200 euro: non è poco, ma secondo me li vale tutti.

 

 

Le nuove sfide digitali dell’auto. Tutto sta per cambiare.

Un paio di settimane fa ho partecipato a un incontro Opel in occasione della presenza in Italia della concept car Monza dove Holger Weyer (Chief Designer GM Europe Advanced Design) ci ha mostrato la vettura e ha spiegato come la forma e le soluzioni del prototipo attuale siano frutto di un’evoluzione del design che parte dal dopoguerra e che rispecchia sia l’evoluzione tecnologica che i cambiamenti sociali e culturali che hanno attraversato la storia. L’invito è stato anche l’occasione per presentare l’introduzione in Italia di Opel OnStar, una piattaforma comune a quasi tutti i nuovi modelli della casa che offre una serie di funzioni avanzate di connettività, diagnostica, assistenza e sicurezza. Il sistema che Opel ha presentato permette, tra le altre cose, di controllare remotamente alcuni parametri operativi dell’auto e di effettuare alcune operazioni come geolocalizzazione e blocco/sblocco delle portiere. E’ possibile contattare un operatore umano sia per le emergenze che per informazioni sulla navigazione e il sistema è in grado di lanciare autonomamente un SOS quando rileva un’incidente.

OnStar è stato illustrato da David Voss (Manager International Customer Experience) che ha approfondito le funzioni principali ed è stato molto disponibile a rispondere ad alcune domande che gli ho fatto più tardi. In seguito alle sue spiegazioni ho riflettuto sugli aspetti che mi interessano di più nell’evoluzione tecnologia delle auto. L’argomento mi tocca da vicino: possiedo una Opel e il sistema multimediale è migliorabile in diversi aspetti che riguardano le funzionalità, l’interfaccia e l’usabilità.

Le case automobilistiche stanno per entrare in una nuova fase: tutto quello che fino a oggi si è chiamato “infotainment” sta cambiando radicalmente. Tramite computer, tablet e smartphone siamo abituati ad essere sempre connessi a un ecosistema che ci permette di interagire online e di arricchire le nostre esperienze “offline”. Molti di noi trascorrono parecchio tempo in movimento e il desiderio e la necessità di trasportare in auto il proprio ecosistema sono sempre più diffusi; i produttori di auto sono davanti a una sfida che non è facile affrontare. Google e Apple stanno affinando i loro sistemi per l’auto, e stanno aggiustando il tiro verso un’integrazione sempre più spinta tra smartphone, automobile e servizi di rete.
I costruttori devono gestire la triangolazione tra vettura, utente e produttori di device; software, sistemi multimediali, connessione, meccanica e software di bordo, sistemi di gestione e controllo della vettura, interfaccia utente: tutti componenti che vanno collegati e orchestrati in modo perfetto.
E’ un territorio perlopiù inesplorato: per anni l’automobile è stata uguale a sé stessa, adesso tutto sta cambiando, nessuno è più esperto di altri, tutti devono fare “esperienza” per capire come gestire il cambiamento e dove porre più attenzione.
La partita si gioca su più fronti: da un lato l’interfaccia e l’interazione con l’autista e i passeggeri e dall’altro la sicurezza del sistema nella sua interezza e alla classificazione tradizionale di sicurezza attiva e passiva si aggiunge anche quella informatica, altrettanto critica.
Al momento i sistemi Android Auto e CarPlay sono sostanzialmente una replica sullo schermo di bordo del desktop dello smartphone, limitatamente ad alcune applicazioni abilitate e compatibili, con l’aggiunta di funzionalità di interazione semplificate; in parallelo a questo l’auto ha il suo sistema di connessione, di solito tramite una SIM dati di bordo, tramite il quale offre una serie di servizi e applicazioni orientate al comfort in senso lato e alla sicurezza (sistemi di SOS e simili).
Con il passare del tempo, le informazioni veicolate e presentate all’interno dell’abitacolo saranno sempre di più e il problema di come rappresentarle diventerà sempre più pressante.
Mi spiego: l’utilizzo che siamo abituati a fare dei nostri dispositivi è molto “immersivo”, lo stereotipo delle persone con il naso nello schermo mentre ignorano il mondo circostante è un’immagine molto forte negli ultimi anni; la quantità, qualità e ampiezza del flusso di informazioni a cui siamo esposti richiede un’attenzione che vorrebbe assorbirci completamente a scapito dell’ambiente circostante.
Questo tipo di interazione non è trasferibile verso chi sta guidando un’auto, per motivi assolutamente evidenti. L’attenzione di chi guida non può essere distolta dal controllo della vettura, quindi nasce il problema di filtrare e veicolare, nel modo meno invasivo possibile, tutta la pletora di contenuti e informazioni disponibili.
Gli aspetti decisivi sono due: da un lato è necessario un filtro che decida di volta in volta cosa esporre e quali interazioni permettere, dall’altro è necessario inventare nuovi modi di presentare, nuove interfacce, nuovi linguaggi di rappresentazione, proprio perché tutto il processo deve necessariamente risiedere ad un livello più basso rispetto alle informazioni e alla interfaccia relativi alla guida del veicolo e alla sua sicurezza.
Impostare e “addestrare” questi filtri dovrebbe essere un processo che coinvolge l’utente in modo che possa decidere di volta in volta cosa sia prioritario in un determinato momento.
Faccio un’ipotesi: durante una trasferta sono sicuramente interessato a messaggi, mail e segnalazioni attinenti all’ambito lavorativo, voglio poter comunicare facilmente con colleghi e contatti, voglio le notizie importanti e tempestive su argomenti che mi interessano per svolgere il mio lavoro. Se, invece, sto andando in vacanza potrei essere più interessato a notizie sul territorio, punti di interesse, recensioni e segnalazioni provenienti dai social, network e relative a venue che incontro lungo il mio viaggio; e inoltre voglio rimanere in contatto con amici e parenti.
Tutto questo deve essere “presentato” con una interfaccia che non mi distolga dalla guida.
C’è tutta una “grammatica” nuova da inventarsi; simbologie, interazioni, posizioni, colori, forme, suoni, il tutto studiato in modo da non disorientare le persone, cercando di mantenerle in un ambiente a loro familiare, esattamente come quando entriamo per la prima volta in un’auto nuova: anche se non conosciamo quel particolare modello, siamo perfettamente in grado di trovare i comandi e guidarla senza difficoltà.
L’affascinante cruscotto di Opel Monza comincia ad esplorare questi aspetti con tre modalità di funzionamento: ME, WE, ALL, tramite le quali è possibile selezionare la quantità e il tipo di informazioni che arrivano dall’esterno e che vengono rappresentate sulla plancia del prototipo.

L’argomento è di una complessità affascinante ed è un mondo tutto da inventare; le case automobiliste sono brave con le interfacce che riguardano strettamente la guida e il controllo della vettura, ma il digitale è evidentemente un campionato del tutto diverso, dove servono competenze e professionalità che fino ad oggi sono state estranee o al limite ai margini della grande produzione automobilistica.

Anche la sicurezza presenta un lato tutto nuovo: nel momento in cui la vettura è connessa alla rete e alcune funzionalità sono accessibili dall’esterno, è necessario assicurarsi che nulla possa sfuggire di mano. Non voglio pensare cosa potrebbe succedere nel caso qualcosa andasse storto: in questi giorni il web è pieno di notizie che paventano la possibilità che malintenzionati assumano il controllo di una vettura, con conseguenze abbastanza inquietanti. Se vi spaventa il pensiero che qualcuno violi il vostro computer, lo infetti, e ne assuma il controllo, pensate se la stessa cosa succedesse alla vostra auto mentre la state guidando: non è un pensiero rassicurante.

Le infrastrutture, i processi, i protocolli, tutto è nuovo, tutto è da capire e in parte da costruire; ed è proprio questo che ho chiesto a David Voss: come viene affrontata la gestione della sicurezza? Mi ha assicurato che Opel ha perfettamente chiara la criticità dell’argomento, che ha acquisito competenze e professionalità provenienti dai mondi IT e security e lavora in contatto con aziende aeronautiche con le quali effettua test e benchmark per garantire la massima sicurezza possibile.
Ho cercato di scendere un po’ più nel dettaglio, ma non ha voluto o potuto dirmi se i protocolli utilizzati sono proprietari o basati su standard industriali, né sono riuscito ad avere informazioni sull’architettura del sistema.

Sarebbe interessante capire se in un contesto che coinvolge in maniera così critica e diffusa la sicurezza delle persone ci siano da considerare anche aspetti normativi e legislativi: esattamente come il codice della strada prescrive che, per esempio, gli pneumatici debbano essere omologati e con un accettabile livello di usura, allo stesso modo dovrebbe esigere che l’accesso alle funzioni “sensibili” della vettura sia protetto in maniera adeguata, con policy accettabili, condivise e standardizzate. E auspicabilmente tramite protocolli aperti, conosciuti e diffusi.

E in tutto questo non abbiamo neppure sfiorato la probabile evoluzione in un futuro a medio termine: le auto dotate di sistemi di guida autonomi, che secondo me saranno un piccolo incubo per chi si occupa di sicurezza e di legislazione.

Scarpe Adidas Ultra Boost

Un paio di mesi fa mi hanno regalato un paio di Adidas Ultra Boost perché le potessi provare con calma, e dopo averci corso un centinaio di chilometri condivido qui le mie impressioni.
Non si tratta di scarpe che passino inosservate: la tomaia brilla di un giallo fluo particolarmente vivo, rendendole poco adatte a situazioni diverse dalla corsa: diciamo che non potrete indossarle in ufficio neppure nei “casual friday”, ma ne esiste comunque una versione in un grigio leggermente più sobrio.

La tomaia è particolare: realizzata in un tessuto mesh che Adidas chiama Primeknit, è una specie di “calza” leggermente elastica fasciata da due bande in plastica laterali in cui si intrecciano le stringhe. Sulla parte posteriore c’è un controtallone in plastica più rigida che sostiene il piede e lo rende solidale alla scarpa durante la fase di spinta.

Per quanto si stringa, non è mai una scarpa che fascia o blocca il piede, proprio per la consistenza morbida della tomaia; la suola è in gomma bianca molto più morbida di quella delle scarpe a cui sono abituato, con l’aspetto lievemente “pallinato” che ricorda il polistirolo.

Il piede “galleggia” nella scarpa, ma appena si applica pressione, la gomma risponde sostenendo la pianta del piede in modo elastico e sorprendentemente efficace.

Questa combinazione di tomaia in tessuto e gomma rende le Ultra Boost le scarpe più comode che io abbia mai indossato: non si sentono, sono morbide come pantofole e i piedi sono riposati e freschi anche dopo 10 km di corsa.

Le Ultra Boost sono classificate come neutre, e io ho sempre usato scarpe molto stabili, sia a causa del peso che della falcata da pronatore; ero abbastanza scettico sul fatto che potessero essere adatte a me poiché sono prive dei classici sistemi di supporto all’arco interno del piede a cui sono abituato.

Ho cominciato a provarle abbastanza prevenuto e molto attento alla risposta delle mie ginocchia: so per esperienza diretta che scarpe scariche o sbagliate possono causare problemi abbastanza noiosi. Già alla prima uscita ero piacevolmente stupito: non solo non sentivo la mancanza di un supporto tradizionale, ma avevo corso più leggero del solito e anche un po’ più veloce (poco). Mi sono accorto che la struttura della scarpa e la consistenza della suola sostenevano il piede in modo adeguato. La gomma, in particolare, ha un effetto di sostegno proporzionale alla spinta applicata che dà l’impressione di essere differenziato in base alle zone del piede.

Un altro effetto collaterale della leggerezza e delle caratteristiche della scarpa è una meccanica di corsa più sbilanciata in avanti, che mi porta a correre con il peso avanzato quanto basta perché la falcata sia più ampia e “guidata” verso l’indietro.

La prima uscita sono stati 10 Km a ritmo abbastanza sostenuto, e nei giorni successivi sono stato attentissimo a cogliere eventuali sensazioni strane provenienti dalle articolazioni, ma non ho avuto nessun fastidio; dopo qualche uscita normale, ho fatto una seduta di ripetute e anche in quel caso tutto è andato bene. Ho continuato ad usarle di tanto in tanto e ci ho corso anche la recente DeejayTEN di Milano.

Non penso di usarle per distanze superiori ai 10 Km: preferisco affidarmi a scarpe con una impostazione più classica per le mie caratteristiche, ma è comunque una scarpa che non pensavo avrei usato così tanto anche per lavori non particolarmente veloci.

In definitiva Adidas Ultra Boost è un’ottima scarpa neutra di enorme comodità e grande efficacia, può essere adatta anche a chi usa scarpe molto più stabili ma vuole spremere qualche secondo a Km in più dai suoi ritmi veloci; probabilmente non è adatta alle lunghe distanze per chi pesa di più ed è un forte pronatore. Ognuno ha le sue scarpe preferite, trovarle non è semplice e cambiare è sempre rischioso ma, se si cerca comodità e spinta, queste Adidas sono certamente un candidato da considerare.