Turin Marathon 2015. Del quando le cose sono peggiorate improvvisamente.

Dopo una notte di diluvio universale, alle 7 del mattino il cielo è terso e non si vede una nuvola. Arrivati in centro prendiamo l’ultimo caffè e mi preparo per la partenza. C’è meno gente di quanta me ne aspettassi: l’organizzazione dichiarerà poi 2500 iscritti. Mi unisco al gruppo, la temperatura è perfetta, ci saranno 15/16 gradi e il sole intiepidisce l’aria, vento completamente assente.

La partenza è in orario e non c’è molta ressa: mi aspettavo il solito show di gomitate e di gente che ti taglia la strada, invece è tutto molto ordinato e la gente è tranquilla.

3.45Mi sento bene, le gambe sono leggere e le condizioni mi sembrano perfette. Senza averlo deciso prima, mi trovo proprio dietro i pacer delle 3 ore e 45, tempo che corrisponde a una media di 5’20”/km. E’ un ritmo che non ho nelle gambe per tutta la durata di una maratona, ma mi sento talmente leggero che decido di stare un po’ con loro. Lascio andare le gambe, controllo scrupolosamente di non inciampare nelle buche del pavè di Via Po e dopo qualche centinaio di metri il gruppetto con i pacer è alle mie spalle. Mossa azzardata ma, veramente, le gambe corrono come se non fossero le mie. Anche su un primo accenno di salita non ho il minimo contraccolpo, e stacco i primi 5 km fresco e tranquillo, a una media di 5’15”/Km. Troppo veloce. Senza colpo ferire arrivo ai 10 Km ancora più veloce: il Garmin registra 5’12”/Km dal quinto al decimo. A Nichelino, al km 13 un gruppo di ragazzi con quattro batterie suona “We Will Rock You”, la musica mi fa l’effetto di una spinta e mi sento sempre più carico. Ogni 5 chilometri ho diligentemente bevuto e periodicamente sgranocchio una compressa di Enervit. Stacco il sedicesimo chilometro a una media 4’59”/km: la pagherò cara.

La mia marcia continua e sembra che l’energia non debba finire: raggiungo il traguardo della mezza maratona in 1 ora e 50. Cominciano i primi diverbi degli automobilisti bloccati agli incroci, per fortuna se la prendono con i vigili e lasciano in pace chi corre; da qui in poi vedrò ancora un tre o quattro persone infuriate, ma comunque nessun dramma epocale.

Continuo a correre felice e leggero: mi sento benissimo, le gambe tengono, non ho fame né sete. Comincio a sperare nel colpaccio. Fino al km 28 tengo bene e la media è sempre più o meno quella, impossibile, che sto tenendo. Ogni tanto mi volto indietro e i palloncini delle 3 ore e 45 non si vedono quasi più; me lo ripeto nella testa: “Per ora la proiezione di arrivo è inferiore a 3 ore e 45”. Non so neppure io come ho fatto a crederci.

In Corso Lecce, più o meno al km 26, faccio due chiacchiere con Pino, un signore che saltella leggero. “Due anni fa ho chiuso in 3 ore e 45, l’anno scorso avevo una contrattura e ho finito in 4 ore e 14. Di solito corro i 10 km in 40 minuti. Ho 65 anni”. Gli faccio i complimenti, ma dentro di me lo maledico un po’.

Al km 28 ho uno scontro frontale con la realtà nella forma di Corso Appio Claudio, che costeggia il Parco della Pellerina: 2 chilometri di salita bastarda (voi la chiamate falso piano, ma dopo 27 km di corsa mi sembravano lo Stelvio) che mi spezza completamente le gambe. Per il primo km cerco di tenere (5’17″/km), il secondo è già 5’25”/km, e da quel momento in poi continuerò a rallentare. Arrivo a 30 km con una media totale di 5’17”/km, che è comunque un ritmo molto buono.

Dal km 30 al 35 circa tengo il ritmo “giusto” quello che sarebbe stato nelle mie gambe e che più o meno avevo preventivato; i pacer sono ancora dietro, anche se si stanno avvicinando. Cominciano a dolermi le gambe e le sento pesanti, a 33 i pacer mi superano. Vabbe’, sono comunque abbondantemente sotto le quattro ore e non manca tantissimo, mi dico che ce la dovrei fare.

Se prima ho avuto uno scontro frontale, al 35 mi arriva una locomotiva in faccia: basta, è finito tutto. Le gambe non si muovono più, barcollo, mi sembra di correre immerso nella melassa. Il fiato tiene, le pulsazioni sono basse, ma i muscoli non esistono più. Traccheggio per un altro chilometro poi, improvvisamente, comincio a camminare. Mai successo in una gara, io che cammino. Ci provo, trotterello qualche metro, poi le gambe si rispengono, non obbediscono ai comandi, riesco solo a camminare e neanche troppo veloce, tra l’altro. In tutto questo arrivano dei crampi devastanti. Un polpaccio ed entrambi i quadricipiti; il problema grosso sono i quadricipiti: il dolore non è importante, quello si sopporta, non esiste, si reprime; il problema grosso è che le gambe non si muovono, sono di legno, sono bloccate. Posso solo camminare; riesco a corricchiare qualche metro appena si sciolgono, ma subito le gambe si fermano di nuovo e da qui in poi il cronometro diventa una barzelletta.

Sono passato da “finire alla grande” a “finire meglio dell’altra volta” a “finire entro le 4 ore” a “finire”. Che io finisca non è neppure in discussione, gli ultimi 5 km li posso fare strisciando, ma finisco.

Per due volte chiedo l’ora agli spettatori e cerco di distrarmi con improbabili proiezioni del tempo di arrivo, ma la dura realtà è che ho La Morte che mi alita sul collo, sono sfinito, le energie sono sparite, mi fanno male le gambe e non riesco a correre. Ho avuto momenti migliori. Non riesco neppure più a usare tecniche Zen o ripetermi dei mantra o concentrarmi su qualcosa che non sia mettere un piede davanti all’altro. Sono i 5 chilometri più difficili che abbia mai percorso e ho visioni di me che taglio il traguardo carponi vomitandomi sulla maglietta.

Neppure il cartello dell’ultimo chilometro riesce a darmi una sferzata di energia: ho finito la benzina, non ho più nulla, la testa ordina ma il corpo non esegue. Svolto all’altezza di Porta Nuova e arrivo finalmente in Via Roma: vedo il traguardo e mi sembra più lontano della Siberia. In Piazza San Carlo la beffa finale: mi sorpassano i pacer delle 4 ore. Cerco di correre un po’ per non farmeli sfuggire ma senza successo: alterno corsa e cammino ogni 20 metri.

In tutto questo, la pelle d’oca: il meraviglioso pubblico appoggiato alle transenne si rende conto che sono molto in difficoltà; devo avere il volto devastato da una smorfia di sofferenza, cammino barcollando e corro con una pesantezza che racconta tutta la mia fatica. E allora urlano, mi incitano, mi incoraggiano, mi dicono di non mollare e mi dicono bravo, proprio a me, perché in quel momento ci sono solo io.

Finalmente entro in Piazza Castello e decido di morire: voglio tagliare il traguardo correndo, costi quel che costi. Accolgo la fine come una liberazione e fermo il cronometro a 4 ore e 34 secondi. Dovessi dire se c’era una possibilità di limare quei 34 secondi direi che no, 4 ore e 34 secondi è il massimo che ho potuto spremere dalle mie gambe in questi 42.330 metri.

Mi fermo, rischio di cadere e sono un po’ disorientato. So che mi danno una medaglia perché me la troverò appesa al collo, ma non saprei dire chi o quando.Mi trascino al ristoro, bevo un sorso di the e mangio una banana; camminare mi riesce difficoltoso, mi fa male tutto.

Ripenserò poi a cosa sia successo quegli ultimi 7 chilometri: forse sono partito troppo veloce, forse ho mangiato poco la mattina, forse doveva andare così o forse alla mia età ho semplicemente raggiunto i miei limiti. La cosa importante è che sia riuscito a finire, che mi sia divertito malgrado tutto, che abbia fatto la cosa che mi ero prefissato di fare. Il giorno dopo non c’è un muscolo che non mi faccia male, ma sto bene e mi sento leggero.

(E ringrazio Fabio e Anna per tutta l’ospitalità, il supporto e l’amicizia che mi hanno regalato.)

 

WordPress login: i cookie sono bloccati a causa di un errore inaspettato

WordPress errore cookieDopo un aggiornamento di WordPress la pagina di login potrebbe presentare l’errore: “I cookie sono bloccati a causa di un output inaspettato.“, rendendo impossibile l’accesso all’interfaccia di amministrazione.

Le impostazioni del vostro browser non c’entrano, e i link suggeriti riportano soluzioni che non sempre funzionano e sono sempre le solite: rinominare la cartella dei plugin via FTP ed eventualmente anche quella dei temi. Visto che ci ho messo un po’ per capire la causa, e la soluzione è difficile da trovare con Google perché è sepolta sotto un po’ di pagine di risultati inutili, lo scrivo anche qui.

I passi sono:

  • Scaricare l’ultima versione di WordPress dal sito ufficiale e caricare i file via FTP sovrascrivendo quelli esistenti.
  • Ricreare un nuovo file wp-config.php usando come base wp-config-sample.php popolato con le credenziali prelevate dal file wp-config.php originale dell’installazione che non funziona. SOLO le credenziali di database, host, utente e password, il resto va buttato.
  • Ricreare le chiavi univoche di autenticazione tramite il link fornito nelle note del file.

Una volta effettuate queste operazioni, il problema dovrebbe essere risolto e dovreste poter accedere senza problemi.

Synology DS715

Synology DS715Ho testato per qualche settimana un NAS DS715 di Synology, un NAS a due baie molto evoluto e potente, con elevate prestazioni e grande stabilità. Conosco da un po’ i prodotti Synology, e possiedo da qualche anno un DS212j che fa egregiamente il suo mestiere, ed ero curioso di capire come si fosse sviluppato il prodotto.

Le specifiche sono di tutto rispetto e decisamente di alto livello rispetto alle unità di qualche anno fa: processore Quad Core 1.4 GHz, 2 GB RAM, USB 3.0, eSATA, doppia NIC Gigabit, basso consumo e quasi nessun rumore emesso.

Le plastiche nere richiamano l’uso in ambito aziendale, ma la loro qualità è migliorabile: non danno una sensazione di grande solidità e non sono molto piacevoli al tatto. di contro il sistema di sgancio dei frame dei dischi fissi e il loro sistema di fissaggio sono molto comodi, privi di viti e permettono di installare o sostituire un hard disk in pochi secondi. L’alimentatore continua ad essere esterno, una soluzione che non mi piace moltissimo ma contribuisce a generare meno calore all’interno del case. Sul frontale sono presenti i LED di stato, di collegamento alla rete e di ciascun disco.DS715

Come tutti i NAS Synology, esiste una tabella di HD supportati e certificati, ma devo dire che io non ci ho mai badato e ci ho sempre infilato dentro la qualunque senza che l’unità facesse una piega; probabilmente è il caso di attenersi alle specifiche in caso di utilizzo professionale, utilizzando dischi adatti per i NAS. I livelli di RAID supportati sono i più diffusi ed è anche possibile migrare da un livello ad un altro ed espandere i volumi (con qualche limitazione). Naturalmente per sfruttare a pieno le potenzialità del controller, è necessario un cestello di espansione esterno per contenere altri HD. Io ho usato due dischi in RAID 1 (mirroring) senza alcun problema.

Le funzionalità della doppia interfaccia di rete sono molto interessanti: è possibile utilizzarle per il failover, se collegate a due segmenti di rete diversi, e per il trunking, in modo da accoppiarle e raddoppiarne la velocità.DS715

Il boot è molto veloce e l’interfaccia di gestione è molto fluida. Synology adotta una politica di forte standardizzazione: il sistema operativo DSM è uguale per tutta la gamma di prodotto, fatte salve alcune differenze legate alle peculiarità dell’hardware. Questo fa sì che anche le unità più datate beneficino sempre dell’ultima versione del software; gli aggiornamenti sono curati e frequenti, correggono vulnerabilità ed eventuali bug e vengono installati tramite una modalità “live update” che rende il processo semplice, veloce e indolore. In tre anni di aggiornamenti del mio DS212j non ho mai avuto il minimo problema.

La stabilità è ottima: DS715 è davvero un NAS “set and forget”: mai una indecisione, un problema, un blocco o un reboot inaspettato. La velocità si apprezza di più usando una connessione Gigabit via cavo: il quad core e la RAM si fanno sentire, e le prestazioni sono davvero buone; la potenza della CPU permette di attivare diversi servizi senza apparente calo delle prestazioni.

Avendo già un’altro NAS Synology sulla stessa rete, ho potuto testare rsync, backup e sincronia delle cartelle condivise. Il tutto funziona egregiamente, è semplice da configurare e non crea il minimo problema.

Sulle funzionalità ci sarebbe davvero da scrivere per sempre: tutti i principali servizi forniti da server aziendali sono disponibili su DS715; sono supportate diverse funzioni di architettura avanzata delle reti e delle infrastrutture, il comparto multimediale fa quasi ogni cosa che vi possa venire in mente, l’integrazione con i device mobili è ottima e supportata da applicazioni native e gratuite.

Per esempio, con pochi click e l’applicazione per smartphone/tablet, è possibile condividere su rete locale o su internet tutta la libreria di film e musica presente sul NAS (protetta tramite account, naturalmente). Con un po’ di banda a disposizione lo streaming HD in mobilità è sbalorditivo.

Per chi non si fida dei servizi in cloud o non li può usare per motivi di policy, Synology è in grado di svolgere tutte le funzioni di “nuvola personale” mantenendo i dati all’interno della rete e sotto il completo controllo del proprietario: sincronia, backup con deduplica, archiviazione sono supportate tramite le applicazioni ufficiali gratuite.

Per la parte networking, VPN, DNS dinamico e principali servizi come DNS e DHCP funzionano bene e sono semplici da configurare. Non mancano webserver, server database e principali framework applicativi.

In definitiva DS715 è un ottimo prodotto, adatto sia all’uso personale avanzato che al mercato SOHO; è stabile, aggiornato e scalabile. Lo street price inferiore ai 400 euro è adeguato alle prestazioni e alla classe dell’oggetto.

Trasparenza per un mondo migliore: il NAS mi è stato prestato per il tempo necessario alla prova. Non ho percepito alcun compenso per scrivere questo post, che in ogni caso non mi è stato neppure richiesto. Le opinioni espresse sono le mie e rappresentano esattamente il mio pensiero. L’unico “compenso” che ne traggo è il piacere di maneggiare tecnologia.

ASUS ZenBook UX305

fg

Sto provando da qualche giorno un ASUS ZenBook UX305. Si tratta di un portatile molto leggero e sottile, con il corpo in alluminio, uno schermo da 13,3 pollici una CPU Intel® Core M, 8 GB RAM e un disco SSD da 250 GB. Tutte le specifiche tecniche complete si trovano sul sito del produttore.

Questo ZenBook trasmette una sensazione di robustezza malgrado sia estremamente sottile e leggero: lo spessore di 12 millimetri lo rende uno dei portatili più sottili sul mercato in questo momento, e il peso è di soli 1,2 Kg. Tutte le superfici sono molto gradevoli al tatto e non particolarmente scivolose malgrado siano molto levigate; si vedono parecchio le ditate, ma è un prezzo da pagare per avere una superficie di questo tipo. L’assemblaggio è di ottimo livello e in generale si percepisce un prodotto di qualità, curato nei dettagli ed elegante nella linea minimalista.

fg4

La dotazione comprende anche una bella custodia a busta, che non offre alcuna protezione se non quella dai graffi, ma è adatta a essere infilata nella vostra borsa. L’alimentatore, piccolo, leggero e con un cavo della giusta lunghezza completa la dotazione essenziale. Mancano i supporti di ripristino, ma non è un grosso problema: se il disco non è guasto, la procedura nativa di Windows 8.1 funziona egregiamente.

L’equipaggiamento d’interfacce comprende un’USB, una Mini-HDMI e un jack cuffia sul lato destro e due USB e uno slot SD sul lato sinistro; tutte le USB sono 3.0 e una di esse permette di alimentare un dispositivo anche a computer spento. A causa del ridotto spessore, non c’è posto per una porta Ethernet, per la quale si deve usare l’adattatore USB fornito in dotazione. Di solito la velocità di questi adattatori è inferiore a quella dell’interfaccia Gigabit nativa, ma non si tratta di un grande problema: nell’uso normale non ci si accorge della differenza e il portatile è molto reattivo. Gli ambiti in cui vi sia necessità di performance sulla banda di rete sono comunque estranei all’utilizzo di questo portatile, ma se fosse comunque necessario un throughput maggiore, esiste una versione di UX305 equipaggiata con un’interfaccia Wi-Fi IEEE 802.11ac: si tratta di uno standard molto recente che arriva alla velocità di targa di 1 Gigabit (se supportato da un access point compatibile).

fg2

In ogni caso le prestazioni della Wi-Fi sono ottime e la rete è molto stabile; ho riscontrato qualche incertezza al momento del ripristino dall’ibernazione, ma in casi sporadici. Per il resto del tempo ci si dimentica di questi tecnicismi, com’è giusto che sia.

L’audio è buono, anche in considerazione del ridotto spessore; naturalmente non ci si può aspettare una gamma di frequenze basse piene e profonde, ma la resa è comunque superiore alla media dei portatili, non distorce e l’audio dei film è molto chiaro.

20150728_135744All’interno, vicino alla tastiera quattro adesivi rovinano la bella linea: li odio e non capisco perché tutti i produttori (tranne sapete chi) continuino ad appiccicare queste cose orribili sui loro computer. Fosse il mio non durerebbero cinque minuti. Le colorazioni disponibili sono tre, le linee sono molto pulite ed eleganti e la scocca è ricavata da un unico pezzo di alluminio.

Lo schermo è ottimo, la risoluzione dell’unità che ho provato è la solita 1900 x 1080, ma esiste un modello che raggiunge un sorprendente 3200×1800; l’angolo di visualizzazione è particolarmente ampio (170° dichiarati). Nell’uso normale la risoluzione e le dimensioni compatte dello schermo mi hanno creato qualche problema: ultimamente la mia vista sta calando e come succede a molte persone della mia età, CTRL “+” è il mio migliore amico; voi invece siete giovani e non dovrete preoccuparvi. Lo schermo è opaco, cosa che ho apprezzato moltissimo: testo, video e foto si vedono molto meglio e senza riflessi che affaticano e rendono meno chiare le immagini. UX305 ha un sensore di luminosità ambientale (disattivabile) che imposta la retroilluminazione al valore ottimale, contribuendo al confort e alla praticità d’uso. Non c’è alcun appiglio per aprire lo schermo e la leggerezza del portatile rende a volte difficile l’apertura perché a volte si tende a sollevare il computer invece che aprirlo.

Un grandissimo “NO” è la mancanza di un LED per l’attività del disco: è una scelta folle che non piace a nessuno, e le economie di scala che si possono realizzare eliminando un LED dal costo irrisorio non compenseranno mai il fastidio indotto negli utenti. Purtroppo si tratta di un comportamento comune a molti produttori che mi risulta incomprensibile; a volte è difficile capire cosa sta succedendo con Windows 8, che è un noto “macinatore” di dischi fissi e si rischia di lanciare più volte lo stesso comando con le conseguenze che tutti conosciamo.

A proposito di dischi fissi: l’accoppiata Windows 8 e disco SSD rende il boot velocissimo: è una delle macchine più rapide da spenta a desktop che abbia mai usato; in generale le prestazioni del disco mi sembrano ottime, non ho effettuato alcun benchmark, ma la sensazione è che sia molto veloce.

Gattyny!
(Gattyny!, Anche sul sito di Asus.)

L’alluminio, la snellezza: UX305 non ha ventole di raffreddamento e, grazie al disco SSD, nessuna parte in movimento al suo interno; la macchina non emette alcun rumore e lavorare la notte nel silenzio assoluto è molto comodo. Il calore è smaltito attraverso la superficie metallica inferiore, che può scaldarsi al punto da diventare fastidiosa da tenere a contatto delle gambe e la combo estate / pantaloni corti mi rende particolarmente sensibile a quest’aspetto. Una tecnologia che Asus chiama IceCool mantiene invece più bassa la temperatura della zona su cui poggiano i palmi delle mani per aumentare il comfort.

La tastiera è del tipo a isola, la corsa dei tasti è abbastanza breve (1,5 mm) ma non al punto da essere scomoda; la sensazione dei tasti è ottima, e il suono emesso è molto gradevole. In un portatile di questo livello mi sarei aspettato una tastiera retroilluminata, che invece manca, e, secondo me, è uno dei principali difetti di questo prodotto.

Purtroppo, come spesso accade, il computer è infestato da software assolutamente inutili: antivirus che scadono e chiedono soldi, improbabili lettori multimediali, lettori di e-book che nessuno usa e orribili giochini. Una pratica comune alla quasi totalità dei produttori che ha solo l’effetto di occupare inutilmente preziosa memoria RAM e rendere meno stabile il sistema operativo.

Molto comodo il sistema di Asus “Smart Gesture” per gestire con il touchpad le principali funzioni dell’interfaccia di Windows 8 tramite una serie di gesti ben rappresentati da animazioni molto esplicative; interessante il sistema per controllare le principali funzioni del computer via smartphone, eliminando la necessità di un presenter.

Non si tratta di un computer da “smanettoni”: il fondo è chiuso con una serie di viti Torx e non sembra essere destinato a essere aperto da un utente; per ovvi motivi non ho provato ad aprirlo e non so se RAM, HD e batteria sono sostituibili in autonomia. Vista l’utenza cui quest’oggetto è presumibilmente destinato, non si tratta di una grossa limitazione.

In conclusione Asus ZenBook UX305 è un buon prodotto: velocissimo al boot, molto leggero, maneggevole, ed estremamente portatile. Ha qualche difetto non grave come la tastiera non illuminata e l’espandibilità incerta, ma ha anche molte qualità: l’IEEE 802.11ac (anche se opzionale), la velocità, il display opaco con sensore di luminosità, l’alimentatore compatto, l’estrema leggerezza e un design molto elegante.

Il prezzo consigliato da Asus è di 849 € I.V.A. compresa e UX305 sembra destinato a un’utenza che ne faccia un uso molto “mobile” e più legato al mondo business.

Il mondo sta per finire: per la prima volta da quando esiste questo blog, questo è un post sponsorizzato.

 

Di piedi e di ali

Nella corsa quasi tutto è “interno”, dipende da te stesso, ti arriva da dentro, la ottieni con tempo, pazienza, impegno e a volte sofferenza. La maggior parte dei fattori “esterni” sono irrilevanti: di condizioni atmosferiche, circostanze, sfighe, e inconvenienti di varia natura è inutile preoccuparsi, tanto si tratta di cose al di fuori del tuo controllo. Le scarpe sono uno dei pochi fattori esterni che puoi controllare, il che spiega perché chi corre è così attento alle scarpe, al punto da esserne quasi ossessionato. Una scarpa può fare la differenza tra il poter e non poter correre, tra la salute e l’infortunio, tra la sofferenza e la corsa senza preoccupazioni.
Per trovare la scarpa adatta ci vogliono tempo, buoni consigli, prove, errori e fortuna.
Quando pensi di averla trovata vorresti sempre che fosse nuova, efficiente, pulita e comoda come il primo giorno, e invece con rammarico ti accorgi che giorno dopo giorno, uscita dopo uscita, le tue scarpe invecchiano e deperiscono come se assorbissero tutte le sofferenze che ti hanno risparmiato durante l’arco della loro esistenza. Quando hanno terminato la loro carriera a volte le ricicli per passeggiare o per lavorare in giardino o semplicemente le butti perché ne hai già troppe e sono davvero malridotte; queste le ho buttate: avevano sul groppone 10 mesi di attività e quasi 1.000 Km ed erano addirittura bucate sulla punta. Per un capriccio del caso hanno avuto una sepoltura abbastanza simbolica: sono finite in un cassonetto di Atene, e la culla della maratona mi è sembrata una degna fine per un paio di scarpe da corsa. Grazie.

vecchie

 

 

La Mezza Di Genova 2015


L’anno scorso l’ho saltata per l’operazione al menisco e sono irritato ancora adesso. Mi ero iscritto talmente presto che avevo il pettorale N. 22: prima di me solo Kenioti e top runner, credo. Quest’anno ho fatto poco di meno: pettorale 72 su 3.000 iscritti. Capirete il nervoso quando due mesi fa ha cominciato a farmi male il polpaccio sinistro. Dolori passeggeri, a volte forti. Mi credevo guarito ma il mese scorso ho corso la Stramilano e mi sono fatto male: da quel momento non sono più stato al 100%. Ho cercato di riposarmi e di curarmi, ma sapevo di non essere a posto e neppure lontanamente pronto per affrontare una Mezza. Malgrado tutto la mezza della mia città conta molto per me, e ho deciso che l’avrei corsa comunque.

Arrivo alla mattina della gara senza aver corso per 15 giorni, e venendo da un periodo di allenamenti scarsi e poco fruttuosi. Almeno ho mangiato, bevuto e dormito bene nei giorni precedenti; il pochissimo che potevo fare l’ho fatto. Non fa caldo ma neppure particolarmente freddo, decido di correre con la sola canottiera. L’incognita è il vento, che in effetti ci darà un po’ fastidio nei tratti più aperti del percorso.

Le prime avvisaglie che sarebbe stata una gara difficile arrivano già mentre mi scaldo, con cautela: il polpaccio mi “tira”, lo sento che mi parla e mi fa le boccacce prendendomi in giro. Bei momenti prima della partenza: cantiamo tutti insieme l’Inno di Mameli e scherziamo sulle nostre, previste, scarse prestazioni. Cerco di ignorare la gamba, ma con poca fortuna: già pochi metri dopo la partenza comincia a farmi male e il dolore non mi abbandonerà mai più.
L’altimetria presenta qualche saliscendi, non troppi per fortuna; mentre le discese sono un’occasione per rilassare il muscolo dolorante, le salite, anche accennate, sono fonte di sofferenza e dolori pungenti. In qualche modo riesco ad arrivare fino al mare, al km 6, con tempi ampiamente superiori ai 5’/km, ma tanto non ho certo obbiettivi di cronometro, voglio solo portare a casa la gara. Il tratto in salita di Corso Italia lo patisco parecchio e cerco anche di modificare un po’ la meccanica della mia corsa per non gravare troppo sulla parte dolorante. Ottengo scarsi risultati, stringo i denti, ignoro il dolore che a tratti diventa acuto e pungente, e raggiungo Boccadasse dove c’è un inversione a U al km 8. Qui perdo Corrado, il mio compagno, che sta recuperando dalle fatiche della Maratona di Roma e cerca di prenderla con molta calma; non riesco a modificare il mio ritmo senza pesare troppo sui miei dolori e decido di lasciare andare le gambe come posso.

Mi barcameno fino al decimo km e arrivo in Piazzale Kennedy, dove c’è un bivio: a sinistra per la gara da 13 km, a destra per la mezza maratona. “Mmmm, potrei andare a sinistra e accontentarmi delMA CHE CAXXO STO DICENDO HO INIZIATO UNA MEZZA E FINISCO UNA MEZZA!

Per punirmi, accelero gli ultimi 100 metri prima della rampa della Sopraelevata (non è vero). E’ una rampa breve, ma ripida; la devo correre praticamente con una gamba sola per sgravare il più possibile il polpaccio infortunato. Arrancando tutto storto guadagno la sommità e inizio la parte pianeggiante di 4 km che segue lo sviluppo della strada; in pratica un lunghissimo ponte. La vista è bella, ma un tratto così può essere molto difficile psicologicamente per l’effetto “non finisce mai!”, specie se non stai benissimo. Passo in rassegna tutti i trucchi che conosco, e decido per la soluzione Zen. Comincio a contare ossessivamente i respiri, da 1 a 8, per decine e centinaia di volte, svuotando la mente e astraendomi il più possibile dal mondo circostante. Lo stratagemma sembra dare qualche frutto: per qualche km il mio ritmo aumenta e si fa costante; la strada passa e il dolore sembra diminuire.

Ai margini della strada, tante persone salutano e ci guardano correre, contente di riconquistare un pezzo di città che è riservato alle auto durante tutto il resto dell’anno. Ogni tanto accuso forti fitte, ma cerco di non curarmene, tanto ormai sono in ballo e devo ballare: camminare non è contemplato e sicuramente mi farebbe ancora più male. Tanto vale correre e arrivare il prima possibile. Finalmente arrivo in fondo e scendo verso l’ultimo tratto che dal giro di boa mi riporterà indietro.

Al km 17,5 il momento più temibile: la famigerata rampa di 500 metri che risale sulla Sopraelevata prima degli gli ultimi 3 km. Credo che siano stati i 500 metri più difficili di tutta la mia carriera podistica: mi fa male, tanto. Rallento vistosamente, stringo i denti, mi ripeto tutta una serie di motivi per i quali è giusto che io sia qui, in questo momento e in questa situazione. Dopo un’eternità (solo chi corre sa quanto possono essere lunghi 3 minuti) sono di nuovo in Sopraelevata per il tratto che mi porterà all’arrivo. Ormai è fatta, il cuore è più leggero, riesco anche ad aumentare il ritmo e addirittura staccherò il km veloce al 21°.

Il dolore c’è ma me ne faccio beffe, ho vinto io. Ormai so che ce la farò a tagliare il traguardo, tutto il resto conta meno in questo momento. Riesco ancora a superare qualcuno, imbocco l’uscita in discesa e vedo il traguardo; sto portando a casa una gara corsa con la forza della tigna; ho incanalato tutta la mia essenza di sopraffino rompiballe verso il dolore al polpaccio, cercando di ostacolarlo in tutti i modi. Ci sono riuscito, taglio il traguardo e immediatamente inizio a zoppicare. Adesso mi devo riposare e devo guarire completamente; non avrei neppure dovuto correre questa, e fosse stata un’altra occasione sarei sicuramente rimasto a casa.

L’importante è aver raggiunto l’obbiettivo. I prossimi saranno il recupero, il riposo e le cure.

Stramilano 2015

Io-Stramilano-2015bCon un  po’ di ritardo vi racconto della mia Stramilano di domenica scorsa.
Arrivo da un periodo di allenamenti inesistenti, fatti male, corsi poco e senza il minimo criterio. Ma è un periodo che va così: mi piace correre, ma sono svagato, guardo il paesaggio, mi distraggo, respiro, gioisco in modo diverso, e soprattutto correrei per chilometri e chilometri a ritmi molto lenti, cosa che non si concilia per nulla con la preparazione per una mezza maratona, ma alla fine chissene, non ho ansie. Ho anche trascurato l’alimentazione e l’idratazione, e di questo parliamo dopo.

Aspettavo questa corsa con piacere, perché l’avrei corsa con Alessio. Io e lui abbiamo un modo di correre insieme anche se siamo lontani, e nelle poche occasioni che ci è capitato di poterlo fare davvero ci siamo sempre rilassati e divertiti.
E’ una bella giornata di sole e Milano è piena di volti sorridenti e mi sembra diversa dalla città tesa, dura e nervosa che sono abituato a vedere di solito.

C’è tanta gente in giro e tanta gente che corre; un oceano alla 10km, e quasi 10.000 alla 21km a cui partecipiamo. Consegniamo rapidamente le borse e ci attardiamo in coda davanti ai bagni portatili; quando abbiamo finito mancano 5 minuti alla partenza e lo schieramento è già gremito di gente. A me toccherebbe la gabbia verde, ma è già completamente piena e comunque voglio stare con Alessio che parte dalla bianca. Ci appostiamo praticamente in fondo al serpentone e aspettiamo il cannone della partenza.

Non indosso la fascia cardio e il mio Garmin, sul quale ho dimenticato di disabilitare l’opzione, per il primo chilometro si aggancia a quella di uno sconosciuto che la sera non capirà perché gli manchino i dati sul battito cardiaco. Spiacente amico, potevi controllare meglio.

Più o meno all’altezza del km 2 incrociamo i top runner che stanno già staccando il cartellino dei 4. Vanno tanto veloce che non li invidiamo neppure, siamo solo affascinati dalla fluidità della loro falcata che sembra trasportarli senza apparente fatica, beati loro.

Siamo partiti talmente indietro che appena svoltiamo in Corso Sempione vediamo là in fondo i palloncini dei pacer delle 2 ore, ma non siamo preoccupati: il ritmo è certamente superiore al loro e siamo certi che li riprenderemo. Malgrado questo arriviamo ai primi 5 km con un ritmo medio un po’ troppo alto. La colpa non è del tutto nostra, ma piuttosto dell’affollamento.

Della Stramilano mi è piaciuto un po’ tutto: l’atmosfera, il percorso, l’organizzazione efficientissima, ma un paio di pecche le ho trovate. Innanzitutto è troppo ma troppo affollata in relazione alla larghezza della carreggiata. Per tutti i 21.095 metri della corsa non siamo mai mai mai stati soli, c’era sempre qualcuno davanti, dietro, di lato, che ti incrocia, che sei costretto a scavalcare, che ti taglia la strada. Malgrado si corra in viali molto ampi, la corsia è transennata e sempre troppo stretta rispetto al numero di concorrenti; ci sono troppe curve, troppo strette e troppi cambi di direzione. Decisamente non mi è sembrata la corsa adatta a cercare un personale, anche se questa volta di non avevo alcuna velleità. Da parte nostra c’è la colpa di essere partiti troppo in fondo: classifica alla mano, dal km 5 all’arrivo abbiamo superato circa 600 persone; e ogni volta è stato uno scarto, uno scatto, un cambio repentino di traiettoria. Tutte cose che ti tassano e presentano il conto quando la stanchezza comincia a farsi sentire.

Arriviamo al km 10 traccheggiando, abbastanza a posto e sufficientemente freschi, io faccio un timido tentativo di aumentare il ritmo, ma duriamo fino al km 15 poi io e Alessio ci guardiamo in faccia e capiamo che non abbiamo abbastanza benzina per fare gli splendidi fino all’arrivo e tiriamo un po’ i remi in barca. Lui soffre un po’ di più perché è meno avvezzo a queste distanze, anche se è più allenato di me. Io gli urlo un po’ di stronzate nelle orecchie, lo esaspero, lo faccio incazzare di proposito e la manovra sembra dare i suoi frutti: non molliamo. Lui perché lo sto esasperando, io perché non ho tempo si pensare alla mie difficoltà mentre gli rompo le balle.

In tutto questo, come un fulmine, arriva la botta: al km 16 un crampo terribile al polpaccio sinistro mi costringe a fermarmi un momento.

Ora: se c’è una cosa che non faccio mai, non ho mai fatto, e non voglio fare è fermarmi durante una corsa. Mai, never ever. Ma come l’ultima uscita prima dell’operazione al menisco, quando ho rischiato di rovinare a terra perché il ginocchio dolorante ha ceduto all’improvviso,  anche stavolta succede che la gamba non ne voglia più sapere di muoversi.

Le scelte possibili, che valuto nell’arco di 10 metri, sono:

  1. saltellare su una gamba sola per 5 km fino all’arrivo (giuro che ci ho pensato);.
  2. fermarsi un secondo per provare a sciogliere il muscolo con un po’ di stretching.

(l’idea di “3. abbandonare” non mi ha sfiorato neppure per un istante e ci ho pensato solo dopo l’arrivo.)

Decido per la 2, perdo circa un 20 secondi sul km precedente, e riparto zoppicando vistosamente in preda a forti dolori.

Perché mi è successo? Ripensandoci, avevo sete già da prima della partenza e non ho curato bene l’alimentazione nei giorni precedenti. A tutto questo aggiungo un fastidio al polpaccio che mi porto dietro da un mesetto; risultato: cacca. Sono malnutrito, disidratato, acciaccato. E ne pago le spese. In tutto questo cerco di scacciare Alessio, che però non ne vuol sapere e rimane con me, e trascorriamo i successivi 4 km a soffrire ognuno le sue pene e a insultarci come due deficienti per darci la carica.

Al km 20, a furia di ignorarlo, il dolore si stufa e per un po’ se ne va e Alessio improvvisamente decide di accelerare. Io gli dico “è troppo presto!”, ma a lui non importa e io gli vado dietro. Correremo l’ultimo km a un ritmo 20 secondi più veloce del precedente, il che è parecchio per due alla frutta come noi. Dopo un milione e mezzo di curve e strettoie e inversioni a U, ci infiliamo nel castello e finalmente tagliamo il traguardo in 1h49m.

Poteva andare peggio.

Manchiamo completamente il ristoro e ci mettiamo mezz’ora di orologio per riuscire a raggiungere il deposito borse. Questa è l’altra cosa che non mi è piaciuta: per mettere l’arrivo in un posto suggestivo costringi migliaia di persone esauste a fare una coda devastante per uscire e ritirare le proprie borse. Tu, che l’hai deciso: ti auguro un ingorgo di 12 ore a ferragosto sulla Salerno-Reggio Calabria, col cuore.

Adesso che la tensione è svanita, il polpaccio mi presenta il conto: il dolore lancinante mi fa zoppicare vistosamente e fare le scale è un calvario, e a distanza di una settimana ho ancora male.

Comunque io sono soddisfatto, Alessio è contento ed entrambi siamo felici per aver corso un’altra volta davvero insieme. Come sempre il senso è tutto qui: non c’è gara, non c’è competizione, c’è solo la voglia di mettersi un po’ alla prova, di divertirsi e di non mollare davanti alle avversità. Alla prossima, Alessio.

Each man kills the thing he loves

Non ci credo.

Non ci credo quando mi dici che non sai quanta strada hai corso, quanti chilometri, quanti metri, quanti centimetri hai percorso prima di poter dire: “Ok, adesso basta, ho finito.”

Non ci credo perché se davvero non lo sai io e te non facciamo la stessa cosa, non giochiamo nello stesso campionato, non siamo neppure nello stesso sistema solare, amico.

Non ci credo, perché se davvero non lo sai vuol dire che non hai lavorato duro, non hai sofferto, non hai imprecato quando non avevi ancora finito e la meta ti sembrava ancora lontana. E se è così, vuol dire che per te è tanto semplice, tanto naturale, tanto irrilevante, da convincermi che ok, sei bravo, ma sei bravo quanto uno biondo a nascere biondo, o quanto uno alto 1,95 è stato bravo a crescere.

Voglio pensare che tu lo faccia per snobismo, per undestatement, per discrezione, o per umiltà.

Quando hai davanti la strada che ti separa dalla fine, dall’arrivo, dall’obettivo che ti sei dato, che ti separa dall’essere una versione migliore di te, lo sai che dovrai conquistare ogni chilometro.

Lo dovrai lusingare, lo dovrai corteggiare, gli dovrai far credere che è il migliore, il più soddisfacente, il più veloce. Che è il più bello e che lo ami con tutto te stesso salvo poi liberartene appena lo avrai terminato, sfruttato, prima anelato poi gettato via una volta che avrai preso da lui tutto quello che potevi, come l’imballo di Amazon che aspettavi come un figlio e che adesso è nella spazzatura dopo che è stato aperto(*).

Prima lo hai amato e adesso lo devi uccidere per fare posto al successivo, per aggiungere un altro chilometro alla tua dote di strada, al tuo bottino di soddisfazione.

Se davvero lavori per il tuo obiettivo, se davvero ogni giorno è una lotta con te stesso per non mollare, per andare avanti e per non fermarti davanti a nulla, allora quei chilometri, quei metri e quei centimetri te li ricordi tutti, li conosci per nome, sai tutto di loro: come sono nati, come hanno vissuto e come sono morti.

Quindi, non mi dire che non sai quanta strada hai fatto per diventare bravo come sei. Non ci credo. E non ti preoccupare, sei bravo lo stesso.

(*) Salvo il caso in cui la tua spedizione sia stata affidata a SDA: in quel caso non lo vedrai mai perché SDA non troverà il tuo indirizzo neppure se tu abiti al Colosseo.

01:38:59

Sono appena rientrato dalla Castellazzo Half Marathon, ecco come è andata.

Intanto in questo periodo prediligo l’allenamento Allacazzo©: no ripetute, no tempi, no niente. corro per andare a spasso e rilassarmi. Devo brevettarlo perché dà risultati. Ieri sera cena da amici con polenta, salsiccia, gorgonzola e dolci di varia natura e in grande quantità, poi a letto a mezzanotte e sei ore di sonno.Stamattina presto suona la sveglia e la misura di quanto io “senta” la gara è: “Perché diavolo ho messo la sveglia alle 6 di domenica? Ah, sì, la mezza: cheppalle”. Mi preparo, mangio poco perché non ho fame, e mi avventuro verso Castellazzo Bormida, a un’ora di auto.

Parto che a Genova ci sono 16 gradi, arrivo là e ne trovo 6. Ho abbastanza maglie per correre un mese, qualcosa da mettere troverò. Alla fine l’aria si scalda e correrò in maniche corte, cosa che si rivelerà un jolly. Arrivo da un personale fatto poche settimane fa a Novi Ligure, non ho tanta fiducia di poterlo migliorare viste le premesse di allenamento, ma sono tranquillo e prendo quello che viene.

La Ragazza Azzurra
Alla partenza mi accodo subito a una tipa tutta coordinata in azzurro, coda di cavallo e ritmo di corsa fatto col metronomo. Le donne, quando sono precise, sono precise. Va leggermente tropo forte, ma chissene, mi ci attacco e la seguo come un’ombra. Per 5 km procediamo intorno ai 4:45/Km, in questa fase spero di farcela a continuare così.

L’Hipster Statuario
Dopo il ristoro del 5°Km, la tipa rallenta e io accelero un po’, non so neppure perché. La supero e non la vedrò più. Dopo un po’ di strada scorgo in lontananza un tipo che avevo già notato prima di partire: un triatleta (lo dice la sua maglia) alto 1,90, con un fisico perfetto e una barba alla moda. Gli invidio molto il fisico, sembra uno degli hipster strafighi che postano le Tumblestar nei loro Tumblr. Ha un bel ritmo sciolto, ma io lo accosto e lo sorpasso. In quel momento il mio ego fa la ola.

I Bradipi Del Ristoro
Continuo la mia corsa agevolmente, al km 11 faccio una buona media: 4:34/Km e per ora tutto bene. Al secondo ristoro non riesco a bere perché ai tavoli ci sono dei pensionati che si muovono come bradipi malati e non fanno in tempo a preparare l’acqua per tutti quelli che passano. Gli auguro che qualcuno gli passi davanti nella coda in posta domattina e continuo assetato.

Il Lungagnone Bianco
Questo ci metto un po’ a scrollarmelo di dosso: appena lo affianco accelera e io non ho intenzione di sprecare energie per una guerra di peni incrociati. Me lo tengo davanti per un po’, assicurandomi che senta il mio respiro  sul collo (io respiro pesante). Alla fine capìtola e sorpasso anche lui. Siamo intorno al 13°Km e comincio a soffrire, ma non ho ancora visto sul Garmin un ritmo sotto i 4:48/Km, so che sto andando bene, non voglio mollare.

IL Falso Maratoneta E La Figa Di Legno
Questi corrono affiancati da sempre: li vedo in lontananza, lui ha una maglietta della New York City Marathon 2014, che si corre oggi. Ma lui è qui e non a NY, quindi millanta. Lei è una magra artificiale con l’accento milanese. Si accordano sui tempi e su quando assumere il loro gel ai carboidrati. Vanno, ma io vado più forte, non posso mollare ora, e rallentare non è un’opzione. Li lascio indietro al primo falso piano.

Il Giovane In Blu
Questo è tosto. E’ nel mirino da un pezzo, ma il mio ritmo non mi consente di sorpassarlo. Le gambe iniziano a bruciare, ma non è un problema mio: finché ho fiato, io corro. Con uno scatto d’orgoglio, accelero ancora perché penso che l’occasione sia qui e ora, e un po’ di sofferenza mi potrebbe ripagare per tanto tempo a venire. Se rinuncio ora lo potrei rimpiangere per sempre; ormai sono nell’ottica di pensare che le mie prestazioni sono destinate a calare, quindi cerco di prendere quello che viene, quando viene.

Il Motivatore
In qualche modo riesco a sorpassare Il Giovane In Blu, nel mentre lo guardo, e avrà la metà dei miei anni: altra botta di ego. Siamo agli sgoccioli, intorno al 19°Km, e io comincio davvero a essere cotto, ma non mollo. Mentre mi ripeto in testa che non posso mollare, sento le stesse parole provenire da un tipo bello fresco, evidentemente sotto le sue possibilità, che sprona il suo amico: “Dai, manca pochissimo, dai non mollare ora, dai che ce la fai, forza, spingi!”. Sono esattamente le parole di cui ho bisogno. Stacco il 20°Km a un’incredibile media di 4:40/Km.

L’Omino Verde
L’omino verde è davanti a me e ha il mio passo, dal Km 19. Al momento penso che terminerò la gara con lui, spero di farcela. Ha un buon ritmo, non sembra in difficoltà. Io lo sono, ma non mollo. Alla fine la mia tigna ha la meglio e anche L’Omino Verde mi cede il passo, un po’ perché io cerco di accelerare, un po’ per lui che cede, credo.

Il Giovane In Blu, Reloaded
Tutto sommato, 25 anni in meno possono fare la differenza e negli ultimi 500 metri Il Giovane In Blu mi riprende e mi sorpassa: sta facendo la volata. Io stavolta passo: non ce la faccio a fare anche la volata e lo lascio andare. Il traguardo è là, lo vedo.

L’Uomo Felice In Rosso
Taglio il traguardo e mi viene da piangere: 1h38m59s. Mi viene anche un po’ da vomitare, ma passa subito. Ho faticato tanto, ma almeno non è stato invano. E soprattutto mi sono divertito, che è sempre la cosa più importante.

Buio

Ti alzi quando fuori è ancora buio, ti prepari velocemente ma seguendo il solito rituale: scarpa destra, doppio nodo, scarpa sinistra, doppio nodo. Allacci l’orologio, esci nell’umido del mattino e l’aria ti saluta con il suo abbraccio un po’ freddo.

Non sai come andrà, non lo sai mai; a volte bene a volte meno bene. Oggi non hai sensazioni particolarmente belle, ma non importa: ogni uscita ha le sue ragioni e il suo carattere, quello che sai per certo sono due cose.
La prima è che sei partito e quindi arriverai in fondo, e l’altra è che dopo starai bene. Ogni volta ti sorprende pensare che, fatto il primo passo, tutto il resto è automatico e stabilito; è come se avessi già finito nel momento in cui inizi.

È buio e le strade sono quasi deserte, gli sguardi “Chi te lo fa fare?” dei pochi passanti ti ricordano che stai facendo la cosa giusta, che uscire dalla tua comfort zone è una cosa buona che porta solo cose buone.

E all’improvviso l’epifania.

La tua motivazione interna, quella che in questo periodo è la più forte di tutte, viene fuori in tutto il suo splendore. Il respiro si fa leggero e le gambe volano senza fatica apparente, la strada scorre veloce sotto di te e i rumori della notte accompagnano la tua corsa.
Giro di boa, inizia il ritorno verso casa. Pensi: “Tra un po’ finirà la benzina, dovrò rallentare”. Ma non subito, perché il “Tra un po’” sembra non arrivare mai; i tuoi pensieri sono lucidi, e decidi di continuare così, di accettare il regalo e di andare avanti senza farti troppe domande.
Ti lasci la strada alle spalle e il tuo focus è limpido come non mai, arrivi all’ultimo chilometro e riesci a dare ancora di più.
Alla fine ci arrivi con il respiro pesante ma le gambe ancora fresche, un’altra uscita è finita, restano solo le scale verso casa e la gioia del fatto che dopo anni riesci ancora a stupire te stesso.