La risposta è dentro di te, ed è giusta.

(Istruzioni per l’uso: quanto segue riguarda la corsa e la motivazione, ma la corsa è solo una metafora per descrivere un atteggiamento nei confronti della vita. Non posso darti io la chiave di questa metafora: trovarla dentro di te è esattamente il punto di tutto quanto scritto qui sotto. Se decidi di iniziare a correre fai una visita medica e un elettrocardiogramma).

Give Your Best

All’inizio è facile farsi scoraggiare: alterni corsa a passo veloce e forse ti annoi un po’. Corri 5 o 10 minuti prima che il fiato ti abbandoni e le gambe diventino di legno; la vita sedentaria che hai fatto fino a oggi si fa sentire tutta, e senza sconti.

Se riesci a non mollare prima di due o tre uscite, ti rendi conto che è facile fare progressi; ogni volta riesci a correre un po’ più a lungo e un po’ più lontano; realizzi improvvisamente che non sei bloccato, ma riesci a migliorare e senti che sta accadendo qualcosa di diverso, qualcosa che che avevi dimenticato. Ti senti meglio, la corsa comincia a piacerti, arrivare alla fine sudato ma rilassato ti fa sentire vivo, riesci a godere del percorso e a guardarti attorno mentre corri. E’ questo il momento chiave: non si annulla la fatica –perché quella rimane–  ma capisci che è una fatica “buona”, che ti fa stare meglio, che ti rende una persona migliore, più concentrata, più tranquilla, più resistente. Con il tempo tutto questo si trasforma in una cosa per cui essere impaziente di uscire, perché diventi consapevole dei benefici che ne trai, sia nel momento in cui stai correndo, che in previsione dell’obbiettivo che ti sei prefissato.

E poi: correre è divertente. Basta guardare i bambini al parco per convincersi: guarda cosa fanno, guarda i loro volti. Corrono, e si divertono correndo; tu lo hai dimenticato crescendo, ma sei sempre in tempo per riprenderti un pezzo della tua infanzia.

E arriva il momento in cui ti senti chiedere perché lo fai. Quali motivazioni ti spingono, cosa ti spinge a correre per minuti, ore, chilometri, con il sole che brucia la pelle o al buio del mattino, sotto la pioggia battente o esposto al freddo pungente. E ti trovi a riflettere su di te, su cosa ti è successo, su cosa stavi cercando e su cosa hai trovato.

Ma facciamo un passo indietro: qui sembro dare per scontato che la transizione da “cheppalle” a “cheffigata” sia automatica e senza ulteriore impegno che non sia quello della corsa. In realtà non è così. E’ difficile.

Certo che è difficile. E’ proprio quello il punto: se fosse facile lo farebbero tutti. La difficoltà è la sua grandezza, ma tu ce la puoi fare.

Non tutti nascono con una determinazione d’acciaio e una volontà granitica, e ci sono alcune contromisure che ti possono aiutare a superare gli ostacoli; il segreto sono i piccoli passi e la moltiplicazione degli obiettivi.

La lotta contro di sé è la base di qualunque attività che richieda un impegno e una motivazione. Non è semplice, e puoi farti aiutare da alcuni accorgimenti; la prima cosa da fare è eliminare le scuse e prevenire per quanto possibile le avversità che ostacolano le tue uscite. Uno degli scogli più grossi da superare, specie all’inizio, è trovare la forza di cominciare, di metterti le scarpe e andare. Ci sono un milione di motivi che in questo momento ti sembrano validissimi per rimanere a casa e rimandare a domani; non c’è neppure bisogno che io te li elenchi, sai benissimo di cosa sto parlando. Eppure.

Non rimpiangerai mai di essere uscito e averlo fatto, ma rimpiangerai sempre di essere rimasto a casa.

Credimi, ogni volta che avrai finito, e sarai tornato, penserai: “Sono contento, sto meglio. Oggi ho fatto qualcosa di buono per me stesso”. Il resto è una questione di abitudine: più una cosa diventa routinaria, più è facile e leggera da fare. Una cosa che ti può aiutare è darti delle abitudini, una routine, un calendario, una serie di gesti e di comportamenti finalizzati alla prima vera sfida: metterti le scarpe e uscire di casa.

Quando sei all’inizio, e magari ti pesa di più, devi renderti la vita facile eliminando le scuse e le distrazioni: per esempio puoi preparare prima tutto ciò che ti serve, in modo da non dover perdere tempo e energie mentali a trovare le cose di cui hai bisogno per correre. E non mi dire “non ho tempo”, perché non è vero. Odiami pure, ma se guardi onestamente dentro te stesso, sai che il tempo lo puoi sempre trovare. Certo, dovrai rinunciare a qualcosa: il divano, l’aperitivo con gli amici, qualche ora di sonno, la televisione, ma tutto il tempo che deciderai di investire ti verrà restituito con gli interessi e ti renderà una persona migliore. E’ tempo di qualità che decidi di dedicare a te stesso.

“Non ho tempo.” è la versione per adulti di: “Il cane mi ha mangiato i compiti.”

Ho accennato poco fa alla moltiplicazione degli obiettivi: è una tecnica scalabile e la puoi usare per il lungo periodo o per l’immediato.

Devi procedere per piccoli passi, avere obiettivi chiari e quantificabili, non farti scoraggiare dalle avversità, cercare il lato positivo delle situazioni difficili e non mollare mai.

Sembrano cose difficili, ma sono più semplici di quanto appaiano. E’ facile farsi scoraggiare dalla “big picture”: Non devi pensare che tra 6 mesi vuoi correre per mezz’ora senza fermarti, o fare 10 chilometri, o partecipare a una gara: in questo momento ti sembra impossibile perché è il tuo io di oggi che lo pensa; concentrati piuttosto sull’uscita che stai per fare, che è alla tua portata, fa parte di un progetto, e ti porterà un po’ più vicino al tuo obiettivo. Tra sei mesi avrai seguito il tuo piano e affronterai la prova con una sicurezza e un’efficacia che oggi ti sembrano impossibili. Avrai più fiducia in te stesso, perché hai lavorato ogni istante degli ultimi mesi per uno scopo preciso, e sapere che sei uscito vittorioso da ogni singola sfida quotidiana ti caricherà nel modo migliore per raggiungere il tuo traguardo. Devi avere fiducia nel tuo piano, che deve consistere di step intermedi facilmente misurabili e raggiungibili. La routine e l’abitudine di ogni giorno sono importantissimi perché ti aiutano a rimanere rilassato e concentrato verso il tuo obiettivo finale, e scacciano i pensieri negativi. Ogni piccolo passo ti avvicina alla meta, e vale sia in grande che in piccolo; se ti senti scoraggiato e senza energie, pensare che devi raggiungere il prossimo albero è più facile che pensare alla strada che ti separa alla fine. Avere un piano ti permette di concentrarti solo sul contingente, su quello che accade adesso senza doverti preoccupare di altro. Dimentica quello che vorresti fare tra un mese, in questo momento pensa solo a finire la strada che ti eri prefissato di fare oggi. E se anche questa ti sembra troppa, pensa solo al prossimo chilometro, alla prossima svolta, al prossimo passo.

Non servono traguardi epocali o straordinari, non devi per forza fare una gara (sebbene sia molto divertente), e non devi competere con nessuno. Il tuo obiettivo può essere qualsiasi cosa: perdere peso, star meglio, rilassarti. L’importante è che sia quantificabile e che sia identificabile il momento in cui lo raggiungerai.

E improvvisamente realizzerai che, oltre al tuo fisico, anche la tua mente è cambiata: è allenata, vede le cose in modo diverso e non pensa più come sei mesi fa, perché finalmente si è resa conto di quello che tu sei in grado di fare. Prima eri sfiduciato, perché avevi paura.

Adesso la paura è sparita, sostituita dalla fiducia, perché il sudore che hai versato era la paura che abbandonava il tuo corpo.

La “bottom line” è che nella maggioranza dei casi la mente ti abbandona molto prima delle gambe, solo che non te ne rendi conto. Non saprai mai quante risorse hai ancora da spendere finché non sconfiggi la mente che cerca di fermarti.

Capirai che molti dei limiti che hai pensato di avere per tutta la vita erano solo nella tua testa; sorprenderai te stesso riuscendo a tirare fuori quegli ultimi metri quando pensavi di aver dato tutto, e subito dopo ne farai altri. Non importa come ci arrivi, l’importante è arrivarci, l’importante è avere la meglio su quella vocina che hai nella testa che ti vuole convincere che non puoi farcela, che sei alla fine, che puoi smettere, che *devi* smettere.

Ma come si allena la mente? Come puoi convincerla che non devi mollare? Che non stai morendo ma, piuttosto, sei vivo come non mai?

Se per tutta la vita sei stato abituato a evitare il disagio fisico e a vedere la fatica come una cosa da evitare e da eliminare prima possibile, la tua mente è condizionata da questo e ai primi segni di disagio cerca subito lo shutdown, inviando al tuo corpo dei segnali di emergenza per farti rientrane nella tua “comfort zone”: “Fermati! Stai faticando! Sprechi energie!”.

Comfort Zone

Ti devi abituare a considerare il disagio come passeggero: acquisisci la consapevolezza che non durerà. Sapere che finirà ti rende capace di sopportare quasi qualunque cosa. Lance Armstrong, malgrado non sia un fulgido esempio di sportività, ha detto una frase che sintetizza bene questo concetto:

“Pain is temporary, quitting lasts forever.”

“La sofferenza è solo temporanea, mentre la rinuncia ti accompagnerà per tutta la tua vita.” Devi accogliere le difficoltà perché ogni volta che esci dalla tua “comfort zone”, e riesci a portare a termine qualcosa, crescono l’autostima e la confidenza nelle tue possibilità. Identificare le tue debolezze, circoscriverle e riuscire a migliorarti è una spinta fortissima. E prova a cambiare la tua prospettiva: associa il fatto che il disagio che stai sperimentando è il segno che ti stai impegnando e l’impegno porta sempre dei risultati.

Esiste un effetto chiamato “teleoanticipation” (mi è ignota la traduzione italiana) che si manifesta nella corteccia motoria del cervello, che tende ad “aggiustare” il ritmo della corsa sulla base della distanza che si deve ancora percorrere rapportata alle ultime esperienze di allenamento, in modo da poter sostenere lo sforzo fino alla fine. La buona notizia è che più esperienze accumuli, più il tuo cervello è in grado di calcolare efficacemente il ritmo, portando a una prestazione più omogenea, equilibrata, e meno onerosa per il tuo fisico e la tua psiche. Questo fenomeno spiega anche perché è più semplice spingere a fondo durante le fasi finali: per il tuo cervello è più facile calcolare un ritmo sostenibile se sa che lo sforzo sta per finire e la strada è ormai poca.

All’ultimo chilometro, quando le tue gambe non ce la fanno più e i polmoni ti bruciano, arrabbiati. Arrabbiati per essere stanco. E corri più veloce.

Devi allenare la tua mente esattamente come il tuo corpo; con il procedere delle uscite la tua soglia lattacida, che divide uno sforzo aerobico da uno anaerobico, si alza sempre di più. (Semplificando molto: uno sforzo aerobico può essere sostenuto per lungo tempo, mentre uno anaerobico stanca molto più in fretta). Allo stesso modo la tua mente capisce cosa vuol dire avvicinarsi al tuo limite e continuare ad andare avanti nonostante questo.  E’ un processo sia fisico che psicologico; il tuo corpo si adatta grazie all’allenamento, mentre la tua mente impara a gestire il disagio e sviluppa la consapevolezza che puoi resistere fino alla fine.

Don't Stop

Non sei veramente esausto e finito: puoi andare avanti, solo che nessuno te lo ha mai detto e te lo devi dire da solo. Nessuno può fare questa cosa per te, sei solo davanti all’ostacolo e per questo superarlo ti darà ancora più soddisfazione. Correre è una cosa che facciamo per noi e solo noi la possiamo fare.

Una cosa che sembrerebbe stupida, ma aiuta, sono i Mantra. “Mantra” è una parola in sanscrito formata dal verbo man, che significa “pensare”, unita a tra, che significa “che agisce”,”che compie”,”che protegge”. Un pensiero che agisce e/o ha influenza sulle azioni (*). Sono frasi che ti danno la carica, citazioni significative, singole parole. Ripeterle a sé stessi infonde forza e positività e aiuta a ritrovare la carica. Io ne ho alcune, ed elenco quelle di cui mi vergogno meno: “Runners don’t quit” – “Manca 1 Km e chiunque può correre per 1 Km.” – “I’m a runner: that’s what we do.” – “La sofferenza è solo temporanea, rinunciare dura per tutta la vita” – “Non penserai di mollare ora?” – “Runners don’t quit!”.

Con il tempo troverai le tue: usale e abusane, funzionano.

(*) I ❤ Wikipedia

Una cosa che ti può aiutare moltissimo è condividere la tua nuova passione con altre persone. Correre in compagnia è ancora più divertente e allevia la fatica: farai molta strada senza neppure rendertene conto. E correre parlando ti aiuta a regolare l’andatura in modo corretto per non sforzare troppo o affaticarti senza motivo. Alzarsi la mattina diventa più semplice se sai che qualcuno ti aspetta, è bello fare progressi insieme, ed è più facile sostenersi nei momenti di stanchezza che inevitabilmente incontrerai. Anche i social network possono darti un aiuto inaspettato; puoi condividere le tue uscite su Facebook o Twitter, intervenire nei gruppi dedicati o nei forum, confrontarti e sostenerti con amici lontani: tutte azioni che aumentano la tua soddisfazione e la tua voglia di correre.

SN

Ma perché dovresti cercare il disagio, la fatica? Perché devi imbarcarti in un’attività che ti costa tempo e sacrificio? Ti potrei dire che è solo un male necessario, che è una parte fondamentale del processo, una delle ragioni per cui esci. Perché vuoi sentire i polmoni che lavorano e le gambe che bruciano un po’, perché tutto concorre a farti sentire più vivo e a migliorare la qualità della tua vita. Ti costringe a guardarti nello specchio e a chiederti: “Chi sono io? Ho la costanza e la tenacia necessaria per farcela? Posso costruire qualcosa solo con le mie forze, senza aiuti esterni?” Gli obiettivi da perseguire tramite i sacrifici e l’impegno, una volta raggiunti, rappresentano dei riti di passaggio che porterai con te per tutta la vita, come una medaglia ottenuta per la tua determinazione e la tua forza.

Per chi corre come corriamo noi, l’agonismo non è importante; c’è un solo avversario: te stesso. E’ la tua controparte pigra, rinunciataria, che non ha fiducia, quella che ti fa girare dall’altra parte al mattino o ti convince a rimanere a casa dopo una giornata di lavoro. E’ una lotta durissima, è un nemico implacabile perché conosce ogni tua debolezza; usa tutti i trucchi più sporchi e non ha nessun riguardo, sfruttando ogni occasione per farti lo sgambetto. Ma ogni volta che riesci a vincere tu la soddisfazione è tantissima. Hai presente le vignette di Paperino con l’angioletto e il diavoletto sulle spalle? E’ la stessa cosa. Alla fine sarai tu quello spietato, implacabile e determinato; con il tempo fiaccherai il tuo diavoletto, che ormai si limita a protestare debolmente (salvo tentare di pugnalarti alle spalle nei momenti più critici, lo stronzo).

Vincere non significa finire al primo posto. Non significa battere gli altri. Vincere significa superare noi stessi. Superare il nostro corpo, i nostri limiti e le nostre paure. Vincere significa sorpassare noi stessi e trasformare i nostri sogni in realtà.

(Kílian Jornet)

Quei dolori che senti, i muscoli delle gambe che bruciano, i polpacci che tirano minacciando crampi, sono molto meno importanti di quello che credi: dopotutto non ti stanno impedendo di correre! E allora concentrati su di essi, non li scacciare ma piuttosto accoglili, identificali, circoscrivili e riducili alla loro reale importanza, che spesso è molto minore di quanto il tuo diavoletto voglia convincerti.(*). Ne “Lo Zen e l’arte della corsa” di Larry Shapiro, un maratoneta e professore di filosofia, ho trovato ispirazione e alcuni buoni consigli al riguardo. Inoltre è un libro che ti consiglio se sei interessato alla corsa come esperienza interiore e alle sue relazioni con la meditazione.

(*) Attenzione! Non ti sto dicendo di correre malgrado tu senta qualcosa che non va: il dolore può essere un sintomo di qualcosa da considerare. Spesso non è nulla se continuando a correre sparisce. Se il dolore aumenta e non ti abbandona, controllati meglio.

Rifletti: non c’entra il talento, la genetica, l’età, la predisposizione. Tutti i fattori esterni che non puoi controllare non hanno peso. Migliorarti ogni giorno, trovare le risorse dentro di te, coltivare la tua determinazione: sono cose che puoi fare in ogni istante della tua vita traendone soddisfazione ed equilibrio.

Option Factor

E’ molto importante avere sempre ben presente il perché. Perché hai deciso di fare qualcosa che richiede fatica, sforzo, impegno e tempo. Mantenere la motivazione è difficile, ma non impossibile. In mancanza di uno stimolo efficace è più probabile che tu smetta dopo poco di perseguire un fine e di continuare un’attività.

La psicologia ci dice che esistono due tipi di motivazione: intrinseca ed estrinseca. La motivazione intrinseca (o “interna”) si sperimenta quando ci “si impegna in un’attività perché la (si) trova stimolante e gratificante di per sé, e (si) prova soddisfazione nel sentirsi sempre più competente”, mentre quella estrinseca (o “esterna”) è quando ci “si impegna in un’attività per scopi che sono estrinseci all’attività stessa, quali, ad esempio, ricevere lodi, riconoscimenti, buoni voti o per evitare situazioni spiacevoli, quali un castigo o una brutta figura.”. Questo secondo tipo è meno efficace, quindi è importante che tu trovi la tua *vera* motivazione, quella che ti arriva da dentro è che è parte di te, quella che non si esaurirà tanto facilmente.

L’ideale è un giusto mix tra interno ed esterno: per esempio la soddisfazione di correre in un posto particolarmente bello unita alla consapevolezza che l’attività fisica ti fa dimagrire. Ma nel momento in cui la motivazione esterna prendesse il sopravvento (“corro solo per dimagrire”), ecco che tutto il processo sarebbe molto più faticoso e difficile.

C’è un bel libro che collega la motivazione alla corsa e che illustra proprio questi concetti: “Perseverare è umano” di Pietro Trabucchi. Parla di corsa ma anche di aspetti più generali legati al mantenimento della forza necessaria a raggiungere gli obbiettivi della vita.

Ecco un decalogo che sintetizza bene i concetti che ho cercato di trasmetterti:

  1. Aspettati un viaggio, e una battaglia;
  2. concentrati sul presente e poniti degli obiettivi a breve termine;
  3. non soffermarti sugli aspetti negativi;
  4. supera il tuo fisico;
  5. accetta quello che accade;
  6. abbi fiducia nelle tue possibilità di successo;
  7. renditi conto che c’è sempre una fine;
  8. la sofferenza è normale, e va bene;
  9. trattati bene;
  10. rinunciare non esiste.

Devi trovare le tue ragioni cercando dentro di te. Ti accorgerai che la corsa è una palestra per affrontare la vita.

La corsa ci insegna a continuare ad andare avanti, un passo alla volta, specialmente nei momenti più difficili.

Scoprirai presto che questo approccio funziona con molte cose della vita: nei momenti più faticosi è più semplice procedere con calma un passo alla volta senza farsi scoraggiare. Ogni piccolo progresso ti fa stare meglio e ti porta più vicino alla soluzione del tuo problema, mentre la tenacia, che hai allenato correndo, si rivela un prezioso strumento che puoi sfruttare in molti frangenti.

Change

Puoi cercare la tua motivazione, puoi farti aiutare dagli altri, puoi cercare modi diversi per darti la carica, ma alla fine sei solo con le tue scarpe davanti alla strada, e nessuno può correre al tuo posto. E’ come la vita: puoi ricevere aiuto e conforto ma alla fine sei tu che la devi vivere, e nessuno può vivere al posto tuo. Avrai momenti belli e momenti brutti: ci sono ed è normale incontrarli; la cosa migliore che puoi fare è godere delle cose positive e imparare come fortificarti per affrontare le avversità che inevitabilmente incontrerai.

 

Windows 2003 Server: mancato accesso alla rete

Scenario: un server Windows 2003 che ha problemi di spazio su disco C: non si connette più alla rete anche dopo aver liberato più di un 1 Gbyte. L’Event Viewer di sistema logga, tra gli altri, un errore con ID 4294 e fonte IPSEC.

La probabile causa è il driver IPSec che non ha caricato correttamente le policy e ha reimpostato il suo comportamento di default che blocca tutto il traffico da e per l’interfaccia di rete. Si tratta di una modalità detta “Block Mode” che dovrebbe essere controllata dal componente PolicyAgent. In mancanza di sufficiente spazio su disco questo componente non funziona a dovere e non modifica il comportamento del driver IPSec. Risultato: il traffico di rete è bloccato.

Per risolvere è necessario creare una nuova chiave di Registry in HKEY_LOCAL_MACHINE\SYSTEM\CurrentControlSet\Services\IPSec

con le seguenti caratteristiche:

Value name: OperationMode
Value type: REG_DWORD
Value data: 0

 

Una volta fatto questo, è sufficiente (ri)avviare il servizio IPSec e la connettività verrà ripristinata.

 

 

Ginger (2000 – 2014)

gingerCi ho messo una settimana prima di riuscire a scriverne. 13 anni e mezzo di amore senza condizioni, senza incertezze, limpido. Puro. Mi sembrava che fossi con noi da sempre e per un periodo mi è anche sembrato che ci dovessi rimanere, per sempre; ma naturalmente non è stato così. Hai vissuto una vita felice, circondata da persone che ti volevano bene e che si prendevano cura di te. Da parte mia posso solo ringraziarti per tutto quello che mi hai dato e per la gioia con cui mi accoglievi ogni volta, fossi stato via una settimana o cinque minuti.

Ciao Ginger, mi mancherai.

Asus P2B, un piccolo proiettore portatile

Asus P2BHo avuto recentemente modo di provare per qualche settimana un proiettore LED di Asus, il P2B. E’ un oggetto portatile, estremamente compatto, dotato di una batteria ricaricabile e di diverse interessanti caratteristiche. I dati tecnici completi sono sul sito del produttore.

E’ un portatile di classe “pico”, di dimensioni molto compatte, all’incirca come la custodia di un CD. Pesa meno di 700 grammi e utilizza un alimentatore standard da notebook Asus. E’ dotato di un piccolo telecomando, di cui parliamo dopo, ed è equipaggiato con una serie di ingressi che lo rendono molto versatile e in grado di essere collegato praticamente a qualsiasi cosa. E’ interamente costruito in materiale plastico, ma dà comunque la sensazione di essere un prodotto robusto. In dotazione c’è anche una borsa per il trasporto, che avrebbe dovuto essere un filo più grande per essere meno noiosa da utilizzare.

A mio avviso la cosa più comoda è l’interfaccia USB che permette di collegare una chiavetta e leggere i file in essa contenuti; i formati supportati sono praticamente tutti quelli più importanti, sia per quanto riguarda il multimedia, che per i documenti. Ho provato a riprodurre qualche film e telefilm senza incontrare difficoltà, e ha letto senza problemi PDF e file di Office.

Un punto sul quale Asus insiste molto sono le caratteristiche peculiari dell’ottica, che permette di proiettare immagini di dimensioni molto grandi senza allontanarsi troppo dalla superficie usata come schermo; si tratta di una funzione molto comoda quando si proietta in spazi ristretti. Asus P2B è dotato di un altoparlante interno da 1,5 Watt, che va bene per un uso di fortuna: per un audio più coinvolgente è opportuno collegare un sistema esterno.

L’interfaccia si può utilizzare sia tramite i pulsanti sul corpo del proiettore che tramite il telecomando. E’ abbastanza intuitiva (con alcune riserve) ed è ricca di funzioni di controllo. Dopo aver navigato un po’ tra i menu di configurazione, mi sono reso conto che le impostazioni di default sono probabilmente le migliori e non è necessario intervenire troppo sui settaggi. Molto efficace la regolazione automatica del keystone, che aggiusta la geometria dell’immagine in base all’inclinazione del proiettore. In tutte le prove che ho fatto non è mai andata in crisi ed ha sempre restituito un’immagine perfettamente rettangolare.

Per provare il proiettore, l’ho installato in camera di Bibi, ho collegato una sound bar, una chiavetta USB e ho proiettato un film sulla parete della stanza utilizzando la batteria. Non ho usato nessuna impostazione di risparmio dell’energia e ho regolato la luminosità in maniera ottimale. La qualità delle immagini è molto buona, anche se non è semplice mettere perfettamente a fuoco: la ghiera è completamente manuale ed è molto sensibile, il che rende difficili  le regolazioni fini. Il segnale audio in uscita è buono e senza particolare distorsione. La batteria è durata circa un’ora, ed è stato necessario collegare l’alimentatore per terminare la visione del film. Probabilmente la proiezione di presentazioni o di immagini statiche è meno impegnativa e si dovrebbe arrivare ai 90 minuti di autonomia dichiarati dal costruttore. Bibi si è detta soddisfatta ed è rimasta molto contenta delle dimensioni dell’immagine: già a un paio di metri di distanza la parete era completamente coperta dalla proiezione.

Il piccolo telecomando in dotazione non rende giustizia alla classe del proiettore. L’unica nota positiva è la presenza di un puntatore laser integrato, per il resto è un oggetto brutto, poco ergonomico, dall’aspetto fragile e non funziona benissimo: all’inizio credevo che avesse la batteria scarica, poi ho capito che aveva i suoi tempi. E’ praticamente identico ai telecomandi “cinesi” delle dimensioni di una carta di credito, con tanto di alloggiamento batteria a bottone e pulsanti “a bolla”. Tramite il supporto del protocollo MHL del proiettore è in grado di pilotare alcuni smartphone e tablet Android.

Asus P2B non è un oggetto economico: al momento lo street price è superiore ai 500 euro, ma è un prodotto di buona qualità che può risolvere diversi problemi se si ha necessità di un proiettore portatile, a batteria, di dimensioni contenute ed estremamente versatile. L’unico neo è il telecomando, che in ogni caso non è strettamente necessario per l’utilizzo del proiettore.

La mia maratona: Nizza – Cannes 2013

nizza-cannesQuesto è il resoconto della mia prima maratona, la Nizza – Cannes, la Maratona Delle Alpi Marittime e della Riviera Francese (non ho mica capito bene qual è il nome ufficiale). Ho corso domenica 10 novembre 2013, e qui riporto le note, tanto per non dimenticare quello che è successo e come mi sono sentito.(*)

Arriviamo a Nizza nel primo pomeriggio, e ritiriamo i pettorali senza fare coda, ci danno anche una bella maglietta tecnica di Adidas. C’è un vento della madonna, se continua così domani sarà un disastro. Facciamo due passi per rilassarci, poi una cena a base di carboidrati e a letto presto. Prima di coricarmi preparo tutto come faccio di solito: controllo mille volte la lista che ho preparato per essere sicuro di non dimenticare nulla. Contrariamente a quanto mi aspettavo, ho dormito come un ghiro senza ansia e senza preoccupazione.

Arrivo alla mia maratona con la sensazione di “avere fatto i compiti a casa”, anche se secondo me sono andato un po’ “lungo”: 5 mesi forse sono stati troppi: mi sentivo già pronto un mese fa quando ho fatto l’ultimo lunghissimo da 36 Km. L’ultimo mese mi sono annoiato un po’ e il fatto di non correre da martedì e di aver mangiato come un disperato mi toglie un po’ di sicurezza, anche se a livello razionale so che andava fatto.

La mattina consegniamo velocemente la borsa con un po’ di indumenti da ritirare all’arrivo e ci infiliamo nella nostra “gabbia”, quella delle 4 ore. Non fa freddo, il cielo è coperto e per fortuna non c’è traccia del vento di ieri. Per la gara ho scelto di correre in pantaloncini e canottiera, perché la temperatura si preannuncia mite. Per fortuna si rivelerà la scelta giusta. Per ripararmi dal freddo in questi 30 minuti, indosso la parte superiore di una tuta da imbianchino, che getterò alla partenza: assolve al suo ruolo egregiamente.

L’animazione fa partire la musica: il primo brano è dei Daft Punk! Decido di considerare la cosa come un buon auspicio. C’è gente equipaggiata con l’impossibile! Cinture con tre bottiglie, assortimenti completi di gel e integratori, zaini, camelback con i tubi dell’acqua. Controllo un tipo con un cinturone Salomon: due borracce da litro e almeno 10/15 bustine di gel. Una tipa ha *due* cinture piene di gel. Per tutta la gara vedrò gente con zaini e cinture che ballonzolano vistosamente: io non so come facciano.

La mia dotazione comprende una bottiglia di plastica da 0,5 di Enervit G Sport Competion, che è pressappoco il carburante che usa Vin Diesel per l’impianto nitro della sua auto. Funziona. Mi durerà fino al 20°Km circa. In ogni caso ogni 5 km berrò molta acqua ai ristori. Nella Spibelt tengo un tubo di tavolette Enervit GT Sport: sono un po’ meno “bomba” e le userò più tardi.

I pettorali arrivano fino al 10.000, senza contare la due staffette e la mezza: c’è veramente una valanga di gente. Finalmente lo sparo. Passerò la linea di partenza 3 minuti e 38 secondi dopo, secondo la rilevazione del chip.

Il pacer delle 4 ore, che decidiamo di tenere d’occhio almeno per metà gara, continua a sbraitare indicazioni e tempi in francese e non ho idea di cosa stia dicendo. Secondo me ha un ritmo leggermente alto, ma va bene così.

C’è veramente tanta gente, e io questa cosa la patisco. Non tanto ora, che le strade sono larghe e si gestisce bene: più avanti alcune curve strette saranno un po’ una bolgia, e ci si sgomiterà un po’. Rispetto alle gare a cui sono abituato, ci sono molte donne in più, quasi tutte ad un buon livello.

Comunque: il tempo di partire e ambientarsi un istante e ci troviamo a 5 Km “Possibile? Siamo partiti ora!” Fino a 10 Km, nulla da segnalare: bel percorso, bei posti, gente entusiasta. I ristori sono sempre un casino: dopo un paio elaboro la strategia vincente: dato che tutti si fiondano sul primo tavolo creando ingorghi e rallentamenti, io individuo l’ultimo tavolo in fondo e mi dirigo direttamente lì; spesso non c’è nessuno e riesco ad arraffare un bicchiere senza quasi rallentare.

Chi segue pedestremente il pacer si trova nei guai perché lui è più esperto e riesce a perdere meno tempo, così chi lo segue è costretto a una volata dopo aver bevuto o mangiato. Oppure se perde tempo anche lui, poi fa uno strappo per rimettersi in media. Tutti con la lingua di fuori. Io lo guardo ma non mi faccio influenzare: secondo me sto tenendo un ritmo che proietta il mio risultato tranquillamente sotto le 4 ore, non capisco perché lui vada così forte. LO CAPIRO’ DOPO A MIE SPESE.

Al Km 18, in una svolta secca a destra mi trovo coinvolto nella bagarre per la staccata a filo del cordolo, metto male un piede sul marciapiede e prendo una storta alla caviglia. Per 200 metri vedo le stelle e temo quasi che la mia gara finisca qui. Un dolore talmente forte da farmi correre zoppicando. Stringo i denti e provo a vedere che succede: per fortuna nel giro di 7-800 metri le cose si aggiustano e il dolore è quasi scomparso. Ad oggi, non ho più avuto notizie dalla mia caviglia sinistra.

Da qui fino ad Antibes è praticamente un rettilineo di 5, noiosi, chilometri. Nel mezzo il passaggio della mezza. Dal 20° al 30° Km succede quello che condizionerà il risultato della mia gara.

Un po’ a causa del rettilineo ipnotico, un po’ perché dopo un paio d’ore si raggiunge una specie di “Nirvana” che ti fa sentire meno la fatica, non mi accorgo di perdere contatto con il pacer e i miei amici. Entrambi rimangono indietro. Io pensavo di essere solo qualche passo davanti, poiché c’era dietro di me una voce che continuava a sbraitare in francese e io (che non ne capisco una parola) pensavo fosse sempre il pacer che diceva le sue stronzate. Al 28° Km mi giro e mi rendo conto che non è così: della bandiera verde e dei miei amici nessuna traccia, SONO SOLO.

Non faccio in tempo a riflettere sul da farsi, quando inizia la tregenda: nel tratto che attraversa il promontorio tra Antibes e Juan Le Pins comincia a soffiare un forte vento. La combo vento, salita improvvisa e saliscendi assassino assorbe tutte le mie energie e non ho tempo per pensare al resto.

Quando pensi “Peggio di così non potrebbe andare”, ecco che svolti sul mare ed ecco che quello che credevi un vento forte si rivela in realtà poco più di una brezza. Folate (credo a 80 Km/ora) che riescono a spostare perfino il mio peso e mi trovo a correre barcollando. Siamo a pelo dell’acqua e gli spruzzi ci bagnano. Un paio di volte mi sono dato dei calci nelle caviglie da solo perché la gamba veniva spostata dal vento. Un paio di folate mi spingono letteralmente addosso una ragazza che mi correva a fianco.

La parte peggiore è che il vento è completamente contro: lo sforzo è quello di correre su una salita, neppure troppo dolce. Fatico parecchio, bestemmio e sputo sangue. Decido che sono in ballo e continuo a ballare, al massimo muoio.

Dopo un po’, non so neppure quando, sembra esserci un attimo di tregua, ma era per finta: il vento forte riprende all’ingresso di un abitato, e in più adesso trasporta anche la sabbia, che mi va negli occhi. Indosso lenti a contatto: ho il terrore che un granello mi si infili in un occhio e mi costringa a togliere una lente. Corro con gli occhi ridotti a una fessura tra le ali di gente che ci incita.

Una costante di questa gara è stata la gente: moltissimi spettatori, tutti sorridenti, tutti che incitano leggendo il tuo nome dal pettorale. A volte sono anche troppo invadenti e dove non ci sono transenne tendono a restringere la carreggiata: ne approfitto per distribuire gomitate ai più stronzi.

Cominciano a esserci troppe rotture di balle, decido di passare alla modalità “Zen – pilota automatico”. Conto ossessivamente i miei respiri da 1 a 8 concentrandomi sui miei passi e ignorando tutto il resto. Un occhio al Garmin ogni tanto, giusto per non perdere contatto con il ritmo che voglio tenere. Giro la boa dei 32 Km intorno alle 3 ore, mi mancano 10 Km, ho un’ora per correrli, in teoria la vita dovrebbe sorridermi. In realtà? NO.

Al Km 36 un ponte maledetto bastardo crollasse domani in macerie fumanti è uno strappo quasi intollerabile: molti camminano io fatico moltissimo, ma una delle poche regole che mi sono dato è NON CAMMINARE MAI. Percorro quella maledetta salita arrivando in cima a 7 ‘/Km. Tra le altre cose sembra che ci siano solo salite e MAI discese. Probabilmente sono troppo lievi per sentirle. Adesso capisco perché il pacer è partito veloce: sapeva di perdere tempo in questa fase.

Ricapitolando: vento contro, salite, occasionalmente sabbia negli occhi, gente che sgomita, pubblico invadente. Sorprendentemente mi sto ancora divertendo, non so neppure io perché. Ma c’è sempre margine di peggioramento.

Dopo i 36 Km sono in territorio inesplorato: non ho mai corso così tanti Km e per così a lungo. Mi mancano 6 miseri Km, di poche cose sono certo, ma una di queste è che ‘sta gara la finisco, dovessi strisciare sui gomiti. Il pensiero mi rincuora e apparentemente succede anche agli altri, perché le persone intorno a me sembrano animate da una nuova energia che ci sveglia dal torpore da Walking Dead che avevamo tutti.

E adesso escono tutte: al 38° Km comincio a essere stanchino, ormai corro con la testa perché le energie scarseggiano, e la meccanica è anche un po’ scomposta. Arriva lo psicodramma: il quadricipite della gamba destra comincia a bruciare come il fuoco. Non è un crampo, è solo dolore, forte e pungente. Cazzi suoi, mi dico. Che si arrangi: io corro e la gamba non può fare a meno di seguirmi. Se non le va, è libera di staccarsi, eventualmente saltello su una gamba sola.

Per fortuna la gamba decide di restare con me e al Km 40 sono contento di aver doppiato la quarta decina di Km. “Chiunque può correre 2 Km, ormai è fatta””, mi dico. Non tenevo conto dell’ultima tegola: un crampo al polpaccio sinistro. Crampi veri, quelli che fanno male e fanno zoppicare. Istantaneamente il dolore alla coscia passa in seconda linea e l’emergenza crampi va gestita.

Intanto non so bene cosa fare: non soffro MAI di crampi, né prima né durante né dopo: evidentemente sono in riserva, malgrado sia ottimamente idratato. Di fermarmi a fare stretching non se ne parla. Trovo una soluzione che mi illudo analoga: corro per un po’ sulle punte cercando di estendere il muscolo il più possibile.

Evidentemente la mia idiozia paga, perché vedo il Km 41, e l’eccitazione fa passare tutto. Resta solo la fatica. finalmente vedo là in fondo il cartello dei 42 Km. Peccato che si corra ormai tra due ali di persone che stringono la carreggiata.

Per fortuna ho l’istinto di guardare leggermente indietro: con la coda dell’occhio vedo il pacer delle 4 ore che mi ha quasi raggiunto! “COSAAAAA?”. Con tutti i miei acciacchi e fisime ho rallentato troppo. A questo punto la rabbia si scatena in me. Percorro gli ultimi 500 metri accelerando progressivamente, dando fondo alle ultime energie, ma non sento più nulla, solo determinazione e birra nelle gambe.

“Maledetto cretino! Stavi a pensare a cazzate come il dolore alle gambe e intanto perdevi tempo! Brutto idiota!” Mentre mi do del deficiente mi viene voglia di spaccare tutto e adesso mi sembra di correre a 4’/km. Non c’è spazio al centro, che è occupato dagli zombie, mi sposto lateralmente verso la folla e urlo come un pazzo con gli occhi fuori dalle orbite: “VIA! VIA! VIA!”. Le genti mi vedono, si spaventano e, incredibilmente, mi fanno largo. Per fortuna gli ultimi 200 metri sono nuovamente transennati e si corre meglio.

Taglio il traguardo tra un casino di gente e faccio ancora una decina di metri per essere sicuro di averlo tagliato. Fermo il Garmin. 3 ore, 58 minuti e 50 secondi. Il primo pensiero è: “PACER SUCA FORTISSIMO!”. Il secondo è: “Uh, ho finito una maratona.” Sono sulla Croisette di Cannes, ed è tutto bellissimo. Probabilmente senza il vento contro avrei anche chiuso meglio, ma non ha più importanza, ormai.

E’ pieno di gente: prima di riuscire a bere qualcosa, a mangiare un frutto e ritirare la borsa passa mezz’ora. Appena mi trovo fuori dalla folla mi rendo conto che non sto bene in piedi: barcollo come se fossi ubriaco e non riesco bene a chinarmi. Raccolgo gli amici, e ci dirigiamo verso la stazione per tornare a Nizza con il treno (gratuito per i maratoneti #genoveseinside).

Il resto è ordinaria amministrazione: sono contento e sto ancora elaborando la cosa. La prima valutazione che mi viene in mente è: la mezza è peggio. Sì: la mezza è peggio perché è uno sforzo più intenso e si soffre dal 10°Km in poi. Con i miei ritmi di maratona, ho sofferto davvero solo dal 37/38 in poi. E all’arrivo non credevo di morire subito, come spesso mi succede con la mezza. Inoltre anche la mia anima se ne giova perché ho bestemmiato meno. Con la maratona sono un poco più duri gli allenamenti, ma solo perché durano molto e per molti km, in realtà non ti sfondi con le ripetute e non sputi sangue.

Aftermath del giorno dopo: gambe dolenti, una vescica chiusa sulla punta dell’alluce destro e mal di schiena se sto seduto. Per il resto, tutto bene.

(*) Il resoconto è pubblicato anche su alcuni social network, ma voglio tenerlo anche qui perché è una cosa a cui tengo particolarmente.

Asus WL-330NUL

Asus-WL-330NUL

Smartphone, tablet, notebook, fotocamere, orologi, gadget. Sempre più oggetti sono in grado e hanno bisogno di connettersi alla rete; il Wi-Fi è una tecnologia matura, stabile, economica, ubiqua e che scala (abbastanza) bene.  Le necessità, specie in viaggio, sono le più disparate e a volte si presentano delle situazioni difficili da prevedere. In questi frangenti avere un dispositivo flessibile e versatile come questo piccolo router di Asus potrebbe risolvere diversi problemi.

L’oggetto ha le dimensioni di un piccolo accendino e pesa meno di 20 grammi. Dentro ha tre cose: una interfaccia USB, una porta ethernet e un chip Wi-Fi. La cosa divertente è che i tre elementi possono essere “combinati” tra di loro in qualsiasi modo possa servire, ma andiamo con ordine. I dati tecnici dell’oggetto si trovano sul sito Asus.

La confezione contiene il router, un alimentatore USB e un piccolo flyer che serve da guida introduttiva. Il software e i driver sono contenuti nel router che al primo collegamento viene “visto” come una chiavetta USB da cui installare i componenti necessari.

Le quattro funzioni principali di WL-330NUL (a proposito: quando la smetteranno tutti con queste stupide sigle e passeranno a nomi più umani?) sono:

Router portatile

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Collegato a una fonte di alimentazione USB e a una rete cablata si utilizza come un normale router Wi-Fi, con il vantaggio delle piccole dimensioni e della trasportabilità.

Scheda rete Ethernet USB

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Trasforma una porta USB in un adattatore ethernet. Utile nel caso il computer ne sia sprovvisto (molti ultrabook lo sono o hanno noiosi adattatori proprietari), oppure serva un’interfaccia aggiuntiva (diagnostica, networking avanzato).

Adattatore Wireless

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Collegato a una porta USB, piò essere usato come una normale scheda WiFi. anche in questo caso per sopperire a una mancanza o aggiungere un’interfaccia al volo.

Hot Spot per la condivisione di una rete Wi-Fi

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Funzione molto interessante: permette di condividere un unico accesso Wi-Fi (per esempio quello di una stanza di albergo) tra diversi dispositivi, consentendo l’accesso condizionato e discrezionale di ogni dispositivo. Al primo collegamento si viene reindirizzati su un captive portal gestito interamente da WL-330NUL, su cui si può fare richiesta di accesso all’amministratore, che ha il software di gestione installato ed è a sua volta collegato alla Wi-Fi generata dal router. Dopo l’autorizzazione, che può essere gestita e revocata, si è in grado di utilizzare la Wi-Fi “replicata” dal piccolo router.

Una ulteriore modalità consente di condividere la connessione internet di un computer via Wi-Fi, sempre tramite il captive portal e l’autorizzazione di ciascun device.

L’interfaccia di gestione è semplice ma completa e funziona sia con l’applicazione installata che tramite browser. Il codice di accesso è stampato direttamente sul router (quindi attenzione), e i diversi dispositivi sono identificati tramite il loro indirizzo MAC, che non è il massimo per la sicurezza, ma è accettabile nel contesto in cui questo oggetto deve essere usato.

Ho provato WL-330NUL in tutte le modalità e funziona molto bene. Ho fatto prove con computer, smartphone di entrambi i tipi e con un iPad; non ho avuto nessun problema e il sistema è sempre stato stabile. L’unica cosa di cui mi posso lamentare è una certa lentezza in modalità condivisione Wi-Fi, ma i motivi potrebbero essere diversi, a cominciare da problemi di compatibilità tra access point fino a interferenze dei canali (a casa mia c’è uno spettro abbastanza affollato).

Durante il mio periodo di prova ho aggiornato il firmware con una semplice procedura, non tanto perché ci fossero dei problemi, quanto piuttosto per il fatto che il nuovo firmware fosse disponibile.

L’oggetto è di utilizzo semplice e immediato e sta in tasca senza dare il minimo fastidio. Viene incontro alle esigenze di chi si trova spesso in situazioni di connessione diverse, magari in viaggio, e desidera una soluzione veloce e flessibile. Visto il prezzo, intorno ai 40 Euro, direi che il rapporto qualità-prezzo è davvero notevole.

Trasparenza per un mondo migliore: il router mi è stato prestato per il tempo necessario alla prova. Non ho percepito alcun compenso per scrivere questo post, che in ogni caso non mi è stato neppure richiesto. Le opinioni espresse sono le mie e rappresentano esattamente il mio pensiero. L’unico “compenso” che ne traggo è il piacere di maneggiare tecnologia.

 

 

 

Scalare i privilegi di un utente WordPress tramite script PHP

Questo non è un post che suggerisce metodi per violare la sicurezza di un blog, ma per rimediare ad un inconveniente che ho incontrato qualche volta. In particolare mi è successo che i privilegi di un utente si fossero in qualche modo “corrotti” e non fosse più possibile accedere alle funzioni di amministrazione.

Lo scenario è il seguente. Devo fare degli interventi di manutenzione su un blog WordPress che ha qualche problema di funzionamento. Le cose che ho a disposizione sono:

  • Credenziali per accedere via FTP.
  • Credenziali di un’utenza WordPress con privilegi normali.

Come prima cosa accedo al blog con l’account e visualizzo la dashboard (bacheca).

Poi creo un file che chiamo, per esempio, get_user_info.php, con il seguente contenuto:

<?php global $current_user;
      require('wp-blog-header.php');
      get_currentuserinfo();

      echo 'Username: ' . $current_user->user_login . "\n";
      echo '</br>';
      echo 'User email: ' . $current_user->user_email . "\n";
      echo '</br>';
      echo 'User first name: ' . $current_user->user_firstname . "\n";
      echo '</br>';
      echo 'User last name: ' . $current_user->user_lastname . "\n";
      echo '</br>';
      echo 'User display name: ' . $current_user->display_name . "\n";
      echo '</br>';
      echo 'User ID: ' . $current_user->ID . "\n";

?>

e lo copio via FTP nella root che contiene il blog sul server http.

Lo eseguo inserendo nella barra indirizzi del browser:

http://www.dominio.com/get_user_info.php

La pagina dà alcune informazioni; la più importante è lo user ID, che mi serve nello step successivo.

Creo un altro file, per esempio update_user_role.php, con il seguente contenuto:

<?php
require( './wp-load.php' );

 $user_id = inserire_qui_user_ID_corretto;

 $new_role = 'administrator';
 wp_update_user( array ('ID' => $user_id, 'role' => $new_role ) ) ;
 echo 'Fatto.';

?>

avendo cura di inserire lo user ID che ho rilevato poco fa nella riga relativa. Copio anche questo sul server via FTP e lo eseguo con le stesse modalità del precedente:

http://www.dominio.com/update_user_role.php

Ritorno alla bacheca del blog e faccio un refresh della pagina.
Missione compiuta.
(Devo solo ricordarmi di cancellare dal server i file che ho appena utilizzato).

 

Cuffie Sony MDR-XB910

Ho avuto la possibilità di provare per qualche settimana le cuffie ad archetto Sony MDR-XB910. Si tratta di un prodotto dall’estetica che non passa inosservata, secondo le ultime tendenze metropolitane.

Sony-MDR-XB910-1

Il corpo delle cuffie è in plastica robusta con inserti in alluminio. La qualità dei materiali sembra buona e l’assemblaggio è preciso. Pesano circa 300g, ma sono molto comode, grazie all’adeguata conformazione dell’archetto e alla generosa dimensione dei padiglioni. L’imbottitura, molto morbida, avvolge completamente le orecchie e distribuisce molto bene il peso, che non dà il minimo fastidio. Chi porta gli occhiali potrebbe essere costretto a spostare le astine un po’ più in alto per farle stare fuori dai padiglioni (a me danno fastidio se rimangono schiacciate dentro).

Sulla parte bassa dei padiglioni ci sono delle feritoie che ricordano il sistema Bass Reflex, e sulla sinistra il jack per il collegamento del cavo, che è piatto per evitare che si ingarbugli. In dotazione ne vengono forniti due: uno standard e l’altro con i comandi per gli smartphone e il microfono. L’attacco è il classico jack da 3,5 ma con l’aggiunta di un sistema a baionetta che ne impedisce lo sgancio.

Le cuffie sono ripiegabili, probabilmente per ovviare alle dimensioni generose, peccato che in dotazione non ci sia un sacchettino in cui riporle durante il trasporto. L’isolamento acustico è molto buono; una volta indossate, dall’esterno non arriva quasi nessun suono.

Sony-MDR-XB910-2Sony inserisce le MDR-XB910 nella categoria “Extra Bass and DJ”, e in effetti i bassi potenti sono la caratteristica predominante: i driver da 50 millimetri sono ancora più grandi di quelli delle cuffie analoghe della concorrenza; anche le Beats by Dr Dre Studio che vanno per la maggiore si fermano a 40 mm. Diciamo subito che non si tratta di cuffie da audiofili: il suono è volutamente pompato e i bassi enfatizzati in modo da ottenere un effetto “club” che vi rimbombi nella zucca :-). Le frequenze alte sono rese molto bene, di quelle medie non importava a nessuno, evidentemente.

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Malgrado questo si tratta sempre di cuffie di fascia medio alta, e i difetti dei file MP3 tendono a emergere molto di più rispetto alle cuffie a cui sono abituato. Certe tracce che non mi hanno mai dato problemi, con le MDR-XB910 sono quasi inascoltabili, mentre quelle encodate da me, o da qualcuno che ha prestato un minimo di attenzione, sono molto più fruibili. Va da sé che i generi che meglio si adattano a questo prodotto sono quelli con una “cassa in quattro quarti” che picchi bella robusta. Elettronica, dance, rock, house, hip-hop. Sono anche i generi probabilmente più gettonati dal target a cui questa cuffia si rivolge, che ritengo siano adolescenti con buone disponibilità economiche e giovani adulti. Mi sono piaciute ascoltando Planet Funk, Anoraak, Tesla Boy, Safri Duo, Moby. Le ho adorate con i Prodigy.

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Il prezzo delle MDR-XB910 va dai 150 ai 200 euro: non è certamente poco, ma chi compra queste Sony lo fa per il suono e per il loro aspetto. Chi cerca bassi potenti e volumi poderosi, non è particolarmente appassionato di musica soft e acustica, e vuole una cuffia robusta, ben fatta, che isoli dall’esterno e non passi inosservata, trova nelle MDR-XB910 quello che fa per lui. Il rovescio della medaglia è la necessità di prestare un minimo di attenzione alla qualità dei file che si riproducono per ottenere il massimo dei risultati, e il fatto che non sia adatta a tutti i tipi di musica.

Trasparenza per un mondo migliore: le cuffie mi sono state prestate per il tempo necessario alla prova. Non ho percepito alcun compenso per scrivere questo post, che in ogni caso non mi è stato neppure richiesto. Le opinioni espresse sono le mie e rappresentano esattamente il mio pensiero. L’unico “compenso” che ne traggo è il piacere di maneggiare tecnologia.

Cuffie per correre: la mia classifica personale

Correre mi piace, è un momento della giornata da cui tutte le cose brutte rimangono fuori, restano solo i pensieri positivi, le cose belle, le mie passioni. Ascoltare musica mentre corro è una cosa di cui non posso fare a meno: la musica mi carica, mi rilassa, mi fa pensare, mi trasporta scandendo il ritmo della mia corsa.

Correre è una cosa faticosa che per essere goduta appieno deve prescindere il più possibile dai fastidi e dalle distrazioni che con la corsa non c’entrano: le scarpe devono essere confortevoli, gli indumenti non devono irritare, le cose che porto non devono muoversi o far “sentire” la loro presenza.

Le cuffie non fanno eccezione: non devono muoversi, non devono dare fastidio, si devono sentire bene, il filo non deve intralciare i movimenti, devono resistere al sudore e all’umidità. Scegliere il player è stato semplice: iPod Shuffle in una qualunque delle sue versioni (tranne la prima) è il dispositivo perfetto: leggero, si aggancia e non si sente, non ha il display, la batteria dura parecchio, la qualità del suono è ottima. Io non porto telefono o smartphone quando corro: per tracciarmi uso un GPS da polso e non ho certo voglia di rispondere a telefonate o controllare le mail. Nel corso degli anni la ricerca delle cuffie “perfette” è stato un cammino per prove ed errori, e alla fine le tante soluzioni che ho tentato mi consentono di stilare una personale classifica delle cuffie adatte alla corsa. Ribadisco che la valutazione è fatta dal punto di vista dell’uso durante la corsa: per altri aspetti la classifica potrebbe essere diversa, naturalmente.

Non classificate: Cuffie con arco/archetto.

cuffie-chiuse

Le cuffie con l’arco, specie se dotate di grossi padiglioni non sono adatte: si muovono, tengono caldo, pesano, si inzuppano. Mai usate

5° posto – Cuffie cinesi in-ear con controlli iPod Shuffle 3rd Generation

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Questa roba si trova online a meno di 10 euro e offline a meno di 15. Fa quello che deve, nel senso che i controlli funzionano (non si sa per quanto) anche con l’iPod più rognoso, quello di terza generazione senza pulsanti, che necessita di cuffie compatibili o di un adattatore. Le avevo prese per il prezzo basso, pensando che anche se si fossero rovinate sarebbe stato lo stesso. Il silicone degli auricolari è troppo liscio e con il sudore scivola, costringendo spesso a reinserire le cuffie e la qualità audio è pessima: pochi alti, bassi inesistenti, suono “scatolato”. Usate due volte e buttate in un cassetto. Non ne vale la pena.

4° posto – Sennheiser CX 300-II Precision

sennheiser_cx300ii_precision_black2

Si tratta di buone cuffie per un uso normale ma poco adatte alla corsa: anche queste tendono a scivolare via dalle orecchie e la lunghezza asimmetrica dei due “rami” di cavo che vanno agli auricolari è fastidiosa e poco ergonomica durante la corsa. Il cavo tende ad ingarbugliarsi ed è difficile da districare, cosa che mi fa imbufalire. La qualità del suono è buona, con bassi pieni e alti ben definiti. Comoda la custodia in dotazione. Una cuffia da passeggio ma non da corsa. Molto isolanti dall’esterno. Prezzo sui 40-50 euro.

3° posto – AGK K 350

AKG-K350

Andiamo già meglio. Le K 350 sono cuffie molto leggere, dotate di controlli completi per iPhone, mentre l’uso con altri dispositivi ha diversi livelli di funzionalità, ma mai quelle complete di volume, pausa e microfono. La forma dei padiglioni in silicone è perfetta, scivolano poco anche se bagnate di sudore, il cavo non si ingarbuglia mai e i rami sono simmetrici; la qualità del suono è ottima: bassi potenti e suono piacevole. Il connettore è leggermente troppo grande ma non dà fastidio. Le ho usate in viaggio per non portare troppi tipi diversi di cuffie, vista la loro polivalenza. Consigliate se si vuole un paio di cuffie versatili, di buona qualità da non usare esclusivamente durante la corsa. Molto bella la custodia semirigida in dotazione. Isolanti dall’esterno. Prezzo indicativo: 50-60 euro.

2° posto – Cuffie standard iPod modello vecchio

apple-earphone

Sembrerà strano ma le vecchie, care, cuffie Apple standard seconda generazione sono state la mia scelta d’elezione fino a qualche settimana fa. Ne ho diversi esemplari, con controlli e senza. Quelle originali dell’iPod terza generazione si sono ossidate per il sudore e i tasti non funzionano più, ma suonano ancora. Non si muovono dalle orecchie, a patto di usare le spugnette, che sostituisco spesso: ne ho acquistato un gazzillione a pochi centesimi su Ebay. La qualità del suono è accettabile, anche se per forza di cose i bassi non sono pieni come nei modelli precedenti. Non danno fastidio, sono leggere, non isolano dall’ambiente e per qualche strana ragione gli auricolari non temono il sudore. Il cavo lo odio perché tende a ingarbugliarsi e sbrogliarlo è un incubo. L’unico inconveniente è che col tempo l’auricolare tende ad aprirsi in corrispondenza del bordo in gomma. Per un po’ le spugnette riescono a tenerlo in sede, poi vanno incollate o buttate.

And the winner is…. – Pioneer SE-E721

Pioneer-SE-E721-W

Qualche settimana ricevo una mail Francesca di First Class PR che mi annuncia l’uscita di alcuni nuovi modelli di cuffie di Pioneer, tra cui le SE-E721. Sfodero la mia migliore faccia tosta e le chiedo se fosse possibile provarle, e nel giro di poco ritiro la scatola con le mie nuove cuffie. Confesso che non le avrei acquistate se avessi solo letto le caratteristiche: troppe volte ho buttato soldi per poi tornare agli auricolari standard Apple. Le Pioneer SE-E721 sono dotate di supporto padigliare (sì chiama così, non lo sapevo) e uno snodo con un giunto sferico tra il supporto esterno e l’auricolare, in modo da adattarsi al meglio alla forma dell’orecchio. Hanno una certificazione IPX2, per proteggerle da sudore e umidità. Il cavo non si attorciglia ed è dotato di due spirali che ne aumentano sensibilmente il confort: durante la corsa i cavi di tutte le cuffie tendono ad appiccicarsi alla pelle, ma la presenza di queste spirali non lo fa “tirare” in nessun modo. Indossare queste cuffie è molto laborioso: prima di trovare la giusta sistemazione devo tirarmi le orecchie da tutte le parti e ruotare correttamente il giunto sferico, ma ne vale la pena: una volta in sede questi oggetti non si muovono più. Sono leggere e durante la corsa non se ne sente la presenza (a parte la musica, naturalmente), non si spostano mai e mai devo riaggiustarle, anche per sessioni di un’ora o più. Sulle prime possono quasi sconcertare, visto l’effetto “sotto vuoto” causato dalla tenuta perfetta dei padiglioni auricolari, ma ci si abitua subito e alla fine è piacevole. La qualità del suono è ottima, con bassi pieni e potenti, e alti presenti e cristallini; il timbro mi sembra buono ma non sono un audiofilo ed esprimo un giudizio poco competente. Non hanno nessun tipo di controllo, ma non ne sento la mancanza.

Alla fine queste cuffie si sono rivelate la scelta definitiva per correre: fanno quello che devono fare, lo fanno bene e non hanno funzioni inutili. Sono eccezionalmente stabili e si sentono bene. Una certa difficoltà ad indossarle le rende poco adatte all’uso normale, poiché ogni volta che si tolgono bisogna ripetere le manovre per riposizionarle. Questa grande stabilità, e la capacità di “sigillare” i condotti uditivi, isolano completamente dall’esterno: è difficile ascoltare anche se sono spente, e per questo ne consiglio l’uso solo in situazioni e percorsi più sicuri che non richiedano un’attenzione a eventuali pericoli circostanti. Io le uso su percorsi di cui conosco la sicurezza e in ogni caso se corro vicino ad una strada percorribile da veicoli mi tengo sempre sulla parte sinistra della carreggiata, in modo da vedere meglio quello che mi si avvicina. Come ho già detto: non le avrei comprate basandomi solo sulla descrizione; adesso se le dovessi sostituire le comprerei sicuramente. Cercavo un paio di cuffie per correre che suonassero bene, che facessero dimenticare della loro presenza adattandosi bene alle mie orecchie, con un cavo non impossibile, e resistenti all’umidità. Con queste cuffie, per ora, la mia ricerca è finita. Il prezzo di listino è di circa 50 euro.

Trasparenza per un mondo migliore: le cuffie mi sono state regalate (grazie Francesca) e in questo post esprimo le mie opinioni, non richieste. Lo faccio perché mi piace giocare con la tecnologia, mi piace correre e mi piace ascoltare musica; come sempre, cerco di scrivere le recensioni che vorrei trovare io quando cerco notizie su un prodotto.

 

L’uomo che correva ridendo

L’uomo che correva ridendo si guardava attorno e respirava l’odore della mattina tiepida d’estate. L’aria era il carburante che gli gonfiava il petto e muoveva le sue gambe, le cose che vedeva lo facevano sentire parte del tutto. E per questo rideva.

L’uomo che correva ridendo ascoltava musica. La musica era bella, era un onda che lo trascinava, era un vento che lo spingeva, era un compagno che lo incitava.

L’uomo pensava che correre era l’unica cosa possibile, in quel luogo, in quell’istante. Era inevitabile.

L’uomo che correva ridendo faceva fatica. Ma sapeva che la fatica è la paura che abbandona il corpo e la pesantezza che lascia la mente. E per questo rideva.

L’uomo correva e sudava, e il sudore gli scendeva dalla fronte, dal petto, dalle gambe. Ma l’uomo rideva perché il sudore lavava la sua anima e toglieva le macchie dal suo cuore.

L’uomo che correva ridendo correva per andare in  un luogo speciale, dove nessun altro poteva arrivare.

L’uomo che correva ridendo correva per raggiungere un posto dentro di sé, e la bellezza stava nel viaggio, non nella meta. E per questo rideva.

L’uomo che correva ridendo.