Rete Vodafone LTE – Sony Xperia Z

Grazie a Vodafone ho avuto l’opportunità di provare per qualche settimana la nuova rete LTE, uno standard di telefonia mobile cellulare che raggiunge elevatissime velocità (teoriche) di trasferimento dei dati. Sulle modalità di funzionamento dei dati su rete cellulare avevo accennato qualche tempo fa, sempre in relazione alla rete Vodafone, ma con considerazioni che valgono per tutti gli operatori; il post è un po’ datato (risale a tre anni fa) ma il succo del discorso è lo stesso:

Per chiarire la questione bisogna considerare alcuni fattori tecnici. Su una connessione “fissa” la risorsa è dedicata, l’utilizzo che se ne fa non ostacola gli altri utenti e il prezzo per l’operatore è sostanzialmente assimilabile ad un costo fisso, il che permette di offrire piani flat senza limitazioni di tempo o traffico. Le connessioni mobili sono condivise tra tutti gli utenti collegati in quel momento alla cella e la banda disponibile è limitata dalle tecnologie e dal costo degli investimenti. Quando le telco pubblicizzano le connessioni mobili a 14,4 Mb/s significa che la singola cella ha una banda di 14,4 Mb/s, ma sulla singola cella ci sono collegati più utenti contemporaneamente. (Una BTS — le foreste di antenne che siamo abitati a vedere un po’ dovunque — crea diverse celle).

La rete LTE aumenta la velocità di un ordine di grandezza, arrivando al dato di targa di 326 Mb/s (86 in upload). Naturalmente di tratta di velocità impossibili da raggiungere fuori dalle condizioni sperimentali di un laboratorio, ma il beneficio che ne trae l’uso quotidiano è comunque significativo.

Per la prova mi è stato fornito un telefono adeguato: Sony Xperia Z, uno smartphone Android di ultima generazione con eccellenti caratteristiche hardware. Abituato al mio vetusto Nexus S, la velocità di Xperia Z mi è sembrata eccezionale: nessuna incertezza, nessun lag, nessun ritardo nell’eseguire i comandi impartiti.

L’uso che ne ho fatto è stato il solito: nessuna telefonata, navigazione, ricerca informazioni, uso dei social network, geolocalizzazione, qualche foto. Ho configurato sia Gmail che la posta aziendale Exchange, e non ho personalizzato più di tanto le opzioni del sistema, in modo da avere un riferimento il più possibile vicino al mio standard di uso.

Per monitorare le prestazioni ho installato la app di Speedtest.net, uno degli strumenti più diffusi per valutare (senza pretesa di eccessiva precisione) la velocità della banda disponibile. Ho effettuato un po’ di test in zone e orari diversi tutti a Genova, sia in centro che in periferia, e questi sono i risultati (*).

LTE

Naturalmente non c’è nessuna pretesa statistica, la rilevazione ha solo lo scopo di confermare le impressioni che di volta in volta mi sono fatto sull’ampiezza e sulla qualità della banda.

Le misure confermano grosso modo quanto scritto a proposito della condivisione sulla singola cella: in zone periferiche e/o in orari “off peak” le prestazioni sono leggermente superiori a quelle misurate in centro in giorni feriali, ma queste ultime sono comunque molto buone. Anche la “qualità” della connessione è elevata: i bassi valori di “ping” registrati sono indice di bassa latenza e di rete poco congestionata.

Il caricamento delle pagine web è sempre rapidissimo, i video fluidi, le app sono veloci e le foto appaiono in un attimo: usare uno smartphone così veloce e con così tanta banda a disposizione offre un’esperienza d’uso davvero “leggera”. Abituato alle povere prestazioni del mio datato Nexus S, mi sono trovato a trascorrere meno tempo con il naso sullo schermo del telefono benché le mie attività online siano state molto più frequenti a causa di questo test. Non nascondo che alcune volte rinuncio a usare il Nexus S per cercare un’informazione o controllare un dato perché so già che “perderei l’attimo”, ma con queste prestazioni il problema non si pone. E’ un altro passo verso la connettività intesa come una “commodity”, un qualcosa che c’è sempre, che si dà per scontato e che si utilizza per le normali attività di tutti i giorni, senza esserne ossessionati, senza sviluppare idiosincrasie o dipendenze.

Quando non avevo necessità tenevo il WiFi disattivato anche a casa perché le prestazioni della rete mobile erano superiori a quelle dalla mia ADSL Tiscali, che è una connessione con qualche infamia e senza lode.

Xperia Z è uno smarphone dalle ottime prestazioni, uno schermo generoso e una batteria che dura tanto: si arriva tranquillamente alla sera senza preoccuparsi di dover fare economia. La gestione dell’alimentazione è molto curata, ci sono alcune funzioni introdotte da Sony, come il WiFi basato sulla posizione e la gestione intelligente delle risorse, che funzionano molto bene e non impattano minimamente sull’utilizzo. Il GPS fa il punto così velocemente che non ci si crede, la GPU riproduce i video full HD via WiFi con fluidità perfetta e ottima qualità. La personalizzazione di Sony è poco invadente, al contrario di quella di altri produttori, anche se non capisco quale sia il senso di fornire app proprietarie per Twitter e Facebook, quando si possono tranquillamente usare quelle ufficiali che non sono bloccate in nessun modo.

Cose che mi sono piaciute meno: il design è elegante ma qualche volta rende difficile afferrare il telefono con una presa sicura, la parte posteriore non sembra in vetro, come dichiarato, ma è delicata e si riga facilmente. La fotocamera ha ottime prestazioni sulla carta, ma il vecchio Nexus S la sconfigge a mani basse. Ecco la stessa foto, non ritoccata e con le impostazioni standard, fatta dai due dispositivi nello stesso momento: Xperia ZNexus S. La dotazione è minimale: telefono e alimentatore, ma penso si trattasse di un’unità di test.

E’ conforme agli standard IP55 e IP57 e può resistere fino a 30 minuti immerso in acqua, ma il prezzo da pagare è la presenza di sportellini da aprire ogni volta che vi deve connettere un cavo o le cuffie.

Costa parecchio, ma la qualità e le prestazioni sono ottime; Sony Xperia Z è una buona alternativa ai prodotti più blasonati del mercato.

 (*) Una riga è ripetuta, i geodati non appaiono, ma sono stati registrati.

La Mezza Di Genova 2013

Domenica ho partecipato alla gara principale che si disputa nella mia città: La Mezza Di Genova. Il meteo ci ha graziato: una stupenda mattinata di sole in un weekend di brutto tempo ha illuminato Genova, bellissima nelle giornate di sole primaverili.

Arrivo da una preparazione breve, ma fatta più o meno bene; non ho corso molto negli ultimi 10 giorni, ma confido che strafogarmi di carboidrati e dormire come un orso in letargo possa dare qualche frutto. Parcheggio lo scooter e vado a cercare gli amici della mia società per la foto di rito. Sono rilassato, l’aria è tiepida, sono circondato da runner contenti: c’è una bella atmosfera. Consegno la borsa al deposito, faccio due passi e mi sposto in area partenza quando mancano una decina di minuti. C’è tanta gente ma non siamo schiacciati; osserviamo un minuto di silenzio per le vittime di Boston. Peccato che l’amplificazione fosse insufficiente e le persone nelle file più lontane non si siano rese conto di cosa stesse succedendo, quindi un vero silenzio non c’è mai stato.

Finalmente lo sparo, e si parte; c’è la solita ressa ma stranamente non arrivano gomitate, nel silenzio della strada senza auto si sentono solo i tonfi delle scarpe sul selciato, bellissimo. Quest’anno non si passa in Via Garibaldi, credo causa lavori in corso, ma si percorre la galleria prima di sbucare in Piazza Fontane Marose. E’  tutto un “biiiip” dei GPS che protestano per la perdita del segnale, e infatti i miei tempi per questo tratto sono sballati; pace, non è la fine del mondo.

Arrivati in Piazza De Ferrari, inizia la lunga discesa di Via XX Settembre; per ora sto bene e lascio girare le gambe sfruttando la pendenza, sono rilassato, l’aria è dolce, vado forte. Da qui arrivo a Boccadasse in un attimo: viaggio a meno di 4’50″/Km, ma so bene che è un ritmo che non posso permettermi per 21 Km. Impreco un po’ sul saliscendi di Corso Italia, ma stringo i denti per cercare di mantenere il ritmo. Giro di boa e ritorno verso la rampa della Sopraelevata: un maledetto falso piano che sembra non finire mai, e infatti scendo a 5’/Km. Appena la strada torna pianeggiante mi riprendo un po’ e aumento il ritmo. Non ho trovato la mia lepre, sono da solo ma mi sembra di potermi gestire abbastanza bene.

Correre sulla Sopraelevata è la parte più suggestiva della gara: è uno scorcio stupendo sulla città e sul porto ed è un’occasione per restituire alle persone una strada dominata dalle auto per il resto dell’anno. Lungo le ringhiere tante persone sono salite per vedere la corsa e approfittare della possibilità; diversamente da quanto sento dire di Milano, Genova mi sembra accettare bene una mattina di disagi al traffico: non ho sentito nessun automobilista lamentarsi perché costretto ad attendere agli incroci, e ho visto parecchie persone lungo il percorso, incuriosite e incitanti.

Comincio a soffrire il caldo: il sole di Aprile e la distanza percorsa si fanno sentire; soffro anche per la fatica, ma è ordinaria amministrazione: sono al Km 15 e non mi sono risparmiato. Scendo dalla Sopraelevata e imbocco Lungomare Canepa per arrivare al giro di boa alla Fiumara. La zona è oggettivamente brutta, io sono stanco, ho caldo, è il momento peggiore e vado piano, preso dallo sconforto. Ricorro alle tecniche Zen-fai-da te: conto i respiri da 1 a 8 ricominciando quando ho finito, una cadenza ipnotica che mi aiuta ad allontanare i pensieri dalla fatica e mi svuota la mente. Tra le altre cose, sto per imboccare la temutissima salita del Ponte Elicoidale che mi riporterà sulla Sopraelevata: è il punto più duro della corsa, 500 maledetti metri che ti spaccano le gambe, affaticate da 18 Km di strada. Le mie paturnie sono confermate dai tempi: stacco i 2 Km più lenti di tutta la gara. Al termine della salita qualcuno non si sente bene: un ragazzo dall’apparente ottima forma fisica è seduto sul guard-rail, pallido e in evidente difficoltà. Un amico è con lui e ha già avvertito l’assistenza. Spero non sia nulla di grave.

Finalmente sono agli ultimi 2 Km, sono in un bel posto, la gara sta per finire, c’è un bel sole, la vita mi sorride. Spinto da nuove energie, aumento la velocità portandomi ai tempi che avevo all’inizio. Le gambe protestano, ma io le ignoro: non è un problema  mio, che si arrangino; si sono comportate bene finora, non accetto capricci proprio adesso. All’ultimo chilometro mi si affianca Max, un compagno di squadra. Ci incitiamo a vicenda e tento di aumentare ancora un po’ per mantenere il suo ritmo, tanto manca poco.

“Pain is temporary, quitting lasts forever”, ” Solo 1 Km, come da casa al panettiere: è pochissimo”, “Unless you puke, faint or die, keep running”.  Ripenso alla biografia di Emil Zátopek: “Se sei stanco, vai più forte”. Ripasso tutti i miei mantra e, evidentemente, a qualcosa servono: al km 21 stacco un 4’51″/Km. Imbocco la rampa di uscita, una ripida discesa che mi dà lo slancio per l’ultimo centinaio di metri. Spendo le ultime energie per accelerare ancora e arrivare in modo dignitoso e finalmente taglio il traguardo.

Ho il fiatone, mi fermo un attimo per raccogliere le forze, mi danno una medaglia e barcollo fino al ristoro sotto la tensostruttura. Bevo un succo e mangio una banana; sputo la focaccia, che è pessima e stantia (ma che figura facciamo con i foresti? Questa roba fa schifo!). Recupero la borsa e mi rivesto. Torno a casa e crollo sul divano; sono contento, mi sono divertito e ho migliorato il tempo rispetto all’anno scorso. Mi aspetta un po’ di lavoro in giardino, ma la pioggia decide di graziarmi e faccio poco. Adesso mi aspetta un po’ di recupero poi riprenderò a correre.

Perché correre è bello.

Proteggere l’accesso SSH tramite l’autenticazione a due fattori

Tempo fa ho parlato dell’autenticazione a due fattori dell’account Google. Il codice di Google Authenticator rilasciato da Big G è Open Source e può essere utilizzato per diverse applicazioni. Per esempio può aggiungere uno strato alla sicurezza dell’accesso SSH con una time based one-time password (TOTP). Il bello è che Google non mette il naso nella vostra connessione: è una faccenda tra il vostro server e il vostro smartphone e chiunque lo può verificare esaminando il codice sorgente.

Come funziona? Una volta inseriti nome utente e password “tradizionali” il server richiede un ulteriore codice di accesso numerico, che va copiato dall’applicazione installata sul telefono e che cambia ogni 30 secondi. In questo modo, anche se la vostra password venisse rivelata, nessun malintenzionato potrebbe accedere al server a meno di non essere in possesso anche del vostro smartphone. Vediamo come fare (distribuzione debian-based).

Cominciamo con l’installare il necessario:

sudo apt-get update

sudo apt-get install libpam-google-authenticator

Accediamo con l’utente per cui vogliamo configurare l’autenticazione a due fattori (è un’impostazione user-based) e impartiamo il comando

google-authenticator

Google Authenticator

Google Authenticator fornirà una secret key, una serie di codici di emergenza che andranno conservati in un luogo sicuro, e mostrerà un QR-code.

ga2

Rispondiamo “y” alla richiesta di aggiornare il file, “y” alla restrizione di un login ogni 30 secondi, “n” alla richiesta di aumentare la finestra di tempo, e “y” a quella di abilitazione di un limite ai tentativi di accesso in un breve intervallo di tempo per arginare gli attacchi brute force.

A questo punto dobbiamo abilitare Google Authenticator per gli accessi SSH: apriamo il file

/etc/pam.d/sshd

e aggiungiamo la linea

auth required pam_google_authenticator.so

Apriamo anche

/etc/ssh/sshd_config

e cerchiamo la linea

ChallengeResponseAuthentication no

modificandola in

ChallengeResponseAuthentication yes

e finalmente facciamo ripartire il servizio in modo che le modifiche vengano recepite:

service ssh restart

Dopo aver scaricato (se non l’avete già) l’app di Google Autenthicator per la vostra piattaforma, potete inserire nel programma la secret key oppure scansionare direttamente il QR-code.

ga4

Da questo momento Google Authenticator comincerà a produrre codici di accesso che dovrete consultare e inserire al momento del login al vostro server SSH.

ga3

 

Attenzione: ricordatevi di abilitare l’autenticazione a due fattori anche per l’utente che utilizzate di solito per accedere via SSH, quello che ha i privilegi da sudoer, perché da questo momento in poi l’autenticazione è modificata per tutti gli utenti, e se non avete configurato l’utente giusto rischiate di chiudervi fuori.

Prova Microsoft Surface RT: sistema operativo e considerazioni

Nel post precedente ho illustrato l’hardware e le impressioni di utilizzo del tablet Microsoft Surface RT. Qui la prova continua parlando del sistema operativo e facendo alcune considerazioni più generali.

SurfaceRTIn questo momento Microsoft copre tutti i settori del personal computing: Windows 8 su desktop e notebook, Windows Phone su smartphone, Windows RT e Windows 8 su tablet. Mentre nel primo caso è destinata a “vivere di rendita” ancora per un pezzo, a prescindere dalla qualità del sistema operativo, la scommessa su telefoni e tablet è relativamente recente.

Nell’ultimo periodo l’integrazione tra i dispositivi Microsoft è spinta come mai prima: sistema operativo simile, interfacce coerenti e unificazione delle impostazioni dell’account utente. L’interfaccia di Microsoft Surface RT è praticamente identica a quella di Windows 8 che usiamo ogni giorno sui nostri computer: tile (i “tastoni”), il desktop che non è più il focus dell’esperienza utente, forte spinta verso le “gesture” sia con il mouse che via touch.

Se usate un computer con Windows 8, sapete già al 99% cosa aspettarvi dai tablet Microsoft:  i sistemi offrono un’esperienza praticamente identica, tranne pochissime cose dovute alle ovvie differenze strutturali. Questa situazione ha dei pro e dei contro.

Il primo e indubbio beneficio è l’appiattimento della curva di apprendimento: se ci si orienta in Windows 8 su computer, non c’è nulla di nuovo da imparare. Le cose sono negli stessi posti, le applicazioni di sistema sono identiche, le cose si fanno allo stesso modo. Se usate un account Microsoft per accedere al computer, tutte le impostazioni e i collegamenti con i vari servizi online sono attivi e  sincronizzati da subito.

L’integrazione è un altro plus: Surface RT viene fornito con Office Home and Student 2013 RT già installato, e i documenti non devono essere convertiti. L’accesso ai propri file è facile e “normale”: su Skydrive, su Dropbox, sfogliando semplicemente la rete locale, leggendoli dalla porta USB.

Account MicrosoftLa sincronizzazione delle impostazioni: tramite l’account Microsoft si possono uniformare preferenze e impostazioni di sistema e applicazioni su dispositivi diversi. “Se connetti il tuo account Microsoft ai tuoi account di altri servizi quali Hotmail, Messenger, Facebook, Twitter, LinkedIn, tutte le tue informazioni si troveranno in un’unica posizione accessibili dalle app Mail, Messaggi e Calendario. Puoi anche accedere rapidamente alle foto e ai file disponibili su SkyDrive, Facebook, Flickr o altri siti. Puoi anche usare questo stesso account per accedere a Xbox, Office, Bing e così via.”. Tutto questo garantisce una continuità nell’esperienza d’uso che risulta molto comoda.

Ci sono anche degli aspetti positivi peculiari di Surface RT: il display è buono, l’interfaccia è reattiva e il sistema dà sempre una sensazione di velocità e leggerezza. C’è anche un altro vantaggio: una volta collegata la tastiera, aperto il sostegno posteriore e posizionato il tablet su una scrivania dopo pochi istanti ci si dimentica che non si sta usando un “vero” computer. Le modalità, l’interfaccia e il tipo di user experience sono talmente simili che la differenza è quasi impercettibile. E, come dicevo prima, anche il form factor 16/9 guida verso l’utilizzo in orizzontale.

Questa propensione a funzionare “come un notebook” è un pregio ma può essere anche un limite. Intanto Windows Surface RT non sembra conscio di essere un tablet: in tutti i messaggi di sistema si riferisce a sé stesso come “PC” e non ho trovato una singola voce dell’interfaccia che qualifichi l’oggetto che si sta usando come qualcosa di diverso da un computer tradizionale. Addirittura si viene avvertiti degli aggiornamenti di sistema tramite windows Update. Questo approccio  potrebbe alla lunga presentare un limite: benché il supporto e l’interfaccia di Windows 8 offrano diversi strumenti per la mobilità, il sistema sembra voler “coprire” troppo lo spettro dei diversi tipi di utilizzo, rimanendo comunque troppo sbilanciato verso il PC.

Continuando il paragone con iPad, qui la differenza di filosofia è lampante. iPad, spinto da iOS che ormai sta cominciando a soffrire la sua età, è molto più spostato verso l’estremità smartphone. L’effetto “grosso iPhone” è presente e grava come un macigno sulle modalità di utilizzo: interfaccia identica, stessa scarsa interazione fra le applicazioni, difficoltà per inserire ed estrarre i dati, multitasking “strano”, nessun desktop.

Surcace RT dall’altra parte è “un piccolo notebook”, con la conseguenza di non essere ottimizzato al 100% per l’uso tablet. Mentre su iPad lamento l’assenza di un desktop, qui ne accuso troppo la presenza. C’è qualcosa che ancora mi sfugge, ma quando sono in piedi con questo oggetto in mano e cerco di usarlo, la sensazione è sempre quella di usare un notebook con una mano sola.

Neppure i tablet  Android hanno un desktop, ma il meccanismo di condivisione dei dati tra una app e l’altra è circa un gazzilione di volte meglio di quello di Apple, sebbene anche questi prodotti rischino spesso l’effetto “telefonone”.

Una cosa che manca, secondo me, è un tutorial conciso e completo che spieghi come funziona la logica delle applicazioni in background e che illustri in maniera esaustiva le gesture disponibili. L’unità che ho provato era già inizializzata e se questo tutorial c’è, io non sono stato in grado di trovarlo. E’ interesse del produttore che i propri dispositivi vengano usati al meglio delle loro possibilità, e un flyer, che definire semplicistico è già tanto, non è sicuramente sufficiente.

Una cosa che mi è piaciuta poco è la riproduzione dei video. Intanto, nel 2013, è impensabile produrre un tablet che non sia in grado di riprodurre TUTTI i formati più comuni tramite le applicazioni native (e sì, Apple, dico anche a te!). Le persone si procurano il materiale video da diverse fonti, a prescindere dalle implicazioni di copyright, ed è insensato che esistano applicazioni Open Source o gratuite che supportano tutti i formati con annessi e connessi (metadati, sottotitoli esterni, ecc ecc) mentre le applicazioni native non sono in grado di farlo. Con Windows Surface RT ho dovuto cercare una app che supportasse i sottotitoli esterni e i codec Xvid. Capisco bene che Microsoft e Apple vorrebbero venderci i contenuti dei loro store, ma il mondo reale funziona a prescindere dai loro desideri.

DumboIn ogni caso, non sono rimasto entusiasmato dalla qualità del video, il che è molto strano perché le foto si vedono benissimo. A sensazione mi sembra più un problema del software che dello schermo, ma non ho avuto modo di indagare di più a causa dell’elefante nella stanza di cui sto per parlarvi. Il nostro elefante ha anche un nome: si chiama Tegra.

Tegra è un processore prodotto da NVIDIA, o più precisamente è un SoC, un System on a Chip, un componente ad alta integrazione e basso consumo destinato a essere utilizzato in tablet e smartphone. Microsoft ha preso i sorgenti di Windows 8, li ha ricompilati per Tegra e lo ha installato su Surface RT. Anche le normali applicazioni che usiamo tutti i giorni sui nostri computer sono compilate, ma per x86 o x64, cioè per processori Intel o AMD. Anche se Surface RT è assolutamente identico a Windows 8, non è in grado di far funzionare queste applicazioni. Cosa vuol dire? Vuol dire che non si può installare VLC, o 7Zip, o Chrome, Firefox, o Photoshop, o qualunque altro programma siate abituati ad usare. L’unica possibilità di aggiungere applicazioni è pescare dall’apposito Store. A mia memoria, si tratta di un evento epocale: Microsoft ha sempre cercato di mantenere la retrocompatibilità anche a costo di peggiorare le cose, a volte. Diversi programmi scritti trenta anni fa per l’ambiente DOS sono ancora in grado di “girare” sui sistemi operativi più recenti. Qui Microsoft fa una grossa scommessa scegliendo di cambiare architettura della CPU.

Non si tratta di un salto senza rete: Microsoft Surface esiste anche in versione Pro ed è equipaggiato da un processore Intel Core i5. La stessa Microsoft, peraltro, consiglia chiaramente Surface Pro nel caso vi sia necessità di utilizzare applicazioni “legacy”, cioè tutte le comuni applicazioni che funzionano sui desktop tradizionali.

Il problema che affligge Surface RT è la qualità e la scarsità di applicazioni: sullo Store i programmi sono pochi, diversi sono a pagamento e a tariffe più alte della media di Apple e Android. Si tratta di un grosso limite, purtroppo; mancano perfino i client ufficiali dei social network più diffusi. Il successo di questi prodotti si basa in larga parte sull’esistenza di applicazioni che li rendano appetibili, produttivi, efficienti, “cool”, versatili o qualunque altra cosa un utente cerchi  nel momento in cui ne decide l’acquisto. I termini per accedere alla pubblicazione di applicazioni non sembrano fatti per incoraggiare gli sviluppatori individuali e indipendenti: i due profili disponibili costano rispettivamente 49 e 99 dollari, la versione più economica non può usare alcune librerie fondamentali e non ha accesso a tutte le funzioni dello Store, mentre la versione più costosa è comunque riservata alle aziende e ai professionisti. Probabilmente nella fase di lancio della piattaforma sarebbe stato meglio incentivare gli sviluppatori offrendo un accesso gratuito alla pubblicazione di applicazioni, per poi rivedere il modello dopo qualche tempo.

Questo problema è, evidentemente, inesistente per Surface Pro che può utilizzare l’enorme parco di applicazioni legacy di Windows.

Cosa ne pensano le persone

Ho deciso di fare un indagine senza la minima pretesa statistica, e ho mostrato Microsoft Surface RT a un po’ di persone con differenti competenze informatiche. A tutti sono piaciuti l’aspetto fisico e la cover/tastiera. In particolare i meno smaliziati mi sono sembrati rassicurati dalla modalità di utilizzo “come un portatile”. Una cosa che mi ha colpito è stata l’interesse per la porta USB: tutti gli utenti iPad mi sono parsi invidiosi della possibilità di accedere e spostare i propri file in modo così semplice e familiare. Alcuni sono rimasti molto colpiti dalla presenza di Office, che secondo me è un plus su cui Microsoft dovrebbe insistere di più.

Con l’aumento della diffusione dei dispositivi iOS anche tra l’utenza meno “tecnica”, trovo sempre più persone frustrate dalla difficoltà di gestione dei propri documenti e dalla complessità delle operazioni di sincronia. Alzi la mano chi non ha un amico che si è spianato accidentalmente tutta la rubrica dell’iPhone. Luca Vanzella ,qualche giorno fa, scriveva questa perla di saggezza:

vanz1

Ultimamente mi sto facendo sempre più domande circa la politica di Apple di blindare i propri dispositivi avendo la presunzione di sapere meglio dei propri utenti quale sia la cosa giusta. Poteva avere un senso all’epoca del lancio di iPhone e di iOS, oggi ne ha molto meno. In questo senso Microsoft, e Surface RT, seguono la strada più tradizionale e meno restrittiva per l’utente, cercando la massima integrazione e apertura possibile.

Conclusioni

Alla fine Microsoft Surface RT mi è piaciuto. Al momento soffre della poca varietà di scelta delle applicazioni, ma potrebbe essere una situazione destinata a sbloccarsi in futuro. Per i più esigenti esiste la versione Pro, che elimina alla radice il problema. Il costo non è proprio contenuto, specie se confrontato con la vastissima gamma di tablet Android, ma è in parte giustificato dalla qualità costruttiva e dei materiali. Ma per l’utenza che naviga su internet, manda mail, e lavora con Office, Microsoft Surface RT è un prodotto con pochi rivali.

Prova Microsoft Surface RT: hardware

Ho avuto modo di provare per un paio di settimane il nuovo tablet di Microsoft: Surface RT. E’ dotato di un sistema operativo Windows RT e costa poco meno di 500 euro, esclusi gli accessori. Il mio giudizio è positivo e in questo post vi parlo dell’hardware e dell’ergonomia.SurfaceRT

Si tratta di un tablet da 10,6 pollici 16:9, da poco disponibile in Italia, ed equipaggiato con il sistema operativo Windows RT. Tutte le specifiche tecniche sono sul sito di Microsoft. L’aspetto è quello classico di questo tipo di dispositivo, con i tasti e le interfacce disposte lungo i bordi, e un unico tasto touch nella parte inferiore con il logo di Windows. Lo chassis è in magnesio scuro satinato dall’aspetto robusto, e trasmette un buon feeling all’impugnatura; a spanne sembra più leggero di iPad. Come tutti i tablet mi dà un senso di “pericolosità” quando lo tengo con una mano sola, poiché il peso e le proporzioni non mi rassicurano, e un’eventuale caduta mi sembra debba avere effetti devastanti, ma questa è solo una mia fisima personale.

L’assemblaggio e le rifiniture sono molto buoni, e l’impressione è di solidità. I materiali sembrano di ottima qualità e nel complesso Surface RT trasmette una sensazione di qualità e cura dei dettagli.

Lo schermo di questo tablet è un’ottima unità 16:9, molto brillante e definita; si vede bene in tutte le condizioni di luce, anche se non ho trovato particolarmente efficace il sensore di luce ambientale; con le foto dà il meglio di sé: luminoso, brillante, colori ben saturati e nel complesso è molto coinvolgente. Del video parlerò dopo. In alto a destra si trova il pulsante di accensione/blocco e, ruotando lungo i bordi in senso orario, altoparlante destro,  porta di uscita video HD (il cui adattatore HDMI non è in dotazione e va acquistato a parte), porta USB standard, connettore magnetico di alimentazione, connettore per la cover/tastiera, rocker del volume, presa cuffia 3,5″ e altoparlante sinistro. Tutti ben dimensionati e facilmente raggiungibili. L’orientamento del connettore di alimentazione è indifferente; il suo alloggiamento prevede un po’ di pratica per essere “centrato” senza guardare, poiché i magneti non agiscono se non sono perfettamente allineati. Per qualche motivo ero convinto che l’alimentatore con il connettore magnetico fosse un brevetto Apple: evidentemente mi sono sbagliato.

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Sul retro, una specie di “palpebra” incernierata al centro si apre per fornire un appoggio, molto comodo quando Surface viene posato su una superficie piana come un tavolo o una scrivania; una volta richiusa scompare totalmente nello spessore del tablet. E’ una soluzione elegante che non costringe a utilizzare accessori aftermarket che ingombrano e pesano.

L’unità che ho provato era dotata della cover/tastiera touch: un accessorio non molto economico che completa l’oggetto, e che a mio parere è un’aggiunta indispensabile per sfruttare completamente Surface RT. Si collega tramite un connettore magnetico ed è ricoperta con un tessuto tipo panno/vellutino che aumenta il grip ma che non ho trovato particolarmente piacevole al tatto; inoltre sono perplesso sulla lunga durata: il contatto con le mani è destinato a macchiare e ungere e, malgrado la cover venga dichiarata impermeabile, sono un po’ scettico sul “facile da pulire”. Il feeling è strano: ci si deve abituare alla digitazione senza feedback tattile, ma dopo un po’ si riesce a raggiungere una velocità vicina a quella di una tastiera tradizionale. I digitatori compulsivi possono comunque optare per la cover con la tastiera meccanica, un po’ più spessa e con pochissima differenza di prezzo.

Nella configurazione “notebook” l’esperienza d’uso di Surface è praticamente analoga a quella di un computer tradizionale: la tastiera ozizzontale, il touchpad integrato, la corretta inclinazione dello schermo: dopo un po’ ci si dimentica che si sta usando un tablet. Alla porta USB è anche possibile collegare un comune mouse. Il tablet è sufficientemente “furbo” da capire quando la cover è connessa e in questo caso non propone la tastiera virtuale sullo schermo in caso di richiesta di input. Per tornare in modalità “touch” basta ripiegare la cover all’indietro.

Trattandosi di un tablet, il confronto con iPad è naturale. Ci sono delle differenze evidenti tra le due filosofie: intanto Apple suggerisce l’utilizzo di default in modalità verticale, essendo il tasto Home disposto su un lato corto, mentre Surface ci guida verso la modalità landscape con il tasto Windows/Home sul lato lungo. Entrambi gli approcci hanno senso in relazione al rispettivo fattore di forma: i 4/3 di iPad contro i 16/9 di Surface. Abituato al primo, ogni volta che ho ruotato Surface la prima cosa che mi è venuta in mente è stata: “E’ luuuuungo e stretto”, ma in realtà si tratta solo di una sensazione: la “quantità di schermo” non è certamente inferiore. E anche Windows RT, che non ha il minimo problema a funzionare in verticale, mi è sembrato più “naturale” nell’uso in orizzontale.

Sulla connettività nulla da segnalare: il wireless funziona bene con tutti e quattro gli access point installati in casa mia (ehm…); WPA2 TKIP/AES funziona senza problemi. Firmware proprietari, DD-WRT, Open-WRT, Tomato: le connessioni si instaurano in un attimo senza il minimo problema. L’ho provato anche su una Wi-Fi aziendale multipunto, in roaming, e gestita da un access controller: nessun problema neppure in questo frangente. Né Surface RT né il fratello maggiore Surface Pro sono dotati di connettività mobile.

La batteria ha una buona durata, non ho cronometrato se le otto ore dichiarate siano veritiere, ma la sensazione è che l’autonomia sia buona; perlomeno non mi ha mai piantato in asso. Se lo lasciate in standby, però, la batteria si consuma comunque, anche se più lentamente. L’alimentatore è molto leggero anche se non particolarmente piccolo; il cavo tende ad ingarbugliarsi un po’ troppo per i miei gusti, ma io sono insofferente in questo campo.

Molto bello il packaging, anche se la dotazione è inesistente: c’è solo l’alimentatore. Sarebbe auspicabile avere il cavo adattatore HDMI, visto che la cover/tastiera è a pagamento.

La prova continua in un prossimo post, dove si parlerà di Windows RT, di utenti “comuni” e dei massimi sistemi.

Un grazie a Microsoft, Hagakure e Donato per avermi mandato Surface in prova.

Trasparenza per un mondo migliore: l’unità mi è stata prestata per il tempo della prova ed è stata restituita. Non ho percepito alcun compenso per scrivere questo post, che in ogni caso non mi è stato neppure richiesto. Le opinioni espresse sono le mie e rappresentano esattamente il mio pensiero. L’unico “compenso” che ne traggo è il piacere di maneggiare tecnologia.

L’assistenza LG non mi assiste.

lavaDa qualche mese a questa parte la nostra lavatrice LG aveva cominciato a emettere dei brutti rumori di ingranaggio, malgrado continuasse a funzionare senza apparenti inconvenienti.

Stufi del rumore e timorosi che si potesse fermare del tutto, decidiamo di farla riparare (è fuori garanzia) e telefoniamo al numero verde dell’assistenza LG. La procedura prevede che dopo aver aperto la chiamata si attenda di essere contattati dal più vicino centro competente per un appuntamento. La prima volta mi chiamano al cellulare: “Veniamo domani mattina.”

Ora: io non so come ragionino questi signori, ma un preavviso di 20 ore per due persone che lavorano durante il giorno non è molto realistico, e infatti la cosa non va in porto: né io né mia moglie siamo un grado di liberarci per la mattina dopo.

Al secondo tentativo Nives tenta di prendere un appuntamento per la settimana successiva: “OK, risentiamoci”, le dicono. Quando li richiama si sente rispondere: “E’ troppo tardi, dovete ripetere la trafila chiamando il numero verde.” Cosa che viene fatta, malgrado le nostre perplessità comincino a crescere sempre di più.

Da questo momento in poi, il nulla. La morte. Il deserto. Il silenzio.

Non solo non veniamo più richiamati, ma risulta addirittura impossibile chiamare il numero diretto del centro di assistenza che avrebbe dovuto intervenire. Nives ha provato a chiamarli talmente tante volte che a distanza di un mese ricorda ancora il numero a memoria. Io provo addirittura ad andare sul posto: trovo chiuso.

Cerco su internet il numero di un altro centro, ma trovo solo le assistenze per altri tipi di prodotti LG. In un caso non è specificato cosa facciano, li chiamo e mi fanno capire che non sono il primo che li contatta cercando di far riparare il proprio elettrodomestico LG perché non trova risposta altrove. Sono gentili, ma aggiustano condizionatori, non lavatrici.

Alla fine mi stufo. Il mio mestiere è far funzionare apparecchiature che per complessità e costo sono probabilmente uno o due ordini di grandezza superiori rispetto a una lavatrice: magari la fortuna mi assiste.

pompa-filtroApro il cassone come una cozza e individuo la fonte del rumore. Scarico da internet il service manual, che spiega come accedere alle funzioni diagnostiche che mi confermano trattarsi del gruppo pompa/filtro, che sarebbe la diavoleria qui a fianco. Nives, che ha più fiducia nelle mie capacità di quanta non ne abbia io, mi dice: “Cambialo tu.”

Nel service manual trovo il part number e dopo qualche minuto trovo il pezzo da un venditore eBay di Bristol, nuovo e originale, 75 euro tutto compreso.

Ordinato il 28 gennaio, dopo una settimana ho la scatola in mano. Riapro il trabiccolo e, tre raccordi e un connettore dopo, la lavatrice è tornata come nuova.

Avrei da fare un po’ di considerazioni su questa vicenda: di solito non scrivo di queste cose, ma questa volta sono davvero seccato. Non solo questi signori hanno perso l’opportunità di fare un lavoro (la lavatrice è essenziale e l’avremmo fatta riparare anche a fronte di costi maggiori), ma hanno fatto sì che io abbia perso completamente la fiducia in LG. Tutti i prodotti LG che ho posseduto e possiedo sono stati e sono ottimi, compresa la lavatrice, ma sapere di essere lasciati a sé stessi nel caso di un guasto fa sì che difficilmente comprerò ancora qualcosa prodotto da questa marca.

L’impressione è che il servizio di assistenza venga considerato una perdita di tempo e di denaro, invece di essere una grande opportunità di immagine e di guadagno.  Le procedure farraginose, le pastoie burocratiche, tutto sembra congegnato per scoraggiare le richieste, invece di favorire il cliente in difficoltà, che un buon intervento di assistenza può addirittura fidelizzare, invece di farlo arrabbiare.

Spero di essere stato sfortunato: probabilmente il resto degli interventi LG va a meraviglia e io sono solo un genovese che mugugna, ma le ore che abbiamo perso a causa di questa vicenda, il pressapochismo e la scarsa precisione nei nostri confronti mi hanno davvero stancato.

(Per inciso, anche se c’entra poco: LG è la stessa marca che produce l’ultimo modello di telefono per conto di Google. Il telefono per cui la gente farebbe la fila nei negozi con i soldi in mano. Il telefono che LG ha deciso di non vendere in Italia, uno dei paesi dove la diffusione di smartphone è una delle maggiori al mondo. C’è una ragione? Sicuramente c’è, ma mi riesce difficile da capire.)

Mezza Maratona Delle Due Perle 2013

Affronto la Mezza Maratona Delle Due Perle 2013 con poco allenamento: a dicembre ho corso pochissimo e per metà gennaio non ho fatto praticamente nulla. E sciare non serve. Un paio di sessioni di “ripetute”, un paio di “medi” e qualche uscita da 10K non sono certo sufficienti per recuperare una forma, ma come al solito l’importante è divertirsi.

Approfitto della giornata di sabato per fare un giro in auto e ritirare il pettorale: non ho voglia di farlo il giorno della gara. La mattina successiva arrivo a Santa Margherita alle 7:30 circa, parcheggio l’auto e mi sposto al palazzetto dello sport, dove c’è il ritrovo e il deposito borse.

C’è la solita fauna da gara: dall’anziano che si fa un punto d’onore di arrivare in fondo a tipi dal fisico asciutto che si bullano dei loro tempi mentre si spalmano non meno di tre tipi di unguento diverso e indossano le loro calze a compressione. Sono da solo, cerco di rilassarmi e fare un minimo di stretching. Saluto qualcuno della mia società e faccio la ultima pipì. Bevo.

Poco prima delle 9 mi avvicino alla partenza trotterellando, più per scaldarmi dal freddo che per scaldare i muscoli. Quando mancano 5 minuti sono in mezzo alla folla, al caldo, abbastanza avanti. Il meteo è clemente e la giornata si preannuncia fantastica: una di quelle giornate di sole che solo la Riviera sa regalare durante l’inverno. Ci sono circa 11/12 gradi e pochissimo vento, le condizioni sono ideali.

La “Due Perle” non è certo il percorso adatto per cercare il record personale: troppe curve e troppi saliscendi, e io non sono nella forma migliore. L’anno scorso ho tenuto una media di 5’10″/Km, oggi sarei contento di scendere a 5’/Km.

Alla partenza la solita baraonda: prendo gomitate da chiunque. Sono partito davanti e mi sorpassano tutti, mi illudo che sia solo momentaneo ma in realtà verrò sorpassato continuamente per quasi tutto il percorso. Appena la ressa si disperde abbastanza per poter tenere un ritmo, mi metto alla ricerca di una “lepre” per farmi trainare, ma senza fortuna; per tutto il percorso non troverò nessuno a cui accodarmi.

I primi 5 chilometri passano veloci e senza grossi problemi: mi sento bene e sto ampiamente sotto la media che mi sono prefissato; so che non potrò tenere questo ritmo per tutti i 21 Km, ma come al solito ho difficoltà ad amministrarmi. Appena sbucato dalla breve ma infame salita di Portofino accuso un dolore alla coscia sinistra, quasi un crampo che mi perseguiterà per un paio di chilometri. Naturalmente non ho nessuna intenzione di dargliela vinta e applico un po’ di tecnica Zen: mi concentro focalizzandomi sul dolore. “Mi fa male la coscia. E’ solo un po’ di dolore, nulla di che. Non mi impedisce neppure di continuare a correre, quindi è assolutamente ininfluente, non conta. Non c’è.”

E infatti sparisce.

Tra dislivelli, che odio, e incredibili scorci di mare, che ha un colore fantastico, arrivo al primo passaggio a Santa Margherita. Come l’anno scorso il centro brulica di persone che incitano e applaudono, io cerco di bere un po’ e riparto per il secondo giro.

Questa volta ho scelto di non visualizzare il ritmo medio di gara sul mio Garmin, ma solo il ritmo istantaneo. Non voglio adagiarmi nel caso arrivassi agli ultimi chilometri con una media migliore del previsto, quindi mi sforzo di mantenere un passo accettabile, anche se so bene che non potrò migliorare il mio personale di novembre, ma voglio solo fare meglio dell’anno scorso: è quello che il mio stato di forma mi concede di tentare in questo momento.

Mi godo poco il percorso, ma non posso distrarmi troppo. Visto l’approccio “leggero” che ho deciso per questa gara, ho scelto di correre un po’ anche per il LULZ: invece della divisa sociale indosso una maglietta da deficiente che riscuote un buon successo: sento ridere le persone dietro di me e molti si congratulano sorpassandomi.

Senza nessuno da rincorrere mantengo un ritmo un po’ incostante e devo ricorrere spesso al display, perché le curve e i dislivelli mi rallentano senza che io me ne accorga. In questa seconda parte decido di spingere un po’ di più in salita e lasciare correre le gambe nei tratti in discesa, in modo da recuperare il più possibile sulla media tenuta finora.

Come al solito, a partire dal decimo chilometro comincio a soffrire, ma non mi importa. Succede ogni volta ed è una costante ormai: i soliti mantra mi aiutano: “Manca meno di un’ora”, “Pain is temporary, quitting lasts forever”, “Runners don’t quit”, “Corro perché posso farlo”, ecc. ecc. Tutte quelle robe che fan sorridere quando sei seduto in poltrona a leggere questo post, ma che lì per lì servono, eccome se servono.

DuePerle-2013In qualche modo arrivo al chilometro 19, e per i restanti 2 cerco di spremermi un po’ per non crollare proprio all’ultimo. Finalmente supero anche io un po’ di persone e arrivo al traguardo col fiatone, ma soddisfatto. Il cronometro ufficiale mi accredita il tempo “real time” di 1h46m19s, tre minuti in meno dell’anno scorso e va benissimo così. Per darvi un’idea di quanto il percorso sia tortuoso: la lunghezza ufficiale di una “mezza” è 21,097 Km ma io ne ho percorsi in realtà 21,420 perché è impossibile seguire la traiettoria perfetta in ogni curva. Sono 300 metri che sembrano nulla ma che comunque pesano, alla fine.

Appena mi fermo, un tracollo: le gambe cominciano a farmi male e ho i polpacci di legno; arriva anche un dolorino al piede sinistro che mi costringe a ritornare al deposito borse zoppicando. Sbocconcello un po’ di focaccia e mangio un paio di mandarini, mi cambio e raggiungo l’auto.

Il bilancio è buono, io sono soddisfatto e mi sono divertito facendo una cosa che mi piace. Adesso mi dedico al recupero e inizierò a pensare ai prossimi appuntamenti.

(Il resoconto dell’anno scorso è qui.)

Raspberry PI con XBMC

Incuriosito dalla descrizione di un collega, un paio di settimane fa ho acquistato un Raspberry PI. Il computing a basso costo mi ha sempre interessato, e questo oggetto non fa eccezione: un computer delle dimensioni di una carta di credito che costa 33 euro. Raspberry PI Model BLo schema qui a lato mostra le sue interfacce, le specifiche tecniche sono sul sito del rivenditore, e altre informazioni sono reperibili sul sito ufficiale e sulla relativa pagina Wiki. Si tratta essenzialmente di un computer da collegare alla TV (o a un monitor) tramite HDMI o video composito; l’alimentatore è standard micro-USB e va bene quello di un telefono cellulare, basta che abbia un minimo di potenza. Per la prima configurazione è necessaria una tastiera USB, e il sistema operativo gira su una scheda SD da 2GB o più. Non tutte le SD sono compatibili, ma una classe 10 di marca non dovrebbe avere problemi: io uso una Transcend da 8GB SDHC presa a 8 euro su Play.com.

raspberrypi

Raspberry PI è un computer nato per scopi educativi, ed è un prodotto spartano: il box deve essere autocostruito o acquistato a parte (circa €6 sul sito del rivenditore), io l’ho ordinato e fa il suo lavoro: protegge la scheda, che si ferma al suo interno tramite “dentini”; il coperchio è a scatto. Non ci sono ventole o dissipatori e Raspberry PI non emette nessun rumore; non c’è neppure il pulsante di accensione, basta collegare l’alimentatore per accenderlo e impartire uno “shutdown” per spegnerlo. Il calore emesso è molto contenuto: dopo ore di CPU quasi al 100% la scatola è appena tiepida.

A causa delle limitazioni di potenza dell’alimentatore è  necessario usare un hub USB alimentato nel caso si vogliano collegare periferiche che assorbano troppo: webcam, dongle Wi-Fi (anche se alcuni funzionano collegati direttamente), hard disk, ricevitori DVB-T ecc. ecc. Con il cavo adatto (HDMI-DVI) è collegabile anche a un monitor DVI.

I sistemi operativi sono perlopiù basati su Debian ma sono supportate le distribuzioni per processore ARM; esiste un porting di FreeBSD ma non è ancora stabile. Gli usi per questo computer possono essere molteplici: da mini-server a bassissimo costo a device educational, a controller per robotica o domotica. Esiste una scheda aggiuntiva che si interfaccia al connettore GPIO ed estende le capacità di controllo di Raspberry PI; è l’ideale per chi si intende di elettronica ed è in grado di creare da sè semplici circuiti.

L’installazione del sistema operativo va fatta con un computer dotato di lettore SD ed è molto semplice. Non è adatto per rimpiazzare un sistema desktop perché l’interfaccia grafica è troppo lenta, ma per molte funzioni di rete è perfettamente adeguato. VPN, DNS, NAS, FTP, Torrent box, sono solo alcuni dei compiti che Raspberry PI è in grado di svolgere senza problemi in una rete casalinga. Meno buone le prestazioni come server LAMP: MySQL è troppo pesante per rispondere con performance accettabili, benché funzioni senza intoppi. Ho provato a stressarlo un po’ installandoci WordPress, e sembra di accedere a un sito tramite una connessione un po’ lenta. Ho trovato particolarmente veloce Transmission, invece: a parità di connessione la velocità di download è notevolmente superiore ad altri sistemi (Windows 7, Synology). Malgrado la semplicità di gestione, Raspberry PI non è proprio per tutti: è necessario sapersi orientare un minimo nella gestione di linux tramite console, non fosse altro che per spegnerlo.

Benché le prestazioni di rete lo rendano poco più di un giocattolo divertente, uno degli aspetti dove Raspberry PI da il megio di sé è la riproduzione di video: la GPU è sufficientemente potente per riprodurre senza alcun problema il video in HD: è stupefacente vedere una scatoletta così piccola riprodurre filmati in alta definizione su un televisore molto grande. Esistono due distribuzioni dedicate all’uso media center: Raspbmc e OpenELEC, entrambe basate sullo stupefacente XBMC, per il quale ultimamente ho preso una cotta.

Il mio setup è il seguente: Rasbmc, televisore connesso via HDMI, hub USB cinese alimentato, tastiera wireless Logitech K400 (incidentalmente: ottimo prodotto), tutti i film e la musica sono su un NAS Synology a cui Raspberry accede via rete. Su suggerimento dello sviluppatore che mantiene la distro ho installato una skin (un tema che modifica l’aspetto dell’interfaccia) chiamata Quartz; è molto simile all’interfaccia di Apple TV ma molto leggera e adatta a Raspberry PI. Questo è un video che dimostra l’aspetto e la fluidità dell’interfaccia.

E qui ci sono le (brutte) foto fatte direttamente al mio televisore. Le funzioni di questo media center sono molto interessanti: intanto non aggiunge nulla né scrive nelle cartelle dei contenuti (tranne i file dei sottotitoli); tutti i metadata e il database sono locali e salvati in una cartella del profilo di default nella scheda SD, il che facilita il backup e non infastidisce altri sistemi che attingano alle stesse fonti. Per gli appassionati di serie TV come me le funzioni sono molto divertenti: riconosce le diverse serie, ne scarica poster, banner e fanart, le trame, il cast e tutti gli altri dettagli. Una cosa che mi ha particolarmente divertito: un apposito plugin provvede a scaricare automaticamente la sigla di ciascun telefilm che viene poi riprodotta appena si accede dall’interfaccia alla cartella relativa. Tutto quello che vedete nell’immagine è stato ricavato automaticamente dal sistema che riconosce il nome del file e interroga una serie di database online.

XBMC1

La gestione delle tracce audio e dei sottotitoli è molto efficace, e questi ultimi vengono scaricati direttamente tramite l’interfaccia, che li preleva da OpenSubtitles e li deposita nella cartella del film. Molto comodo.

XBMC è compatibile con diversi telecomandi per media center, ma io ho preferito una tastiera “da divano” con la quale posso gestire sia la riproduzione dei video che il sistema operativo del piccoletto.

Raspberry PI è un oggetto estremamente divertente e molto versatile, diversi siti sono dedicati a suo hacking e ne propongono gli usi più disparati. Se sei appassionato di queste cose, ne vale la pena.