Cronache da una pandemia, S01E10

Le giornate cominciano ad assomigliarsi sempre di più: la mia routine è consolidata, e per ora non sto soffrendo più di tanto l’inattività forzata. Mi manca correre, mi manca davvero tantissimo; ho un giardino, è grande, vedo le persone che corrono nei loro appartamenti e dovrei sentirmi in colpa, dovrei approfittare dello spazio che ho. Ma non lo faccio; ci ho riflettuto: non ci riesco. Ho un rapporto complicato con la corsa, non riesco a farne a meno, ma a volte mi pesa farla; mi piace, ma è una lotta continua con la pigrizia e con la fatica, ne ho un rispetto religioso e non riesco a contaminarla. Non è un caso che non mi piacciano trail, corse in salita, corse in discesa, corse a ostacoli, corse nei sacchi. L’unica mia “religione” è la corsa su strada asfaltata, in piano. Ho provato a pensare di correre in giardino: no.

Siamo al punto che uscire è diventato una piccola festa: ogni volta assaporo lo spostamento e guido lentamente lungo le strade senza traffico, cercando piccoli regali da farmi che consistono in quelle cose semplici ma preziose che non riesco a procurarmi stando in casa. Specificatamente “La Settimana Enigmistica” e una dose abbondante di focaccia.

Ho passato decenni a dire “domani vado”, e ci è voluta una pandemia per farmi finalmente muovere per andare a donare il sangue. Ho fatto tutte le cose per bene per diventare un donatore regolare. Ho preso un appuntamento e tre giorni fa mi sono presentato al Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Martino di Genova, accolto da persone gentilissime che hanno prelevato il mio sangue dopo un questionario e una intervista molto accurata.

Ho portato un po’ di spesa a mia madre: nel portone c’era il biglietto nell’immagine in alto. Sono andato al supermercato e ho riempito il solito carrello per noi e per i genitori di mia moglie. In cassa, dopo di me, vecchiodimerda© con due litri di latte a lunga conservazione. Sono sempre meno tollerante verso l’egoismo degli anziani, specialmente nel frangente che stiamo vivendo. Ci possono essere svariati motivi per cui un ottantenne decida, oggi, di uscire per due litri di latte, ma ne sto vedendo troppi che passeggiano evidentemente sfaccendati, che fanno la spesa in due, che se ne sbattono della distanza di sicurezza. Anche basta. Per fortuna vedo anche segni di grande solidarietà: chi confeziona mascherine, chi raccoglie la spesa per le famiglie in difficoltà; la pizzeria sotto casa ha cominciato a offrire pizze a chi ne aveva bisogno, e spontaneamente la gente ha cominciato a lasciarle pagate per gli sconosciuti in difficoltà: la pizza “sospesa”. Sono bei segni.

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