Stracci

È difficile essere me.

Ho comprato al brico una confezione di stracci sotto vuoto da 2 kg; “Pezzame stracci cotone”, lo chiamano. Una volta aperto si è rivelato una raccolta multicolore di brandelli di vecchie t-shirt, camicette leggere e pantaloncini di cotone di varie taglie e fogge. Profumano di bucato, quel profumo antico di sapone di Marsiglia e lavaggi a mano sull’asse di legno (reality: probabilmente solventi industriali con aromi sintetici). E io mi faccio dei film sulle povere persone che vivono in una tale miseria da dover vendere i propri vestiti per rimediare un tozzo di pane. Pieni di dignità, portano le loro povere cose al mercato, dopo averle lavate con cura, ignare che saranno destinate a diventare stracci per una parte di mondo molto più fortunata di loro.

Usare questi stracci mi mette quasi in imbarazzo, come se fosse una violazione dell’intimità, una violenza, una mancanza di rispetto.

Il culmine, ieri, quando dal pacco è uscito un paio di pantaloncini da bambino con le tartarughine disegnate: mi son quasi messo a piangere.

Ve l’ho detto: è difficile essere me.

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