La madre della fuffa è sempre incinta

E’ recentemente uscito uno studio fatto da LinkedIn sulle 10 parole più usate nei profili personali degli utenti. Secondo la statistica quelle degli utenti statunitensi sono:

  1. Extensive experience
  2. Innovative
  3. Motivated
  4. Results-oriented
  5. Dynamic
  6. Proven track record
  7. Team player
  8. Fast-paced
  9. Problem solver
  10. Entrepreneurial

Per l’Europa sono più o meno le stesse, e quella preferita in Italia è “Innovativo” (ci avrei giurato). Considerando che, consapevolmente o meno, la valutazione da parte di un potenziale datore di lavoro filtra il rumore di fondo, direi che è il caso di toglierle subito.

Cercare di rifilare alle aziende la stessa fuffa che ci propinano da decenni è quantomeno ironico, però. 🙂 Continua a leggere

I pistacci

Quando ero bambino le arachidi, a Genova, si chiamavano “pistacci”. I pistacci non vanno confusi con i pistacchi, di cui non ho memoria nella mia infanzia. I pistacci si mangiavano a Natale e in poche altre occasioni.

Di tanto in tanto mio papà mi portava allo stadio con lui e i suoi amici, quando giocava il GenUa a Marassi. Non c’erano i sedili, allo stadio, ma solo gradinate di cemento, e ognuno portava sotto il braccio un cuscino imbottito pieghevole rosso e blu.

Fuori dello stadio c’erano venditori ambulanti che avevano ciungai (*) di due soli gusti, menta verde e menta blu, e poi pistacci normali e pistacci caramellati. Continua a leggere

Decalogo internettiano da usarsi nell’eventualità di una mia dipartita

  • Non usate le mie foto su Facebook;
  • Non usate la foto scattata a Disneyland in cui indosso un cappello da apprendista stregone;
  • Prego i due amici che hanno la password per amministrare questo blog (spero se ne ricordino) di cancellare tutti i post personali, tranne questo;
  • Non cercate la password di Gmail e lasciate morire anche l’account. Non c’è nulla di importante lì sopra, e non c’è scritto chi è il mio assassino;
  • Se per caso dovessi morire in circostanze che attirino l’attenzione dei media, per i visitatori che capitassero qui in cerca di particolari pruriginosi o dettagli macabri ho una sola parola: “Suca”. Se oltre a questo fossero anche giornalisti, di parole ne ho due: “Suca, mentecatto”;
  • Non odio nessuno, nemmeno lo sconosciuto che la notte di S.Silvestro del 1987 mi ha speronato nella galleria “S.Ilario” sulla A12 direzione Levante, per poi fuggire nella notte. (Sebbene io speri che egli viva in preda a un cagotto permanente, ma questo ora non c’entra);
  • Vorrei essere oggetto di feroci battute su Spinoza.it. La migliore potete appiccicarla sulla mia lapide;
  • Nell’eventualità che i miei computer fossero sottoposti ad analisi forense, ho lasciato in giro un po’ di briciole tanto per far ammattire gli inquirenti. E’ l’AES-256, baby. E la passphrase non è scritta da nessuna parte;
  • Qualcuno crei un mio account fake su Foursquare e faccia check-in presso il Cimitero Monumentale di Staglieno almeno una volta la settimana, in modo che io ne possa essere il mayor. (Mi chiedo se esista un badge a tema, tra l’laltro);
  • Dato che ai funerali non si suona, fatemene uno su YouTube con AC/DC, Led Zeppelin, Planet Funk e Stevie Ray Vaughan.
  • Continua a leggere

    Genova Est

    Un mazzo di rose.
    Un mazzo di rose sul selciato.
    Un mazzo di rose, un po’ scombinato, sulla linea di mezzeria della rampa di un’autostrada.
    L’ho visto così, passandogli accanto ieri sera.
    Quella visione fugace mi ha raccontato una storia.
    La storia di lei, che si arrabbia e getta i fiori dall’auto desiderando solo essere altrove. E poi tiene la testa appoggiata al finestrino, guardando fuori. Le luci gialle della galleria sfuocate dalle lacrime che le riempiono gli occhi e che lei vorrebbe ricacciare indietro. Portami a casa, ora. No, non voglio parlare.
    La storia di lui, che voleva farle un regalo, cercando di farsi perdonare qualcosa al modico prezzo di “Me ne dia sette. Sì. Quelle rosse, grazie”.
    Le cose che ci sono state, le frasi, le promesse, il futuro, adesso sono lì a terra.
    Avvolte in un po’ di cellophane e carta crespa che aspettano di essere calpestate dal prossimo furgone. Continua a leggere