Fino ai 25 anni ho vissuto sempre a Genova e, senza rendermene conto, le cose che avevo davanti agli occhi tutti i giorni erano invisibili, date per scontate, o normali quando andava bene.
Poi sono partito per il servizio militare. CAR a Savona, e fin lì tutto bene: ero spesso a casa e comunque ero sempre in Liguria, poi quattro mesi alla Cecchignola, a Roma, e sei mesi al distretto militare di Torino. E lì ho provato una sensazione strana: mi sentivo soffocare. Il cielo basso, il freddo, la nebbia fittissima, gli odori così diversi.
Perché mi giro e c’è sempre qualcosa? Sono circondato? Perché tutta questa terra ferma che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?
E alla fine ho capito che a casa, a Genova, c’è un punto in cui tutto finisce, dove guardo l’orizzonte che si perde nel mare e posso spaziare, dove nulla mi opprime, il mio respiro è ampio e libero e i pensieri diventano più leggeri.
Non ho memoria di una singola volta in cui io, qui a Genova o in Liguria, sia “andato al mare” nell’accezione normale del termine. Questo perché, per me, c’è troppo casino, c’è traffico, non c’è parcheggio, solo scogli o pietre, i liguri sono scontrosi, e tutta una serie di motivi per cui: Grecia, grazie.
Ma “andare al mare” per me vuol dire tornare sulla terrazza dietro la chiesa di Boccadasse; quello è il mio posto, lì sono stato battezzato e, sebbene non ci creda più, lì è il posto dove tutto è iniziato.
Tornare alle mie origini e contemplare la pace o la furia dell’acqua, guardare al di là il più lontano possibile, realizzare che c’è almeno un lato che non schiacci l’anima, altrove costretta come dita dei piedi.
(Oggi sono in vena di citazioni).