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Everybody Hurts

Ieri, in mezzo al marciapiede, una persona si è fermata di colpo. Ha tirato fuori il telefono, ha guardato lo schermo, e gli occhi si sono riempiti di lacrime.

È rimasta lì, ferma, mentre la gente le girava intorno, veloce e indifferente. Una vita che si ferma mentre il mondo continua. Una notizia, un messaggio, una foto, una conferma che sperava di non ricevere? So solo che, per qualche secondo, il suo dolore è diventato visibile. 

Quasi mai succede: nessuno va in giro con il proprio dolore stampato sul volto. La maggior parte delle persone porta dentro di sé storie che non conosco, accadute ore, giorni o anni prima di incrociarle. (O magari sono solo stronzi, ma gli concedo il beneficio del dubbio).

E io arrivo sempre dopo. Dopo la telefonata, dopo la diagnosi, dopo il litigio, dopo la perdita, dopo il silenzio che si è allungato troppo. Quando è già successo qualcosa che pesa sulle spalle e sull’anima.

Non posso leggere la frase dietro ogni faccia, che spiega perché quella persona oggi è più silenziosa del solito, o più brusca, o più assente, o perché si è fermata in mezzo al marciapiede a guardare un telefono con gli occhi lucidi. Devo ricordarmi, prima di parlare, prima di giudicare, prima di aggiungere anche solo un peso, che potrei essere io, per caso, per un attimo, la cosa meno brutta che quella persona incontra in una giornata già difficile. O addirittura la sola cosa bella che non si aspettava più di trovare.

Poi la persona ha rimesso il telefono in tasca, ha tirato un sospiro e ha ripreso a camminare.

Io pure.

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