Quando ero bambino mi capitava ogni tanto di dormire a casa dei nonni materni, e amavo tutto di quelle serate. La nonna, per me e per tutti, era Nonnadoretta, detta così: tutto attaccato. Una signora d’altri tempi che usava il “vuscià” (il “voi” per i diversamente genovesi) e fino all’ultimo ha mantenuto il vezzo di disegnarsi un finto neo sulla guancia. Di lei ricordo l’odore di cipria e i minestroni spettacolari, di quelli dove ci potevi piantare il cucchiaio ed erano buoni anche freddi di frigo. Grande divoratrice di libri della collana Harmony, la prendevo in giro leggendo ad alta voce i titoli sdolcinati dei volumetti che teneva sul comodino
Nonnadoretta mi portava sempre un bicchiere di latte tiepido prima di dormire, il mio letto era nella loro camera, accanto al lettone di fronte al televisore in bianco e nero con il quale i nonni guardavano gli sceneggiati RAI dell’epoca.
Mio nonno era un omone, o almeno così è nel mio ricordo di bambino, che ho sempre visto con un paio di baffi e i capelli imbrillantinati; uomo pratico e burbero, parlava un genovese che era un piacere per le orecchie, mentre a noi bambini si rivolgeva sempre in italiano. Per noi era Nonno Tai (Ottavio all’anagrafe), per tutti gli altri “U Pasturin”, per via del suo cognome così comune a Genova.
Durante quelle notti, quando le luci erano spente, sul soffitto della camera si riflettevano i fari delle auto che transitavano nella via sottostante ronfando dolcemente. E io fantasticavo su dove andassero le persone a quell’ora della notte: perché erano in giro? Cosa facevano? Com’era la loro vita?
Di tutte quelle notti mi è sempre rimasto il ricordo di quelle luci. Non dormo più in una stanza sopra una strada. Ma, quando mi capita, lascio sempre le imposte aperte perché i fari sul soffitto mi riportano a quei tempi lì, senza rimpianti o nostalgie, solo con l’idea di me bambino che non sa nulla di quello che la vita gli avrà riservato.