Sta lì, in piedi sotto i portici all’uscita del supermercato; al suo fianco un carrellino di quelli per trasportare la spesa su cui ha attaccato un cartello scritto in uno stampatello incerto: “AIUTATEMI: HO TANTI GATTI CHE DEVONO MANGIARE”. Credo che ormai mi riconosca: la saluto sempre con cortesia, come faccio con tutte le persone meno fortunate, illudendomi che uno sguardo, un cenno, un riconoscimento del fatto che sto vedendo una persona e non una figura sfuocata, o addirittura fastidiosa, possa in qualche modo migliorare un po’ la sua giornata. Lo so: è una speranza vana e anche un po’ ipocrita.
La signora ha un aspetto dimesso, è abbastanza in là con l’età (potrebbe avere poco meno di settant’anni, ma è difficile da dire); indossa capi un po’ sdruciti e quando la saluto ricambia gentile ma senza il minimo entusiasmo e io non riesco a capire se le faccia piacere o no.
Le prime volte le chiedevo “Ha bisogno di qualcosa? Cibo? Acqua?” – “No grazie, solo qualcosa per i miei gatti”, ma ora ho smesso: so che vuole solo quelle lattine che le lascio sul carrellino, a volte incustodite, perché lei di tanto in tanto si allontana per fumare una sigaretta.
Cosa spinga una persona visibilmente provata dalla vita a mendicare cibo per i propri gatti potrebbe essere un mistero, ma forse non lo è. A me piace pensare che questa donna ami i suoi animali, che siano la sua ragione di vita e che non veda l’ora di tornare a casa dove loro la stanno aspettando. Mi piace pensare che per loro valga la pena stare lì, sotto quei portici, a chiedere agli altri qualcosa che non chiede per sé. E che per loro accetti di fare qualcosa che, probabilmente, dalla maggior parte dei frettolosi clienti del supermercato è considerato degradante, l’ultimo gradino dell’esistenza umana.
Non so se sia così e probabilmente non lo saprò mai.