C’è una battuta di quarant’anni fa, di Nino Frassica: “Ho guardato un documentario su come si costruiscono i cancelli.” Serviva a dire: guarda cosa danno in TV, roba che nessuno si sognerebbe mai di guardare. Era il modo rapido per dire televisione impensabile, contenuto che non interessa a nessuno, roba da Rete Tre alle due di notte.
Oggi quella battuta non funziona più: non c’è più niente da cui prendere le distanze. Un documentario su come si costruiscono i cancelli, oggi, è esattamente il tipo di cosa che qualcuno guarda. Volentieri. Per due ore. E magari lo consiglia pure. (guilty as charged: io guardo il canale di un tipo che armeggia con ruspe e scavatrici.)
Il punto non è il documentario sui cancelli. Il punto è che l’offerta si è frammentata in una quantità di nicchie che nessuna programmazione generalista avrebbe mai potuto coprire. Una volta c’era un canale, due, tre, e quello che non passava lì semplicemente non esisteva. Oggi esiste tutto, esiste sempre, ed esiste per qualcuno. Ogni interesse umano, anche il più improbabile, anche il più stupido, ha il suo pubblico. Anzi: ha il suo pubblico sufficiente. Non serve più essere tanti, serve essere abbastanza.
E allora la domanda si sposta. Non è più perché esiste questa roba. È perché la guardiamo.
Perché, avendo accesso a tutto lo scibile e l’arte umani (letteralmente, nel telefono in tasca, gratis, al volo) scegliamo il cane che annusa una scoreggia?
Sono sincero: la prima volta che ho pensato a questa cosa non è stata una riflessione, ma una specie di fastidio. Il fastidio di chi si accorge di aver sprecato quaranta minuti della sua vita a guardare un tizio che lucida un’incudine e non sa spiegarsi perché.
E ho provato a chiedermelo, il perché.
La prima risposta comoda è: l’ignoranza è aumentata. Siamo (sono) più poveri di spirito di prima, più vuoti, più distratti. È una risposta che suona bene, che dà soddisfazione, che mi mette dalla parte giusta: io me ne accorgo, “gli altri” guardano il cane. Ma non regge. Non regge perché l’ignoranza, secondo me, non è aumentata: è solo diventata visibile.
La povertà di spirito c’era anche prima, solo che non aveva un palinsesto dedicato né un algoritmo che la serviva a domicilio. Oggi, invece, sta tutto lì, in classifica, in tempo reale, con i numeri.
Quindi la domanda vera non è se siamo più ignoranti. È: se la povertà di spirito è sempre stata la stessa, cosa cambia quando le diamo occasioni illimitate di manifestarsi? Questa è la madre di tutte le domande, perché la risposta non è ovvia, in nessuna delle due direzioni.
Da una parte si può dire: non cambia nulla, è sempre andata così. Ogni salto tecnologico ha prodotto la stessa lamentela. La scrittura avrebbe rovinato la memoria, la stampa a caratteri mobili avrebbe prodotto una valanga di ciarpame (e infatti l’ha prodotta: roba che i colti dell’epoca disprezzavano). La radio doveva distruggere la conversazione e la TV doveva distruggere la lettura. Ogni volta la stessa storia: arriva un medium, si abbassa la soglia, entra la massa, i custodi della cultura si stracciano le vesti, e poi passa. Passa e resta qualcosa. Anzi: resta quasi sempre qualcosa di buono, insieme a una montagna di spazzatura che nessuno ricorderà.
Se è vero questo, allora il cane è solo il feuilleton di oggi. La parte sommersa di un’onda che porta anche altro. E tra cent’anni qualcuno guarderà indietro e dirà: ecco, in mezzo a tutta quella merda, c’erano anche queste cose qui. Le solite. Quelle che contano, quelle rimaste.
Dall’altra parte però c’è una differenza che non mi sento di liquidare come le altre. E non è la quantità: è la struttura.
Quando la stampa è arrivata, il ciarpame era comunque qualcosa che dovevi attivamente scegliere di leggere. Andavi in un negozio, compravi qualcosa, lo portavi a casa, lo aprivi: c’era un gesto, un attrito. La radio e la TV hanno ridotto l’attrito, ma non l’hanno eliminato: c’era comunque un palinsesto, un orario, una scelta limitata. Il medium ti serviva, ma non ti inseguiva.
Oggi l’attrito è zero e l’inseguimento è continuo. Non scegli più di guardare: ti viene mostrato, e tu resti in un doom scrolling infinito. Non c’è il momento in cui dici vabbè, adesso basta: c’è solo il momento in cui ti addormenti. Il medium non aspetta più che tu lo accenda: è già acceso, e ti sta guardando lui.
Non so se questo cambi tutto. So che cambia una cosa: prima la povertà di spirito aveva bisogno di essere coltivata. Adesso viene coltivata per noi, automaticamente, mentre pensiamo di stare solo ammazzando il tempo.
Ma il tempo ammazzato una volta era tempo perso e basta. Adesso è tempo lavorato, per qualcun altro, per i suoi fini.
E allora la domanda iniziale – c’è un effetto a lungo termine? – diventa quasi sbagliata. Perché presuppone che ci sia un dopo in cui guardare indietro e valutare. Ma il punto è che forse non c’è un dopo, c’è solo un presente che si allunga, in cui ogni tanto qualcuno si accorge di aver passato la serata a guardare un tizio che suona il piffero col naso, ci ride sopra, e continua a guardare.
Non ho una conclusione, perché non credo che ci sia, non ancora. So solo che la battuta sui cancelli non fa più ridere. Fa pensare.