Ci ho messo 16 anni per scrivere questa cosa.
Mercoledì 27 gennaio 2010. Sto entrando nella camera di ospedale di mio padre, che il giorno prima ha compiuto 80 anni.
E non so ancora cos’è la morte.
Mi sento una persona orribile perché quando non sono con lui ci vorrei essere, e quando ci sono vorrei scappare. Vorrei potermi tappare le orecchie per non sentire notizie sulla sua salute che peggiora. Non sono neppure riuscito a passare da lui il giorno del suo compleanno. E ha capito lo stesso, perché è mio padre.
Mentre gli faccio gli auguri e lo abbraccio goffamente cerco di liberarmi dal nodo in gola e ricacciare indietro le lacrime.
Gli stringo le mani che rivedrò nelle mie ogni maledetto giorno e gli porgo un biglietto di auguri con un disegno di Bibi, che in quel momento ha sette anni, e gli ospedali non sono luoghi adatti ai bambini, si sa.
Scambiamo qualche frase, le solite, banali. Come stai? Il lavoro come va? Mangi? E Nives, salutamela.
Poi gli dico: “Non ti abbattere, vedrai che ti rimettono in sesto, tra un po’ torni a casa e starai meglio.”
“Sono stanco, ormai. La mia vita l’ho vissuta.”
La mia vita l’ho vissuta.
Mi manca il fiato, non riesco a dirgli nulla. Lo guardo e basta.
Sono travolto da questa rassegnazione totale che non sapevo esistesse, da questo abbandono che non giustifico, non capisco, vorrei dirgli “cosa stai dicendo? perché?”.
Papà morirà il 3 febbraio e queste sono le ultime parole che mi ha detto.
Ci ho messo anni, e invecchiando ho capito che quella rassegnazione, quella stanchezza che mi sembravano inconcepibili, potrebbero arrivare un giorno anche a me. E che potrei dire anch’io: “Ok, per me può anche finire qui.”
Ora so cos’è la morte.